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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

ADDIO ESAME DI CULTURA GENERALE. RIVOLUZIONE FRANCESE CON POLEMICA

Meno elitari o più somari, i francesi? Il prestigioso Institut d’Etudes Politique di Parigi, meglio e più conosciuto come Sciences Po, ha sollevato l’ardua questione annunciando a fine dicembre la soppressione dello scritto di cultura generale, la prova più temuta del concorso di ammissione. Scandalo. Rivoluzione. Sacrilegio. In un paese in cui la cultura è considerata parte del patrimonio nazionale quanto la Marsigliese o il camembert, la decisione di abolire un esame che per decenni ha selezionato la classe dirigente à la française - intellettuali, filosofi, politici - ha provocato inevitabili e viscerali polemiche. Per il carismatico direttore di Sciences Po Richard Descoings, l’obiettivo è chiaro: diminuire il carattere «socialmente discriminante del concorso» e di conseguenza democratizzare le elite, reclutando non più «risposte giuste» ma «individui», possibilmente «di forte personalità» e «motivati». Di morale e verità, di Kant, Hegel o Machiavelli, Baudelaire e Odissea, si riparlerà, in caso, più tardi.
Per diventare i futuri pensatori, ideologi o governanti, è meglio conoscere l’inglese (scritto e orale), la storia (orale), una materia a scelta, avere avuto un buon voto alla maturità e - novità - essere impegnati «nella vita associativa, sportiva, politica o sindacale». «La cultura generale - hanno spiegato a Sciences Po - ci è sembrata la prova meno utile. Chi può pretendere di averne una a 17 anni?». Risposta sottintesa: soltanto i figli delle classi agiate o delle famiglie colte. Levata di scudi.
Contro la soppressione dell’esame si è espresso lo scrittore Yann Moix. Sul sito della Règle du Jeu, la rivista di Bernard Henri-Lévy, Moix punta il dito contro gli ex sessantottini: «Vedere qualcosa di borghese o piccolo-borghese nella cultura generale è un errore. La cultura generale non è qualcosa che si eredita alla nascita. Se si sopprime questa prova si umiliano tutti gli sforzi necessari tanto ai piccolo borghesi che ai piccoli delinquenti per conoscersi grazie alla lettura».
Ancor più duro Xavier Patier, scrittore e direttore delle edizioni della Documentation Française: «Rassegnarsi a credere che la selezione attraverso la cultura non sia che una selezione sociale significa accettare il fallimento del nostro sistema scolastico». Per il filosofo Michel Onfray, è una vecchia storia: «Dell’istruzione nel ‘68 non se ne voleva più sentire parlare. Dal momento in cui è stato sistematicamente abbandonato il lungo apprendimento di storia, geografia e letteratura, è normale assistere alla morte di un organismo». Descoings - che dieci anni fa ha creato convenzioni speciali con i licei di banlieue per reclutare giovani «meno privilegiati», difende la sua iniziativa: «La prova di cultura generale era difficile da correggere, complicata. Due anni fa bisognava rispondere alla domanda Cos’è uno spirito giusto?. La metà dei candidati non l’ha capita: erano tutti stupidi?».