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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

CREDITO, QUEL CHE NON FECERO I BTP LO FECE L’EBA

Non ci vuole molto per capire che quanto sta succedendo in borsa alle banche italiane ha superato i limiti dell’assurdo. O si pensa che UniCredit, Mps, Banco Popolare siano fallite, tutte subissate da perdite mostruose, oppure le quotazioni raggiunte non hanno più senso. Ma, anche se può apparire assurdo, quel che sta accadendo è tutt’altro che irrazionale. Per il mercato, infatti, un crollo di borsa del 53% in poco più di due settimane era cosa in buona parte prevedibile: perché si sapeva che i grandi azionisti avevano assicurato il valore delle loro quote con delle put costruite dalle grandi banche d’affari (le quali stanno ora vendendo enormi pacchi di azioni per non finire in perdita); perché con i prezzi in discesa anche le banche del consorzio per l’aumento di capitale si stanno "tutelando"; perché l’intera operazione non è stata ben gestita e lo stesso raggruppamento dei titoli ha avuto un effetto psicologico negativo. Ma, prima o poi qualcuno comincerà ad acquistare pesantemente e lo potrebbe fare fin dai prossimi giorni, quando riterrà che il titolo UniCredit abbia esaurito la spinta al ribasso.
Quel che è successo non è tuttavia una faccenda che riguardi solo UniCredit: interessa l’intero sistema bancario italiano con la parziale eccezione di Intesa. È il risultato degli assurdi criteri stabiliti dall’Eba che hanno comportato pesanti obblighi di ricapitalizzazione per gli istituti italiani. Si può capire l’esigenza di valutare i titoli di Stato a prezzi di mercato. Ma se il peso per il rischio dei mutui casa di una banca italiana (rappresentano circa il 40% degli attivi) è stato valutato tre volte più di quello di una banca francese, le responsabilità di quanto sta accadendo ricadono in buona parte sull’ottuso rigorismo dei controllori dell’Eba: organismo che non dipende dalla banca centrale ma direttamente dall’Unione europea.
In questo contesto, è ovvio che un istituto sotto aumento di capitale veda crollare le proprie quotazioni. UniCredit capitalizza 13 miliardi (ad aumento ultimato): un quinto dei mezzi propri e poco più della controllata polacca Banca Pekao. Mps e Banco Popolare valgono il 13% del patrimonio, come se fossero quasi fallite. Oppure, come se fosse imminente la loro nazionalizzazione: un po’ come avvenne per i titoli di Royal Bank of Scotland nell’ottobre 2008, quando cedettero il 66% in pochi giorni. In via di nazionalizzazione le banche italiane non sono di certo, anche perché non si vede come possa rilevarle lo Stato. Ma del tutto dipendenti dalla banca centrale lo sono purtroppo diventate, visto che di fatto non hanno più possibilità di trovare finanziamenti sul mercato. Dopo aver chiesto denaro per 210 miliardi alla Bce, il sistema bancario italiano è di gran lunga il più esposto verso la banca centrale.
È una crisi di fiducia, più che di solvibilità, quasi esclusivamente provocata dai titoli di Stato italiani in portafoglio. Ma, anche considerando questa difficile condizione, le quotazioni del settore sono più penalizzanti del dovuto. Qualcuno probabilmente se ne sta rendendo conto e non sorprenderebbe scoprire nei prossimi giorni che una nostra grande banca è finita in mani straniere.