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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

I BIG ITALIANI DEL CREDITO TRASFORMATI IN PESI PIUMA. TUTTI VALGONO COME BNP

Unicredit, la maggiore banca italiana per asset, che ha interessi in 22 Paesi e una rete in 50 mercati, vale in Borsa intorno agli 8 miliardi, più o meno 500 milioni in più rispetto all’aumento di capitale partito ieri. Nella classifica delle banche europee oscilla secondo i giorni tra il 23 e 24esimo posto. Prima della crisi dei subprime, che nell’estate del 2007 è esplosa negli Stati Uniti per diffondersi come una pandemia in tutto il mondo finanziario, l’istituto di piazza Cordusio quotava 69 miliardi ed era settimo in Europa. Capitalia, con la quale la banca allora guidata da Alessandro Profumo si è unita nell’ottobre di quello stesso anno, quotava da sola 18 miliardi. Oggi l’aggregato vale la metà del solo gruppo romano.
La caduta di Unicredit appare ancora più drammatica se si guarda ai valori precedenti al secondo grande choc dopo i mutui americani: quello dei debiti sovrani, che ha colpito in particolare le banche italiane (e spagnole) che «stivano» da sempre nei portafogli montagne di Bot e Btp, non troppo diversamente da quanto fanno gli istituti tedeschi o francesi (impera la «home bias», cioè la tendenza da parte di tutti gli investitori a comprare attività finanziarie emesse nel proprio Paese, e quindi dal proprio Stato) ma i loro titoli di debito pubblico hanno sofferto decisamente meno. Ebbene, Piazza Cordusio alla fine di giugno di quest’anno in Piazza Affari capitalizzava ancora 28 miliardi circa. Poi in ottobre sono arrivate le cifre dell’Eba, l’autorità bancaria europea, che ha calcolato la necessità di capitale aggiuntivo per far fronte appunto al rischio sovrano: il record italiano è stato di Unicredit, con 7,3 miliardi. Cifra poi confermata nella verifica successiva dell’authority guidata da Andrea Enria. Prezzi giù fino al tracollo degli ultimi giorni. Ora vale meno di quanto Montepaschi ha pagato nel 2008 Antonveneta, rilevandola dal Santander per circa 10 miliardi.
La banca oggi guidata da Federico Ghizzoni è stata per diversi motivi presa di mira da vendite speculative, tecniche e anche motivate da qualche malumore degli azionisti-fondazioni che in passato hanno incassato molto in termini di dividendi ma poi hanno dovuto mettere mano ai portafogli più di una volta per ricapitalizzare il gruppo. Però il caso Unicredit, pur più «drammatico» in questi ultimi giorni, si inserisce in un destino comune. Restando in Italia, Intesa Sanpaolo, banca che ha proceduto l’anno scorso a ricapitalizzare per 5 miliardi, oggi ne vale in Borsa 18, e prima della crisi subprime 65. Ciò significa che la somma dei due istituti che si sono uniti all’inizio del 2007 vale attualmente la metà di quanto quotava il più grande dei partecipanti alle nozze, cioè Intesa che nei mesi precedenti all’operazione capitalizzava 34-35 miliardi. L’istituto oggi guidato da Enrico Tommaso Cucchiani non è comunque stato inserito dall’Eba fra le banche che devono ancora rafforzarsi e questo probabilmente contribuisce a spiegare la migliore, relativa, «tenuta» rispetto a Piazza Cordusio. Mps, che in estate ha aumentato il capitale di 2,1 miliardi e per il quale l’Eba ne ritiene necessario un altro da 3,6, nel giugno 2007 valeva 12 miliardi, oggi 2,5. Più o meno lo stesso «sboom» di Ubi (un miliardo di aumento già effettuato, prescrizione Eba pari a 1,3), passato anch’esso da 12 a 2,5 miliardi. Banco Popolare, primo a ricapitalizzare per 2 miliardi (Eba: altri 2,7) valeva 8 miliardi mentre oggi viaggia su 1,5. La Popolare di Milano, che con l’aumento da 800 milioni in dicembre ha vissuto una rivoluzione cambiando assetti e governance, prima della grande scossa Usa valeva in Borsa 4,6 miliardi, oggi 844 milioni.
Interessante è poi osservare come gli aumenti di capitale siano stati «bruciati» in Borsa almeno in parte sempre abbastanza in fretta: se si guarda a qualche tempo prima e dopo le operazioni, Montepaschi quotava ante 4,5 miliardi, post 5,1; Ubi 3,4 miliardi e 2,8; Intesa 24,4 miliardi e 27,9; Bpm 683 milioni e 803. Si vedrà cosa accadrà per Unicredit.
Le banche italiane, a questi valori, sono bocconi appetibili per acquisti dall’estero? L’interrogativo ha senso se ci si basa sulle nude cifre, visto che i nostri principali sei istituti retail capitalizzano insieme quanto la sola francese Bnp Paribas (34 miliardi). Ne ha meno invece se si guarda all’immobilismo che caratterizza il mercato mondiale: la liquidità è scarsa e la propensione all’investimento è sparita o quasi; è difficile «leggere» e interpretare i valori degli asset soprattutto in relazione alla redditività futura e al bisogno di capitali; resta molto limitata la visibilità sulla congiuntura e quindi a maggior ragione sulle strategie future, tanto è vero che diversi banchieri ammettono in privato che i piani industriali, anche quelli più recenti, sono scritti «sull’acqua» perché in pochi mesi il mondo è cambiato. Ma restando alle sole cifre, Unicredit che nel giugno 2007 valeva poco meno di Santander (che quotava 85 miliardi) o di Bnp (82), oggi non è difficile classificarlo come loro preda potenziale (a parte il fatto che l’istituto ha conservato anche dopo la privatizzazione il tetto al possesso pari al 5%). La banca di piazza Cordusio, che pure ha fatto partire un aumento da 7,5 miliardi che porterà il core tier 1 sopra il 10%, oggi vale un sesto del gruppo spagnolo e un quarto dell’istituto francese che, va sottolineato, nel 2008 e 2009 ha ricevuto aiuti di Stato attraverso sottoscrizione di titoli subordinati e azioni (in parte restituiti) per 7,7 miliardi. A maggior ragione ciò può essere detto per Ubi o Montepaschi, che attualmente valgono circa un ventesimo della banca di Emilio Botin. Sono nel mirino? Difficile dirlo.
Certo è invece il fatto che se oggi le banche italiane si sono «sgonfiate» di più e quindi sono diventate (sotto il profilo teorico) facilmente catturabili, ciò va attribuito sì al fattore debito sovrano e «interpretazione» Eba, ma probabilmente anche al fatto che, post crisi subprime, i nostri istituti, più retail e tradizionali nel core business (credito alle imprese) e quindi meno esposti alla «turbo finanza» che ha messo in crisi il sistema mondiale, hanno fatto ricorso all’aiuto pubblico in modo di gran lunga più limitato. Secondo l’ultimo aggiornamento dei «Piani di stabilizzazione finanziaria», cioè degli interventi di Stato verso le banche, diffuso ieri da R&S-Mediobanca, in Europa al netto dei rimborsi sono stati messi a disposizione dagli Stati 1.231 miliardi (fra capitali e garanzie). In Italia i Tremonti bond (in parte già restituiti) hanno raggiunto complessivamente a malapena i 4,1 miliardi, e non sono stati richiesti da big come Unicredit e Intesa. La sola Ing group, che oggi capitalizza 20 miliardi (contro i 72 del giugno 2007) e che quindi potrebbe «aspirare» a comprare Unicredit, è stata soccorsa a vario titolo con 31,6 miliardi. Ubs, passata da 94 a 35 miliardi, comunque il doppio di Intesa Sanpaolo, ha ricevuto capitali netti per 15 miliardi, quindi più o meno quanto vale la banca presieduta da Giovanni Bazoli. E ancora, l’inglese Barclays, che tante voci descrivono monitorare il mercato italiano in cerca di prede, nel 2008-2009 ha ottenuto dallo Stato una linea di garanzia per 7,2 miliardi. Grande cioè quanto Unicredit oggi.
Sergio Bocconi