Marina Cappa, Vanity Fair n.1 11/1/2012, 11 gennaio 2012
IVANO, VASCO, BASTA CON LE BALLE
E pensare che non voleva cantare. Scrivere per altri sì (cose come Azzurro, Insieme a te non ci sto più), ma la sua voce non gli piaceva, portarla in giro per concerti non gli andava. Adesso sono passati più di 50 anni da quegli inizi, il 6 gennaio lui festeggia i 75, e canta. Lo fa nell’album che ha pubblicato in novembre, Gong-Oh: 18 best e un pezzo inedito, La musica è pagana. E lo fa girando l’Europa in tournée. A Parigi, dove lo incontriamo, questo signore in bianconero – scuri maglia e pantaloni, candidi capelli e baffi – è stato freneticamente applaudito, con standing ovation, dai 3 mila spettatori del Palais des Congrès. In Italia, Paolo Conte arriverà invece il 17 febbraio, al Petruzzelli di Bari, cui seguiranno Livorno e Bologna.
Allora, ci ha preso gusto a cantare?
«Il momento in cui godo di più è quando scrivo, da solo al piano. Dei concerti mi piace il fatto di stare con la mia orchestra, amici bravissimi. Dico sempre a me stesso: passare una serata a fare musica con amici sinceri è tempo speso bene».
Quindi non intende smettere, come annunciano di fare tanti, da Vasco Rossi a Ivano Fossati?
«Sono tutte balle. Avranno qualche momento di stanchezza, ma poi la musica tornerà a bussare alla porta».
Musica e pensione sono incompatibili?
«Chi ha il senso del martirio vorrebbe morire in scena. E non sarebbe male, egoisticamente parlando. Ma abbandonare completamente quello che ti ha appassionato per tutta la vita, non vedo perché».
Ha cambiato opinione sulla sua voce?
«No, non ho mai imparato a cantare, non so modulare, non so vibrare. Però è vero che è stata proprio la mia voce a darmi un certo timbro. Purtroppo è riconoscibilissima».
Siamo a Parigi: Carla Bruni che voce ha?
«Moderna, secondo me interessante, ho sentito qualche cosa con ritmi diciamo minimal. Sembrava chic».
Pensavo preferisse altro...
«Certo, a me piace la Francia antica, nella musica come nella cucina: Georges Brassens, Edith Piaf, Charles Aznavour...».
Aznavour lo conosce?
«Sono andato l’anno scorso a salutarlo, a Milano. Invece la prima volta che ho cantato a Parigi mi era arrivato un telegramma bellissimo di Yves Montand».
Lo conserva?
«Sì».
Lei ama conservare, collezionare?
«Ho cassetti pieni di ricordini di tutto. Ma colleziono solo i vecchi 78 giri che mi compravo da ragazzo. Allora facevo l’esperto di jazz e ho partecipato anche a un concorso europeo, in Norvegia, portando a casa un terzo posto per l’Italia. Erano i primi anni Sessanta: ti facevano sentire un pezzettino e dovevi riconoscere chi era...».
Poco tempo dopo, a metà ’60, lei incontra Celentano, che canterà diversi suoi pezzi, rendendoli famosi. Vi sentite ancora?
«È passato tanto tempo... L’ho rivisto perché voleva gli scrivessi un pezzo, erano 30 anni dall’ultima volta. Lui vive molto isolato, io stesso se posso sto isolato. Però come cantante l’ho sempre stimato molto, vedo in lui uno che ha risolto il problema di cantare in lingua italiana, cosa difficilissima».
Quindi, scrivere per lui è l’ideale.
«Sì, però questo comporterebbe una frequentazione che... non ne ho voglia».
Poi, ormai, perché lavorare per altri?
«Per alcuni mi piacerebbe anche. Ma dovrei avere il tempo per seguirli, non posso dare la partitura e poi lasciarla così: l’autore non deve farsi tradire».
Diceva che anche lei vive isolato: è rimasto ad Asti, dove è nato e cresciuto?
«Ci continuo a stare, per me è come una nostalgia che si rincorre con l’attualità».
Vicino a lei abita suo fratello Giorgio, che in un’intervista a Vanity Fair ha ipotizzato di tornare a suonare con lei: succederà?
«Non è facile, io ho la mia casa discografica e impegni ben precisi. Con Giorgio potrei farlo in casa, ben volentieri. È capitato poco tempo fa, lui ha voluto mettere in un disco una mia vecchia canzone e io sono andato a controllare».
Ha mai pensato di trasferirsi?
«No, mi piace stare nel piccolo, tanto che mi sono spostato dalla città alla campagna. Il mio mestiere mi ha fatto viaggiare molto, non mi va di abitare in una città».
D’altra parte, si dice che – per quanto lei ami cantare l’esotico – in realtà non le piaccia viaggiare.
«No, sarei un pessimo turista: devo avere un perché per andare, altrimenti mi sentirei un po’ stupido. Non mi va di sobbarcarmi la fatica di un viaggio per andare a vedere qualcosa. Invece, se devo fare qualcosa, mi sento come più utile a me stesso, e allora annuso, cerco con l’intuizione di capire un posto senza poi in realtà visitarlo. Dà più spazio all’immaginazione».
All’estero però ha avuto grandi successi, a cominciare dalla Francia.
«Ho avuto il privilegio che sono stati i francesi all’epoca a venirmi a cercare. Ho lavorato seguendo le loro regole, e siamo andati benissimo fin dal primo momento. In Francia non capiscono le parole, a me dispiace, ma se un artista piace loro riescono a passar sopra ai significati precisi».
Rispetto agli italiani, in qualche modo la capivano di più?
«In Italia ero inquadrato nel fenomeno dei cantautori, con un suo pubblico, molto letterario e anche – non nel caso mio – molto politico-socializzato».
Ma lei si sente un cantautore?
«No, anche se sono stato ospitato più volte al Premio Tenco. Ma io ho cominciato con il jazz e componendo canzoni anche per gli altri».
Fra questi c’era Bruno Lauzi: è vero che lo ha conosciuto per ragioni legali?
«Questo lo raccontava lui. Era venuto dalle mie parti per acquistare una casa e l’atto notarile gliel’ha fatto mio zio. Però, secondo me ci eravamo già conosciuti».
Lei faceva l’avvocato. Bravo?
«Ero l’avvocato delle cause perse, più bravo con quelle difficili che con quelle facili: magari mi veniva qualche idea un po’ speciale in certi casi, ma non ero routinier».
Non è che vinceva anche perché era diventato famoso?
«No, quello no, per carità».
C’è un momento migliore per comporre?
«La notte: le sue onde sono più complici. E poi c’è il silenzio».
È vero che ama i temporali?
«Da sempre. Hanno qualcosa di “elettrico” che un po’ ti trafigge, ci sono luci gialle, bianche e nere che ti infilzano da tutte le parti. Mi danno qualcosa di divino».
La musica è pagana, lei canta. E la donna?
«Sì, tutte. Sante comprese. Pagano io lo intendo come esotico, tattile, fisico».
Un territorio ancora da esplorare.
«Si possono vivere sette vite senza conoscere le donne. Ma anche voi donne...».
Che cosa non capiamo, a parte il jazz?
«Qualcosa di molto poetico che abbiamo noi uomini, e le donne in genere non possiedono».
Perché siamo più concrete?
«Sì, più in gamba».
Lei ama la poesia?
«Ne ho letta, e di qualche poeta mi sono invaghito. Il mio preferito è un greco premio Nobel, Giorgos Seferis. Però anche gli italiani, Dino Campana e Vittorio Sereni. I poeti dei laghi hanno visioni speciali».
L’acqua è fonte di ispirazione?
«Io sono un po’ nemico dei laghi, mi danno qualcosa di limaccioso che non mi convince. Ma per loro che sono indigeni, e che appartengono a terre di confine, c’è qualcosa di speciale, quella sensazione di instabilità particolare».
Lei è di terra, invece?
«Sì, ho vissuto da bambino in campagna. La terra mi piace toccarla. Quando vado in Paesi lontani, la prima cosa che faccio è toccare la terra, voglio conoscere un posto con le dita».
Cambiando poeta: farà qualcosa con Roberto Benigni?
«Avevo scritto la colonna sonora del suo film Tu mi turbi e ci siamo incontrati diverse volte, lui aveva anche scritto la canzone su mia moglie. Ma più che altro ci telefoniamo per ragioni enigmistiche, perché siamo entrambi appassionati».
Chi è più bravo?
«Io, perché sono un autore più che un solutore. Lui però è brillantissimo nelle soluzioni, e veloce».
Quindi lei è più creativo?
«Enigmisticamente parlando, sì».
È sempre appassionato di televendite?
«Non le trovo più in Tv. Mi incantavano per la parlantina, verso una certa ora della sera sentire questi che te la raccontano è bello. E poi sono bravi, intenditori. Parlo delle televendite di quadri e tappeti».
Ha comprato qualcosa?
«No, ma ho passato ore piacevolissime».
Sarà stato molto piacevole anche quando, pochi anni fa, Jane Birkin l’ha definita sexy...
«Bontà sua. Aveva cantato un mio pezzo...».
E lei come ricambia?
«È simpatica, una donna perbene. Nel senso che non è un’artista esaltata».
Marina Cappa