Antonella Olivieri, Il Sole 24 Ore 10/1/2012, 10 gennaio 2012
IL MAXI-SCONTO E L’ALTO RENDIMENTO
L’aumento di capitale di UniCredit parte col piede sbagliato. Con l’avvio dell’operazione ieri le azioni hanno staccato il diritto a sottoscrivere due nuovi titoli ordinari al prezzo di 1,943 euro l’uno. Ed è stato un massacro: le azioni si sono fermate a 2,286 euro, il 12,8% in meno del prezzo teorico post stacco del diritto di venerdì, mentre i diritti sono crollati a 47 centesimi, vale a dire oltre il 65% in meno del loro valore teorico alla fine della settimana scorsa e a sconto di circa il 30% rispetto al valore al quale avrebbero dovuto assestarsi ieri. La somma delle due parti, che ricostituisce l’azione "piena", fa 2,756 euro che si confronta con i 3,982 euro del prezzo di Borsa dell’Epifania: in una sola seduta, cioè, UniCredit ha visto andare in fumo il 30% del suo valore.
La diversa dinamica delle due componenti del titolo indica però che gli azionisti hanno scaricato a piene mani soprattutto i diritti, segno inequivocabile che di voglia di sottoscrivere l’aumento ce n’è davvero poca. Probabilmente un ruolo l’ha giocato il retail, spaventato dai vistosi ribassi degli ultimi giorni, anche se in gran parte giustificati dalle tecnicalità dell’aumento a forte sconto.
Non sono bastate le promesse di rendimento a due cifre per le nuove azioni, implicite nelle previsioni del piano – che si prefigge di raggiungere un utile netto di 3,8 miliardi nel 2013 (distribuendone sotto forma di dividendi il 44%) e di 6,5 miliardi nel 2015 (con un pay-out del 39%) – a consolare chi era azionista ai tempi della fusione con Capitalia, quando le azioni valevano più di 7 euro, l’equivalente di 70 euro di oggi, dopo il raggruppamento dei titoli.
Almeno un terzo del capitale è però in mano agli investitori istituzionali esteri che ragionano in altri termini e hanno pochissima disponibilità a scommettere sui titoli del credito. Anche al netto dei 7,5 miliardi della ricapitalizzazione di UniCredit, c’è infatti la spada di Damocle di 107,5 miliardi che – secondo le prescrizioni dell’Eba (European banking authority) – le maggiori banche europee dovranno reperire entro giugno. Venerdì scorso, il grosso delle vendite su UniCredit arrivava dal Regno Unito: in particolare si è notato un blocco di 27 milioni di titoli in realizzo, probabilmente legato ad aggiustamenti sull’indice da parte di hedge fund.
C’è poi qualche "sospetto" sugli azionisti stabili. Secondo gli operatori qualche fondazione potrebbe aver coperto la propria posizione comprando put (opzioni a vendere a un prezzo prefissato), per evitare di ritrovarsi come la Fondazione Mps che ha visto scendere sotto il livello del pegno il prezzo delle azioni Mps sottoscritte con l’iuto di finanziamenti. In questo modo però si sarebbero innescate automaticamente le vendite delle controparti dei put, che a loro volta si sarebbero ricoperte.
Resta il fatto che a oggi la capitalizzazione di Borsa di UniCredit è crollata a 5,3 miliardi rispetto agli oltre 12 miliardi del 3 gennaio, il giorno prima dell’annuncio del prezzo: come se il mercato avesse già bruciato quasi tutto l’aumento di capitale. Gli operatori fanno notare che ai livelli di oggi UniCredit vale quanto la sola partecipazione nella controllata polacca Pekao, un affare per un raider che puntasse allo "spezzatino" del gruppo. La sottovalutazione del titolo è misurabile anche secondo altri criteri. Post-aumento, UniCredit sarebbe infatti trattata a 0,25 volte il patrimonio netto tangibile, decisamente a sconto rispetto a Intesa-Sanpaolo (0,43 volte il capitale netto tangibile), alla spagnola Santander (0,87 volte), alla svizzera Ubs (1,22 volte) e meno della metà rispetto al parametro medio di 0,65 volte dei titoli bancari europei comparabili. Prima di intervenire però i potenziali acquirenti aspetteranno che le vendite si sfoghino del tutto: c’è tempo ancora per altre nove sedute.