LAURA ANELLO, La Stampa 10/1/2012, 10 gennaio 2012
“Ho raccolto tutte le tessere del puzzle dell’umanità” - Oops, ho dimenticato il taccuino in macchina»
“Ho raccolto tutte le tessere del puzzle dell’umanità” - Oops, ho dimenticato il taccuino in macchina». «Non si preoccupi, gliene do io uno dei miei 6000». In un balzo Domenico Agostinelli piomba a colpo sicuro su un ripostiglio gravido di pergamene e quaderni, un isolotto in un mare di oggetti umani che a navigarlo vengono le vertigini: 14 quintali di bottoni, tre di monete, un quintale e passa di francobolli, due di chiodi in ferro. E poi occhiali e ombrelli, pentole e denti, abiti e giocattoli, lampadari e palloni, pietre e lapidi funerarie, strumenti musicali, sci, perfino una collezione di barattoli di polvere. «Ho cominciato guardando al microscopio quella che c’era dentro un quadro del Seicento: ognuna è diversa dall’altra, con le sue larve e i suoi frammenti». C’è tutto, in questi cinque immensi depositi del collezionista dei record nascosto in una frazione di Acilia, Dragona, a un passo da Ostia Antica. C’è il tentativo illuministico di sistematizzare razionalmente l’universo, e c’è il barocco, con il suo horror vacui - la paura del vuoto da riempire con volute e decori - e con le sue Wunderkammer, le stanze delle meraviglie fatte per stupire. C’è soprattutto la semplicità profonda e naïf di un contadino abruzzese di Campli, 71 anni, che ha cominciato portando in giro per le campagne dipinti dei santi e poi ha fatto fortuna con il commercio di mobili e di quadri. «La prima volta mi hanno dato in cambio un’ocarina», racconta con gli occhi che si illuminano con lo stesso scintillio di Paperon de’ Paperoni che parla del primo cent. Lo hanno scovato tre film maker siciliani - Antonio Macaluso, Giuseppe Sinatra, Dodo Veneziano - che giravano l’Italia per un progetto sugli scarti fotografici, cioè scatti sbagliati con le teste mozzate o in controluce. «Fotografie? Ne ho cinque valigie», ha risposto lui fulminandoli. Così sono arrivati qui, a girare «Il custode del tempo». Trovando, oltre alle foto, autografi, cannocchiali, vestiti, bastoni da passeggio, mappamondi, strumenti medici, animali impagliati, cartoline, cappelli. C’è la macchinona nera Anni 30 appartenuta alla famiglia di Al Capone, la culla della famiglia de Curtis («forse ci ha dormito Totò»), una lupara con due tacche («vuol dire che ha ucciso due volte»), una bambolina di porcellana afgana («lì i medici non possono guardare né toccare le donne, allora indicano sulla bambola il punto che duole»). C’è un uovo di dinosauro di 65 milioni di anni fa, una mini-copia del Mein Kampf di Hitler che i soldati tedeschi portavano nel taschino della divisa, la condanna a morte di Mazzini e una sua lettera originale. Affiora, negli schedari di un deposito, un vecchio album di foto: «Sono di Matilde di Savoia». Ma in questa incredibile, compulsiva accumulazione di oggetti che fanno di Agostinelli un caso unico in Italia e una miniera per i trovarobe delle produzioni cinematografiche (Tornatore, Zeffirelli, Pupi Avati hanno qui un indirizzo sicuro) non c’è venalità. Solo una corsa contro il tempo, il tempo della vita, «per raccogliere tutte le tessere del gigantesco puzzle dell’umanità, perché anche la più insignificante è preziosa e necessaria per comporlo». Si stenta a credere, camminando sotto le volte da cui penzolano 3.000 occhiali, 3.200 ombrelli, centinaia di scarpe, passando dalla stanza degli strumenti musicali stipata di chitarre, violini e bongos alla camera dell’occulto con le lapidi tombali e gli oggetti da magia, perlustrando i sotterranei dove ancora il re dei collezionisti scava per trovare nuovi spazi, che tutto questo sia stato accumulato in una sola generazione. Ed è inevitabile pensare che con lui tutto il suo mondo possa sparire, perché non c’è altra persona che conosca i milioni di pezzi, che sappia spiegarli, che ci si sappia orientare. C’è poco di archiviato, anche in quell’abbozzo di «Museo della cultura popolare e dell’artigianato scomparso» che ha creato in 4.000 metri quadrati, un piccolo tassello di quel che c’è nei magazzini. Per i parenti che gli hanno visto vendere tutti i terreni per girare sessanta Paesi del mondo a cercare pezzi, è solo lo stracciarolo. «I miei due figli non ne vogliono sapere, il più grande sta in America e fa l’agente immobiliare dei vip, la seconda ha aperto un’agenzia di viaggi - dice - ma io continuo a sperare che si ravvedano. Le istituzioni? Non esistono. Avevo chiesto alla Regione Lazio un contributo di 2.200 euro per fare i depliant delle collezioni aperte al pubblico, ma non me l’hanno dato». Paura della morte? «No, quella è solo un passaggio di stato, come i solidi diventano liquidi o gas». Di certo ha già pronta la cassa, accumulata nel mare di oggetti. Dentro ci sono la foto della madre («quella di mia moglie no, non ci vado d’accordo»), un mucchietto di chiodi, una piccozza, mentre il rivestimento esterno è di bottoni: il suo oggetto preferito, a giudicare dalla voluttà con cui mette le mani nei sacchi di juta in cui li conserva. «Li mescolo ogni sera, prima di andare a letto, e prendo tutta l’energia che arriva dalle mani che li hanno toccati, dagli uomini che li hanno indossati. Un giorno, chissà, inventeranno una macchina capace di dirci a chi è appartenuto ciascuno di loro, per un catalogo universale dell’umanità».