Maurizio Chierici, il Fatto Quotidiano 10/1/2012, 10 gennaio 2012
AHMADINEJAD-CHÁVEZ L’ALLEANZA DEI “CATTIVI” IN DIFFICOLTÀ
Ahamadinejad arriva a Caracas come l’ultimo dei re magi. Bacia i bambini che recitano la poesia di benvenuto, bacia altri bambini che il vicepresidente del Venezuela benevolmente gli mette fra le braccia. Viaggio di “amicizia e collaborazione industriale e commerciale”. In apparenza viaggio coraggioso per aver abbandonato l’Iran mentre nello Stretto di Hormuz si sfiorano portaerei Usa e missili di Teheran. Guerra di nervi con la bomba nucleare nello sfondo. Caracas è la prima tappa della passeggiata fra gli amici latini: poi andrà a “felicitare” l’Ortega del Nicaragua in qualche modo confermato presidente, poi l’Avana: ultimo incontro nell’Ecuador di Correa. Come mai questo salto nell’altra America mentre l’Iran è soffocato dall’embargo Usa e dallo stentato isolamento da un’Europa vecchia cliente del petrolio?
“VIAGGIO nell’America dei tiranni”, è l’allarme della presidente della commissione Esteri del Congresso di Washington, Ileana Ros Lehtinen, repubblicana della Florida, portabandiera della vecchia guardia cubana: non rinuncia al sogno dello sbarco armato all’Avana. È sicura che Ahmadinejad va a trovare gli amici per cercare l’ uranio indispensabile alla bomba. Ecco perché lo accompagnano i ministri delle miniere e dell’energia. Ma è la preoccupazione di Roger Noriega a spaventare i servizi Usa. Intanto perché a Noriega l’ultimo Bush aveva affidato la responsabilità politica dell’occidente. Sa dove raccogliere informazioni. Numerario Cia, non solo: uomo sul campo con medaglie che tre ambasciatori d’Europa e l’ex ambasciatore in Salvador di Carter hanno portato sui banchi della commissione Diritti umani di Ginevra. Il suo nome brilla nel-l’assassinio di 4 suore protestanti Usa: stavano per denunciare un massacro delle squadre della morte nutrite dall’Amministrazione Reagan e “si è deciso” di non farle parlare.
Noriega assicura che Ahmadinejad sta intrecciando nelle due Americhe una rete clandestina pronta a colpire obiettivi Usa e israeliani. Terrorismo come risposta all’eventuale attacco Stati Uniti-Gerusalemme alle centrali nucleari chiacchierate. La prova? L’annuncio dell’espulsione della signora console venezuelano a Miami sincronizzato con lo sbarco a Caracas di Ahmadinejad. Livia Acosta è stata dichiarata “persona non grata”. La sua voce al telefono (documento nell’archivio del Nuevo Herald di Miami) è stata registrata due anni fa, quand’era console a Città del Messico: chiede a un cyberpirata informazioni su una installazione nucleare degli Stati Uniti. Ma rivelazione ed espulsione risalgono a dicembre, eppure la notizia esce solo ora: “Livia Acosta deve lasciare la Florida domani, 10 gennaio”, non importa se tutti sanno che Livia Acosta se ne è andata da chissà quanto tempo. La guerra dei nervi continua. Anche per il Dipartimento di Stato l’amicizia tra Chávez e Ahmadinejad è fumo negli occhi. Da un anno Stati Uniti e Venezuela hanno chiuso le ambasciate: sopravvive una diplomazia di bassa burocrazia. Washington ha inscritto il presidente venezuelano nel-l’elenco nero di chi non collabora contro il terrorismo, ma dello strano viaggio dà una versione meno drammatica. “Sta solo cercando la visibilità internazionale perduta, soprattutto squalificata dalla disastrosa politica che lo ha isolato anche a Teheran”. Si aggrappa ai “vecchi amici lontani” i quali, mantenendo le apparenze, cominciano a prendere le distanze. Nel 2013 l’Iran vota e Ahmadinejad ha perso l’appoggio del leader supremo del fondamentalismo: Alì Khamenei il quale si è reso conto che il braccio di ferro con l’Occidente può diventare pericoloso. E decide di sostituirlo con Hossein Mousavi, riformista col compito di calmare le acque anche perché l’alleato di ferro – Siria di Assad – non è ormai una spalla sulla quale contare. Davvero l’ultima passerella di Ahmadinejad?