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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

ORA È PIÙ DIFFICILE TRATTARE CON LA MERKEL

Liberalizzazioni per decreto in “tutti i settori”, acqua inclusa, con un decreto. Entro il 20 gennaio. Chissà se la promessa del sottosegretario Antonio Catricalà, arrivata ieri sera, basta a rassicurare chi sui mercati vede un’Italia sempre più in difficoltà nella crisi del debito. Domani Mario Monti sarà a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel. L’obiettivo del premier è molto chiaro: evitare che il fiscal compact, cioè la bozza di trattato su cui si fonderà l’Unione fiscale in Europa, diventi una prova di forza del rigore tedesco, condannando l’Italia a manovre da 40 miliardi ogni anno. L’idea di Monti sarebbe di trovare l’intesa con la Germania e poi siglare un patto a tre a Roma, nel vertice con Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy il 20 gennaio, guarda caso la data di scadenza per le liberalizzazioni. Poi compatti al Consiglio europeo del 30 gennaio.
PICCOLO PROBLEMA:
Monti vuole giocare un po’ troppi ruoli. Agli occhi dei tedeschi è il garante del rigore (“Sono qui anche per rispondere all’opinione pubblica tedesca”, ha detto a fine anno). Per conto della Francia si propone come il difensore del metodo comunitario contro il protagonismo tedesco. Tra poche settimane volerà a Washington per assicurare a Barack Obama di fare pressione sulla Germania affinché tenga una linea più morbida sulla crisi europea , in particolare sul ruolo della Bce (l’accordo a 26 di dicembre, per la prima volta, stabilisce un’ambiguità che lascia spazio a evoluzioni, con la Bce che può agire sul mercato primario del debito per conto del fondo Efsf). Vaste programme, che ogni giorno sembra più difficile da rispettare.
PRIMO GUAIO: la Merkel punta all’egemonia europea, ormai non ha più bisogno della sponda di un presidente dimezzato (dalla probabile sconfitta elettorale) come Nicolas Sarkozy e non gradisce troppo che Monti voglia limitarla addirittura in uno schema a tre. Anche per questo ieri ha annunciato, in una conferenza stampa a Berlino con Sarkozy come spalla, giusto alla vigilia del meeting con Monti, di anticipare al 30 gennaio l’intesa sul fiscal compact, prevista per marzo. Peccato che le limature degli emendamenti siano lontane dalla conclusione. “È un modo per fare pressione sull’Italia”, dicono da ambienti governati-vi italiani, visto che a Roma servirebbe tempo per evitare che l’accordo diventi un cappio fiscale. Secondo guaio: i mercati. Lo spread non si ferma e ieri è arrivato a 532 punti, ormai vicino all’imbarazzante livello di 575 che ha determinato l’uscita di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi.
Uno dei punti di forza dell’Italia nelle trattative europee, l’autonomia del settore bancario che non è stato salvato dallo Stato come in altri Paesi, è ormai svanita, con la crisi drammatica di Unicredit: se fallisce il suo aumento di capitale, come sta accadendo, l’intero sistema del credito italiano sembrerebbe incapace di sostenersi da solo. Difficile, per Monti, vantare conti pubblici solidi se da un momento all’altro potrebbe rendersi necessario un intervento a difesa delle banche (lo Stato sta già garantendo oltre 40 miliardi di debiti bancari emessi dopo la manovra). La Bce di Mario Draghi ha praticamente smesso di sostenere i Btp italiani (e si vede) ma non è riuscita a sbloccare il settore del credito, con le banche che tengono la liquidità immobilizzata sui conti della Bce. Nel dubbio gli investitori si tuffano sui bund tedeschi, i titoli di debito pubblico considerati meno a rischio, che ieri (grazie a una modifica delle regole delle aste) hanno avuto un rendimento addirittura negativo, -0,1 per cento. Per prestare soldi alla Germania gli investitori non chiedono interessi ma pagano pure.
TERZO PROBLEMA, soprattutto agli occhi di Obama: la recessione in Europa nell’anno elettorale (per gli Usa) 2012 sembra sempre più grave. Ieri Eurostat, il servizio statistico dell’Unione, ha diffuso dati che ne descrivono la gravità: nei 27 Paesi membri, a fine 2010, c’erano 8 milioni e 250 mila persone che cercano lavoro ma non lo trovano. L’Italia è ovviamente il Paese messo peggio, con 2,7 milioni (l’11,1 per cento della forza lavoro). Vista la crescita quasi zero del 2011 oggi la situazione sarà anche peggio. Ma forse arginare da solo la recessione europea è un compito un po’ troppo arduo anche per Supermario. Sia lui sia Obama dovranno rassegnarsi.