Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 11 Mercoledì calendario

MAGARI UN GIORNO MI DICESSE: VAFFANCULO


Di questo bellissimo libro siamo un po’ responsabili anche noi di Vanity Fair, perché esattamente tre anni fa abbiamo raccontato sul giornale alcune storie di famiglie con bimbi disabili. Uno di loro si chiama Moreno, è cerebroleso, epilettico, cieco, e dopo quell’articolo suo padre, Massimiliano Verga, ci ha pensato su: Zigulì è il frutto dei suoi pensieri, 186 pagine per dire – con lacrime inevitabili, tanta rabbia, parecchie risate a denti stretti e un robustissimo amore paterno – che un bambino nato sano e diventato misteriosamente handicappato il tempo di tornare a casa, in otto anni ha insegnato al suo papà «dove mettere i piedi quando cammino, perché con Moreno è come camminare in un prato pieno di margherite, e hai paura di schiacciarle».
Non è un libro consolatorio: Massimiliano Verga, che ha 42 anni, insegna Sociologia del Diritto all’Università di Milano Bicocca, ha altri due bambini, Jacopo di 10 e Cosimo di 5, è laico e ha uno spinosissimo carattere, non pensa che Moreno sia un dono del cielo e non offre a Dio le sue sofferenze. Ma non è un libro cinico e desolante, tutt’altro, e nemmeno un libro riservato a chi si trova nella sua situazione: parla a tutti, soprattutto a chi ha figli, perché ogni genitore ha sperimentato l’ambivalenza dell’amore e sa quanta distanza ci possa essere tra i bambini che abbiamo fantasticato di avere e quelli che ci crescono tra le mani, così imprevedibili e diversi dal sogno. Messo alle strette dalla sfortuna, Verga ha provato a fare quadrare i conti tra i desideri e la realtà, e la sua sintesi è da tenere presente: «Forse sono un buon padre nelle intenzioni, non ancora per i miei bambini. Certamente non sono un buon papà per Moreno, anche se in giro c’è di peggio».

Ha dedicato il libro agli altri suoi figli, Jacopo e Cosimo, «e alle parole che non trovo». Qualcuna ne ha trovata…
«Ho tre figli, nel libro parlo di uno – ed era necessario farlo – ma la dedica, e quello che poi scrivo di loro, vuole restituire un po’ dell’attenzione che ho dato a Moreno. Le parole che non trovo continuo a cercarle e sono quelle che servono a raccontare la nostra vita: spero che grazie al libro capiscano i miei scatti di nervi».
Lei a volte ha un sarcasmo che lascia interdetti: per esempio quando definisce i suoi pensieri «epitaffi».
«Li ho definiti così all’inizio, con un mio amico che li ha letti per primo. Ma devo dire che da quando ho cominciato a scrivere la mia vita con Moreno è molto cambiata ed epitaffi oggi mi sembra un termine troppo freddo».
Cambiata in che senso?
«Non ho più parlato di vita-di-merda, e anche nel libro non lo scrivo più di 4 o 5 volte. Sono più sereno. Sono sempre incazzatissimo col mondo ma ho­ ricostruito un percorso con mio figlio, e ho incominciato a buttarla sul ridere, a prenderlo un po’ in giro».
Prenderlo in giro? Lei è cinico?
«È uno specchio, questo libro. Forse se lo dico così è più chiaro. Ho trovato dentro me stesso un cambio di passo. E lo sguardo è cambiato».
Com’è nata l’idea di scriverlo?
«Dal mio mestiere: avevo deciso di pubblicare un manuale sui diritti dei disabili. Avevo fatto la scaletta, l’indice degli argomenti – naturalmente c’era I come integrazione – ... E però avevo sempre in mente la voce D, come dolore. Mi sono chiesto cosa c’entrasse, in un testo di sociologia. Quella sera ho buttato giù 70-80 paragrafi».
Quando ha citato l’integrazione ho avvertito un certo scetticismo.
«Non so bene che cosa voglia dire, che cosa s’intenda veramente: se mi guardo intorno mi sembra che nei confronti dei disabili non siamo pronti, e non vedo segnali di un cambio di rotta. Il libro, nel suo piccolo, è un tentativo».
Tra i segnali di integrazione che mancano…
«Io credo che basterebbe parlare di rispetto per l’altro: da questo discendono integrazione e opportunità».
…mette anche i piccoli grandi soprusi come il sempre citato parcheggio selvaggio sui posti riservati?
«Quelli che lo fanno li do per persi. Come cacchio fai ad aprire gli occhi a uno così? Uno che tra l’altro ci vede benissimo: è il cervello che gli manca».
Tornando all’integrazione.
«Costa fatica, soldi. Soprattutto fatica, e non sono moltissimi quelli che hanno voglia di farla. Certo, l’attenzione in generale è un po’ più sviluppata che in passato: ma ci sono situazioni in cui l’integrazione è veramente difficile, non siamo ipocriti: è il caso di mio figlio, con lui la mancanza di comunicazione è quasi assoluta. A volte avverto il peso del giudizio degli altri perché lascio Moreno tre ore a sentire la musica – i Kasabian sono i suoi preferiti –: so che pensano che lo abbia abbandonato, ma se in queste tre ore ride, se a me che lo conosco pare contento, che si fa? Chi può davvero capire cosa gli passa per la testa? E giudicare: chi può farlo? Non so: non è stato facile scrivere questo libro, ma ammesso che abbia un messaggio per tutti, questo è: possiamo anche aprire gli occhi su queste realtà e provare a far girare le cose in modo più sereno».
Lei riesce anche a far ridere, posso dirlo?
«Sì, certo, prendo anche un po’ in giro Moreno. Non è facile ridere: è una risata tristissima, ma potente».
Stato d’animo attuale?
«Sempre incazzatissimo. Anche perché l’ultima volta che l’Inter ha vinto qualcosa di serio è stato il 22 maggio 2010, la Champions. E adesso sono disperato».
Ma è una mania! Nel libro parla moltissimo di calcio.
«Non di calcio, di Inter. È un’ossessione. Ci sono davvero tanti episodi importanti della mia vita che mi riportano all’Inter, a cominciare dal mio primo ricordo: la mia casa, sopra quella di Peppino Meazza. E all’asilo andavo con Vera Facchetti. Ho promesso a Moreno che lo porto a San Siro. A bordo campo».
Nel libro c’è anche il tema del confronto, dello sguardo degli altri.
«Vorrei che il mondo fosse pieno di bimbi, gli unici che fanno domande intelligenti. Domande terribili – e vedi con la coda dell’occhio i genitori che si nascondono, o bisbigliano commenti anche atroci – ma sempre genuine: c’è la voglia di capire Moreno, non l’intento di spettegolare. Ne esco bastonato, indifeso, solo e con la sensazione di essere incapace di dare risposte».
Ma che cosa risponde?
«È difficile: li guardo negli occhi, cerco di fargli capire che sono sincero, che ho apprezzato la domanda. E che non so cosa rispondere».
Con gli adulti è diverso?
«Beh, dopo 8 anni mi scivola tutto via. Ma se sono arrabbiato e insistono, dico: “Se lo guardate ancora così pagate il biglietto”».
Tra qualche anno Moreno sarà un ragazzo, e poi un adulto. Se lo è figurato?
«Ovviamente. Lo scopriremo io e lui, insieme, come sarà. Mi auguro che continui a essere un bambino tutta la vita, a sorridere come oggi, a tirarti dentro se ne ha voglia: questo lo sanno fare solo i piccoli. I manuali auspicano che possa acquistare consapevolezza e competenza: che so, che riesca a prendere una penna. E poi cosa ne fa? Te la ficca negli occhi? Magari mi dicesse un giorno “vaffanculo”: vorrebbe dire che se la sa cavare».

Isabella Mazzitelli