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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

OMBRE SULLA REPUTAZIONE DI UN BANCHIERE

La reputazione è tutto, per un banchiere centrale. Ogni suo comportamento - un tempo non era così per qualsiasi professione? - deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Lo scandalo che ha coinvolto Philipp Hildebrand, il presidente della Banca nazionale (Bns), non è allora un’esplosione di puritanesimo; e non è sufficiente ricordare che la Svizzera è molto rigorosa in quanto - comunque si giudichino le sue politiche - molto democratica. La questione è generale.
Il governatore è inciampato su un tema che aveva molto agitato gli animi: la politica valutaria. Da marzo 2009 a giugno 2010 la Bns ha cercato di mantenere sotto controllo il franco, sottoposto a crescenti pressioni rialziste perché considerato un "asset sicuro". Solo l’annuncio dell’intenzione di voler domare il cambio fu dirompente: il mondo accusò Berna di voler scatenare una nuova fase di svalutazioni competitive (la "guerra delle valute"...). Anche se l’obiettivo era in realtà solo quello di tener fermo il valore del franco verso l’euro.
Quella politica, in ogni caso, non ebbe successo. La Bns vendette invano franchi, per frenare il cambio, e aumentò le riserve in valuta estera fino a 200 miliardi. Con uno sgradevole effetto collaterale: il rialzo della valuta generò perdite per 20,8 miliardi nel 2010, e 10,8 miliardi a giugno del 2011. In totale oltre 30 miliardi, oltre 4mila franchi per ciascun svizzero, che avrebbero potuto richiedere nuove tasse per ripianarle. Hildebrand fu accusato, in sostanza, di essere incompetente.
Il cambio di politica fu quindi necessario. Dopo aver promesso, nell’agosto 2011, un forte aumento della liquidità, a settembre - trasformandosi in un "gestore delle aspettative" - la Bns fissò un tetto per il franco: non sarebbe stato più tollerato un euro sotto quota 1,20. Da allora così è stato: un obiettivo chiaro, e strumenti efficaci per raggiungerlo, hanno spinto gli investitori a credere nella Bns e ad anticiparne gli effetti. L’euro, che era sceso fin quasi a un franco, da settembre ha oscillato tra 1,20 e 1,25. Il bilancio della Bns già alla fine di quel mese era tornato in attivo.
È qui che si infila lo scandalo della moglie di Hildebrand. Kashya, un tempo trader sul valutario, ha realizzato in due mesi un profitto del 19% (75mila franchi su 400mila). Ha investito in agosto, quando la Bns ha intensificato l’offensiva sul valutario; e ha investito in dollari invece che in euro. Una scelta da cui si potrebbe argomentare sia la razionalità dell’investimento (molti avranno scommesso sul successo della Bns), sia le capacità di Kashya (il rialzo del dollaro è stato superiore a quello dell’euro) sia la volontà di mascherare l’insider trading (puntando sulla valuta Usa).
Poco importa. Si possono accettare come attenuanti, a favore di Hildebrand, le capacità della moglie; si può ammettere che la politica valutaria sarebbe stata adottata in ogni caso; si può pensare che l’interesse della Svizzera sia stato comunque rispettato; si può "prendere per buona" l’idea che il presidente semplicemente non possa provare la sua innocenza. Tutto questo non sposta la questione: Kashya avrebbe dovuto astenersi da comportamenti che gettano un’ombra sulla correttezza del marito, che ora non può più chiedere fiducia per le scelte che fa. Le dimissioni erano doverose.