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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

Il conflitto duro diventa gassoso – L’aspetto più affascinante del conflitto d’interessi della Classe Dominante è l’abilità con la quale, questa, aveva convinto i cittadini che era un reato da combattere, proprio loro che lo praticano da tempo immemorabile

Il conflitto duro diventa gassoso – L’aspetto più affascinante del conflitto d’interessi della Classe Dominante è l’abilità con la quale, questa, aveva convinto i cittadini che era un reato da combattere, proprio loro che lo praticano da tempo immemorabile. Per 17 anni ci hanno assicurato che l’unico conflitto fosse quello del «tiranno» (lo era, ma tutt’altro che unico). Caduto il «tiranno», silenzio. Seguendo questo schema, due valenti giornaliste hanno acceso un faro sul ministro oggi più potente, raccontando, e documentando, aspetti quantomeno imbarazzanti per un cittadino comune. Il quotidiano è lo stesso che nel 1919 aveva pubblicato un articolo di Luigi Einaudi («Licenziare i Padreterni»), sul conflitto d’interessi dei potenti. Allora non c’era divaricazione fra «Classe Dominante» e «Classe Politica», anzi si identificavano; solo in seguito la seconda divenne ancella della prima, com’è ora. Immediata, documentatissima, la risposta del ministro, formalmente ineccepibile, poi ribadita con un tono alla Pio IX «per chi mi conosce il problema non esiste». La vecchia modalità di giornalismo d’inchiesta, tipo Watergate, pare superata: le Classi Dominanti hanno messo a punto «firewall» difensivi di nuova generazione che, grazie a legislazioni interpretabili, media timidi, pool di addetti stampa e legali agguerriti e spregiudicati, possono demolire, in tempo reale, ogni critica-accusa; per i giornalisti, la mitica «seconda domanda» è ora difficilmente praticabile. Una premessa. Il conflitto di interessi non può essere scisso dalla Classe Dominante, alcuni se lo trovano già nel liquido amniotico, altri poco dopo la nascita, altri all’università, poi basta: l’imprinting, per i non aristocratici, è solo giovanile (in età adulta i parvenu possono essere maggiordomi, mai élite). Un giorno la Classe Dominante decise di aumentare l’esistente «mascheratura» legale, inventò le «muraglie cinesi», dietro alle quali compiere, impuniti, ogni nefandezza. Negli anni ’60 il “«conflitto» era ancora ruzzante. Ricordo un caso curioso. Nella costruzione dell’autostrada Torino-Savona, aprirono un paio di caselli in prossimità di paesini collinari, sconosciuti ai più. Perché furono fatti, sapendoli inutili? Elementare, vi erano le ville di campagna di personaggi del potentato torinese (quelli senza elicottero), il «casello» rappresentava, nel contempo, una comodità personale e un riconoscimento pubblico («mi son fatto il casello!»). Oggi, nel linguaggio colto sono classificati come «caselli ad elevata automazione», nel linguaggio contadino monregalese: «Da trent’anni non entra-esce mai nessuno». Alla fine degli anni ’90, la Classe Dominante capì che i media dell’era Internet sarebbero diventati un pericolo. Sapevano pure che, con tutta la buona volontà (che non avevano), non potevano liberarsi dei loro conflitti d’interessi, essendo sia biologici che di «sistema». Il «tiranno» non poteva capirlo, apparteneva a un mondo ormai moribondo. I Professori-Banchieri, appena arrivati al potere lo esorcizzarono con una dichiarazione, non richiesta, del premier, che garantì totale trasparenza della sua squadra; solo una piccola dimenticanza: l’avverbio «formalmente». Le loro «muraglie cinesi» non sono oggi aggirabili, qualsiasi attacco diretto non può concludersi che con una sconfitta: così è stato per le due valenti giornaliste, così sarà. Costoro hanno un solo punto debole, e lo sanno: il loro curriculum. Se ci si limita a descrivere, con infinito dettaglio, i loro curricula e pubblicarli, ripubblicarli, pubblicarli ancora, entrano in crisi. Da questi si evince tutto: con chi ha studiato, le università frequentate, i master conseguiti, le società di consulenza ove ha fatto il junior, i protettori, gli amici, i nemici, con chi ha lavorato, coloro che gli sono «debitori» o «creditori», le aziende che ha gestito (con chi, come), i consigli di amministrazione di cui ha fatto o fa parte, i club nazionali-internazionali che frequenta, gli «intrecci» (sostanziali e psicologici), le «scivolate (escort, coca)», le «risalite» e così via. Più ci sono dettagli, meglio è. Visto che si riempiono la bocca in continuazione del termine «etica», molti di costoro, in presenza di una forte pressione psicologica dei media entrano in crisi, temono il termine «potenziale», riferito al conflitto d’interessi, allora si rifugiano nel loro «liquido amniotico adulto»: il salotto elitario. Commenti del giornalista? Mai, solo chiavi di lettura limpide per i cittadini-lettori. Per un’analisi completa, è bene registrare anche i «segnali deboli». Un esempio recente, colto dal solo Carlo Freccero: nei giorni in cui lo spread impazzava, i due ministri più potenti si trasferiscono in una fabbrica ristrutturata, incontrano un loro simile, che parla la loro stessa lingua, l’inglese, insieme compiono un rito sacerdotale, mentre il popolo (operai in tuta candida) applaude. Una banale inaugurazione? Un «segno»? Giudichino i lettori. I loro curricula si leggano tra le righe, si ascolti come pronunciano la parola «welfare», si osservi il linguaggio del loro corpo, si studino le pause, i «segni» che emettono, si proverà una sensazione che nessuna parola italiana o inglese può cogliere; solo un vecchio termine sabaudo-plebeo sarà d’aiuto, «sgiai» (sgiai è, fisicamente, ciò si prova quando si passa un’unghia sulla lavagna, metaforicamente il brivido che si prova a fronte di individui pericolosi: mia mamma lo provava verso gli ufficiali nazisti quando sorridevano). Questo «brivido», per il cittadino comune, è il potere. Il conflitto d’interessi dei potenti è una brutta bestia, mai doma, non lo si combatte ricercando la verità giuridica, basta e avanza quella psicologica, la sola che interessa al cittadino lettore-elettore. Molto lavoro, affascinante, attende i giornalisti.