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 2012  gennaio 11 Mercoledì calendario

CONTRATTO ATIPICO PER UN GIOVANE SU QUATTRO

La Grande recessione non ha avuto solo un impatto più che proporzionale sul mercato del lavoro atipico rispetto a quello standard ma ha anche reso più fragili le dinamiche di transizione verso forme di occupazione permanente. A confermare questo «effetto selettivo» della crisi sono i dati diffusi ieri dall’Isfol, secondo i quali a fine 2010 sarebbero stati espulsi dal mercato circa mezzo milione di lavoratori atipici. In cifra assoluta, stando alle serie estratte dall’indagine Isfol Plus, si è passati dai 3,6 milioni del 2006 ai 3.155.000 di fine 2010, con una contrazione di questo settore del mercato del lavoro del 13,8%. Il calo sarebbe ancor più significativo se non si considerassero i contratti di apprendistato, che invece vengono in questa indagine catalogati tra i non-standard, e che nel 2010 erano circa 310mila.
Rispetto al mercato del lavoro nel suo insieme, secondo Isfol gli occupati con contratto non standard ammonta ora al 12,4% del totale, mentre il 65% è fatto di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e il 18,2% ha un’attività autonoma continuativa. L’incidenza di occupazioni atipiche è decisamente sbilanciata per età e tocca soprattutto i giovani: solo il 54% dei 18-29enni è a tempo indeterminato, poco meno del 10% sono autonomi, circa l’8% ha un contratto di apprendistato e quasi il 25% ha un contratto non standard.
Come detto la recessione ha bruciato non solo posti di lavoro temporanei ma anche possibilità di passare al posto fisso. Tra il 2008 e il 2010 solo il 37% dei lavoratori atipici è passato ad un’occupazione standard, mentre il 43,1% è rimasto nella condizione originaria e circa il 20% è finito nell’area dei senza lavoro. Rispetto al biennio pre-crisi (2006-2008) il tasso di trasformazione da un’occupazione non standard al lavoro tipico è sceso di 9 punti percentuali (dal 46% al 37%). In questo contesto difficile vale comunque registrare che gli atipici hanno avuto chances migliori in confronto ai disoccupati rispetto ai quali le percentuali di passaggio ad un’occupazione standard sono state del 21% nel 2006-2008 e del 16% nel 2008-2010.
«Possiamo parlare - ha dichiarato Aviana Bulgarelli, direttore generale dell’Isfol - di un mercato del lavoro meno permeabile, in cui l’ingresso prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. Il lavoro non standard aumenta le probabilità di transitare verso un impiego stabile. Tuttavia, la velocità di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili s’è ridotta e gli esiti negativi sono aumentati, segnale che la crisi l’hanno pagata in particolare gli atipici e coloro che nel mondo del lavoro ancora non erano entrati a fine 2008».
L’ultimo Rapporto Cnel-Ref sul mercato del lavoro presentato l’estate scorsa indicava tassi di trasformazione da un’occupazione atipica a un contratto standard un po’ peggiori. Prima della crisi (2007-2008) nella fascia d’età 16-30 anni il 30% passava da un contratto temporaneo a uno a tempo indeterminato, dato che è sceso al 22% nel 2009-2010. Per la stessa fascia d’età l’Isfol tra il 2008 e il 2010 ha stimato un tasso di trasformazione del 35,3%. Queste dinamiche sono state, come di consueto, assai peggiori per i più giovani e le donne e, ancor di più, al Sud rispetto al Nord. Rispetto alle diverse tipologie contrattuali l’apprendistato si conferma come best performance sia per la durata (per oltre il 60% dei casi superiore all’anno) sia per il passaggio finale a un lavoro a tempo indeterminato.
Sulla necessità di una riforma strutturale del nostro mercato del lavoro è tornato, ieri, il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn. «Per alcuni Stati membri, come Italia e Spagna, restano cruciali le priorità di innescare la mobilità del lavoro e la flessibilità dei salari» ha detto durante un seminario sugli eurobond, in corso al Parlamento. «La crisi - ha concluso Rhen – ha danneggiato l’economia europea, il lavoro e il welfare e questa crisi non è finita. Ci vorrà tempo, perché le riforme strutturali spesso richiedono molto tempo. Tuttavia i mercati tendono ad essere impazienti e l’impazienza può mettere a repentaglio la stabilità finanziaria».