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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

Unicredit, crollano pure i diritti (-65%) Solo Mps fa peggio - La Borsa fugge dai diritti di opzione per l’aumento Unicredit e le quotazioni crollano ancora, con il titolo che chiude a -12,8% a 2,28 euro

Unicredit, crollano pure i diritti (-65%) Solo Mps fa peggio - La Borsa fugge dai diritti di opzione per l’aumento Unicredit e le quotazioni crollano ancora, con il titolo che chiude a -12,8% a 2,28 euro. Ma questa volta a conquistare la maglia nera nella gara al ribasso tra i bancari è Mps: il timore di un aumento di capitale per la banca senese torna a farsi sentire e il mercato colpisce duro portando l’azione giù del 14,38% a 0,19 euro. A tenere banco nella giornata di Borsa è comunque sempre Unicredit, con il suo travagliatissimo aumento da 7,5 miliardi partito proprio ieri. La campagna pubblicitaria «patriottica» della banca, mirata ai piccoli risparmiatori, non pare aver avuto grande effetto; così come non si realizzano le previsioni ottimistiche fatte dai vertici nei giorni scorsi su una ripresa delle quotazioni nel momento in cui si fosse cominciato a trattare separatamente i diritti di opzione per l’aumento. La realtà, invece, è che sul mercato si assiste a una pioggia di vendite proprio sui diritti, da ieri sul mercato, che con un valore di apertura fissato a 1,359 euro, chiudono in ribasso del 65,4% a 0,47 euro trascinando anche il titolo - che dopo una brevissima fase iniziale in rialzo viene sospeso per ben otto volte al ribasso - nel baratro. E’ un segno chiarissimo che molti azionisti, che ieri si sono ritrovati in mano i diritti per acquistare nuovi titoli a 1,9432 euro due per ogni azione ordinaria o di risparmio posseduta - hanno deciso di venderli immediatamente perché non intendono aderire all’operazione. Lo stesso amministratore delegato Federico Ghizzoni deve prenderne atto: «Non ci aspettavamo un calo del titolo in Borsa di questa entità - dice in un videomessaggio ai 60 mila dipendenti italiani del gruppo che va al di là della flessione fisiologica attesa». Ghizzoni attribuisce il calo «a fattori tecnici e a fattori di carattere più generale», senza specificare quali siano, e afferma però che «questo non tocca al bontà dell’operazione». «Va detto con chiarezza che i fondamentali della banca sono buoni - annuncia ancora l’ad - che abbiamo un’ottima situazione di liquidità e tutto ciò avrà molto più valore al temine dell’operazione». E ancora: «L’aumento di capitale assolutamente certo, perché comunque tutto sottoscritto dal consorzio di collocamento, consentirà a Unicredit di essere fra le banche meglio capitalizzate in Europa... Avremo le risorse necessarie per finanziare adeguatamente lo sviluppo della banca e per contribuire in modo importante al rilancio delle economie nelle quali operiamo». In realtà, il caso Unicredit seguito con ansia da quelle banche che secondo l’Autorità bancaria europea devono portare il loro Core Tier 1 sopra il 9%, rischia indirettamente di avere un effetto negativo sul finanziamento all’economia reale assai superiore alla portata della sola banca italiana. Se la prima prova di una ricapitalizzazione chiesta in sostanza dall’Eba e condotta da Unicredit sta andando così male è prevedibile che molte altre banche - l’Eba ha sottolineato la mancanza complessiva di 115 miliardi di capitale - evitino di chiedere soldi sul mercato e preferiscano invece chiudere linee di credito ai clienti, per arrivare comunque a un Core Tier 1 del 9% limitando al massimo le ricapitalizzazioni. Proprio la paura di un aumento, per l’appunto, ha alimentato ieri le vendite su Mps, che in tre giorni mette a segno un calo del 21%. Secondo l’Eba la banca deve rafforzare il suo capitale per 3,2 miliardi. Siena ha finora negato qualsiasi aumento, spiegando che conta di rafforzarsi anche attraverso il computo dello strumento convertibile Freshes. Ma il tempo stringe - le banche hanno fino al 20 gennaio per spiegare come procederanno - e dalla Banca d’Italia non sono al momento arrivate novità. Tutto questo mentre il cambio al vertice giovedì il cda nominerà Fabrizio Viola direttore generale al posto di Antonio Vigni - fa capire che c’è un profondo ripensamento sulle strategie. Come ha spiegato ieri il presidente Giuseppe Mussari ai sindacati, il cambio della guardia è stato deciso «per dare una scossa ai mercati». Ma forse non era questa la scossa che si aspettava.