Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Oggi è nuovamente in scena la questione morale per la combinazione di due casi che possono essere accostati: quello del sottosegretario Carlo Malinconico e quello del deputato Nicola Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania.
• Cominciamo dal caso Malinconico.
È il più lineare. Carlo Malinconico è un bel signore di 60 anni, consigliere di Stato e ordinario di Diritto dell’Unione Europea nell’Università di Tor Vergata, poi presidente della Federazione Editori e infine, nel governo Monti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con
delega all’editoria. Era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio anche al tempo di Prodi e proprio in quel periodo risulta che abbia passato un lungo week-end
di quattro giorni all’hotel Pellicano di Porto Santo Stefano, cinquemila euro
per quattro notti che Malinconico non saldò. Chi saldò allora? L’imprenditore
Francesco Maria Piscicelli, quello che si mise a ridere di contentezza la notte
del terremoto d’Abruzzo e che qualche giorno fa è atterrato in elicottero sulla spiaggia di Ansedonia. Piscicelli e Diego Anemone sono indagati nell’ambito dell’inchiesta per gli appalti del G8 alla Maddalena e ci sono un paio di telefonate in cui si sentono i due che si danno da fare per far avere a Malinconico la stanza migliore possibile del “Pellicano”, si rammaricano perché non è disponibile, sono così solleciti che a un certo punto l’albergatore ride:
«Ma che ti devi costruire un grattacielo? Te lo sei adottato?». E quell’altro gli risponde: «Fa parte dei giochi, che vuoi fare…». Ora, la telefonata è imbarazzante perché in ogni caso Malinconico ha effettivamente soggiornato in quel bel posto per quattro giorni e se n’è andato senza pagare ed evidentemente
senza chiedersi chi pagava. Ed era un funzionario pubblico, al servizio di
Prodi. Detto questo, si deve specificare che non è indagato perché non risulta che abbia restituito in qualche modo il favore. Secondo le vecchie logiche, perciò (quelle dell’era Berlusconi), non avrebbe avuto alcun obbligo di dimettersi e avrebbe anzi dovuto protestare per la telefonata priva di
rilevanza penale divenuta pubblica. Invece ieri Malinconico è andato da Monti e ha lasciato spontaneamente il posto di sottosegretario, dichiarando però (abbastanza incredibilmente), di aver «appreso solo ora che Piscicelli avrebbe pagato di propria iniziativa e per ragioni a me ignote».
• Non è tanto diverso dal caso Scajola, che s’è trovato
la casa al Colosseo pagata senza accorgersi di niente.
Non faccia lo spiritoso e prenda solo nota di questo fatto da noi assai raro: il personaggio, per il solo fatto della telefonata, s’è dimesso. E Monti ha accettato le dimissioni elogiandolo.
• Cosentino, invece…
La magistratura ritiene che Cosentino, un bel signore anche
lui, di 50 anni, sia il referente politico del clan dei casalesi, e lo vuole arrestare. Cosentino ha in effetti parecchi parenti camorristi, ma questa non può essere considerata una colpa in partenza. Siccome è deputato, per metterlo dentro i giudici hanno bisogno dell’autorizzazione della Camera, che non arrivava quando Berlusconi era al governo perché la Lega lo difendeva d’accordo
col Pdl, ma adesso invece sta arrivando perché la Lega non sta più col Pdl,
anzi vuol far dimenticare la lunga stagione amorosa con Berlusconi, e perciò ora vota per l’arresto, ieri nella Giunta per le autorizzazioni a procedere dove il sì al carcere è passato grazie ai suoi due voti (è finita 11 a 10) e domani quasi sicuramente in aula dove il sì al carcere manderà effettivamente
in galera l’indagato. Tutto questo la Lega lo fa senza spiegare perché adesso è favorevole e prima era contraria (lasciando stare la stranezza del sì a Papa e del no a Milanese…).
• Non potrebbe essere che su Cosentino sono emerse adesso nuove fattispecie…
Ma la Camera non deve giudicare su questo, deve giudicare
solo sul cosiddetto fumus persecutionis, rispondere cioè alla domanda: i giudici stanno per
caso perseguitando questo rappresentante del popolo oppure no? Il giudizio degli onorevoli è solo sulla persecuzione. Quindi: come mai gli stessi giudici che prima per la Lega non perseguitavano adesso invece perseguitano?
• Come mai?
È il marcio della politica, per dir così. Le decisioni si prendono sulla base di convenienze anche complicate da spiegare,
che nulla hanno a che fare con l’interesse generale. Qui non c’è solo la volontà di tenere a distanza l’appestato Berlusconi, c’è anche la lotta interna tra Maroni e Bossi. Su Cosentino, Bossi sarebbe stato per il no, Maroni ha imposto la logica del sì. Uno dei due deputati leghisti, Paolini, ha ammesso candidamente che lui, in base alle sue convinzioni, avrebbe votato no, ma siccome il giorno prima il partito, obbedendo a Maroni, aveva votato per il sì, lui si adattava al sì, senza porsi troppi casi di coscienza. Il Pdl è
naturalmente furioso e possiamo considerare definitivamente sepolto il
cosiddetto asse del Nord, Pdl-Lega. Però, sull’insieme delle due vicende: il
caso Malinconico, nonostante lo squallore, ci porta comunque un minimo di consolazione perché c’è qualcuno che, anche ammesso che abbia sbagliato, ha il coraggio di togliersi di mezzo per difendersi meglio e non mettere in imbarazzo i suoi colleghi. Nell’altra vicenda siamo invece presi dal solito sgomento e mal di cuore: una classe politica che dovrebbe tornare a governarci e che regola intanto i suoi affarucci con la logica più miserabile.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 11 gennaio 2012]
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