Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Trump vuole ritirarsi dagli accordi di Parigi sul riscaldamento globale
Scandalo, perché Donald Trump, informalmente, ha fatto sapere che gli Stati Uniti usciranno dall’accordo sul clima siglato a Parigi da 183 nazioni nel dicembre del 2015. Un gran successo di Obama, a quel tempo, che per questo solo fatto il suo successore-avversario deve demolire.
• Non mi piace questo fatto: stiamo discutendo intorno a un’indiscrezione, perché Trump non ha ancora deciso.
Trump ha attaccato l’accordo di Parigi sul clima già durante la campagna elettorale. Poi s’era saputo che avrebbe rotto quell’intesa anche prima del G7 di Taormina. A Taormina ha detto che avrebbe preso una decisione dopo il ritorno negli Stati Uniti. Ieri su twitter il Presidente ha detto ancora: «La decisione verrà annunciata tra qualche giorno. Faremo l’America di nuovo grande». Però il sito web Usa Axios, citando «due fonti vicine all’amministrazione» sostiene che Trump avrebbe confidato ai suoi collaboratori più stretti l’intenzione di sfilarsi da Parigi. Come mai non si decide a comunicarlo una volta per tutte? Perché ci sono pressioni da parte dei movimenti ambientalisti e delle industrie che fanno riferimento all’economia verde. Apple, Google, Microsoft, Walmart, BP e Shell hanno ufficialmente chiesto a Trump di non rompere con Parigi. Notiamo che tra queste sigle ci sono due primarie industrie petrolifere e un grande distributore di merci. Non proprio santerellini.
• Ma allora perché insiste su questa marcia indietro che non gli chiede nessuno?
Ai repubblicani l’intesa sul clima di Parigi non è mai piaciuta. Adesso, a parte il fatto che è firmata Obama, c’è poi la questione tedesca: Merkel è tra i più accesi sostenitori di Parigi e della svolta ambientalista delle politiche occidentali. Trump da Taormina ha dichiarato guerra ai tedeschi, definiti più volte «cattivi» o «pessimi». Merkel, come sappiamo, ha risposto che, pur continuando a essere «transatlantica», l’Europa deve comunque cominciare a far da sé. Quindi rompere sul clima contribuisce a prendere le distanze da Berlino. Il guaio è che Trump vuole i soldi per la difesa militare che ci garantisce, e quelli in qualche modo bisognerà darglieli.
• Che cos’era alla fine questo accordo di Parigi?
L’intesa parigina ha una sua importanza, il ministro Fabius, all’epoca, la annunciò quasi con le lacrime agli occhi, l’attuale presidente Macron la difende a spada tratta. In realtà, non si tratta di chissà quale rivoluzione, solo che a Copenhagen, nel 2009, i capi del mondo non avevano raggiunto nessun accordo e a fronte di quel fallimento completo la piccola intesa di Parigi sembrò una gran cosa. Si trattava di impegnarsi, da parte dei 183 Stati che sottoscrissero, a ridurre le emissioni di anidride carbonica al di sotto dei 40 miliardi di tonnellate entro il 2030, partendo da una produzione di anidride carbonica, nel 2014, di 35 miliardi e 700 milioni di tonnellate. Bisognava cioè assicurare un incremento di fattori inquinanti di poco superiore ai quattro miliardi, eventualità ritenuta impossibile a breve, forse accostabile dopo il 2027. D’altra parte, secondo gli studi degli scienziati dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il mondo deve sforzarsi di contenere l’aumento del riscaldamento globale, provocato secondo quegli scienziati dall’attività inquinante dell’umanità, sotto la soglia dei 2° centigradi, e già con le limitazioni stabilite a Parigi si arriverà al massimo a 2,7. Sappiamo che cosa significa «riscaldamento globale»: scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello del mare, sparizione di Venezia e tutto il resto.
• Perché definisce questo accordo «piccolo»? Non mi pare così piccolo.
Il fatto è che l’adesione di ciascun Paese è volontaria. E che prima del 2025 non si farà nessun controllo per sapere chi sta inquinando, nonostante gli impegni dichiarati. Se l’adesione è volontaria, a che titolo saranno irrogate le (eventuali) sanzioni? Altra questione: inquinando, i Paesi occidentali si sono fatti ricchi, adesso che ad arricchire dovrebbero essere cinesi, indiani e altri ex poveri si mettono delle limitazioni. Per ovviare a questa ingiustizia, a Parigi si stabilì di passare ai Paesi che basano la loro economia sul carbone un centinaio di miliardi di dollari per incoraggiarli a smetterla. Magari a Trump dà fastidio anche questo esborso, tipicamente obamiano.
• Com’è la classifica degli inquinatori?
In termini assoluti (miliardi di tonnellate di anidride carbonica prodotta ogni anno) al primo posto c’è la Cina, 10.6; al secondo gli Stati Uniti, 5.3; al terzo l’India, 2.3; al quarto la Russia, 1.8; al quinto il Giappone, 1,3. Gli altri stanno tutti tra lo 0,3 francese e lo 0,8 tedesco. L’Italia inquina per 300 milioni di tonnellate. Durante i lavori di Parigi, il New York Times pubblicò un editoriale di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e all’epoca primo investitore di Facebook, il quale invitava, nonostante il disastro della centrale di Fukushima, a prendere nuovamente in considerazione il nucleare. Il carbone, scrisse, uccide in America 13 mila persone ogni anno, Chernobyl ha fatto in tutto cinquanta morti. Discorsi superati. Oggi il nucleare, al tramonto se non altro per ragioni culturali, produce appena il 5,7% dell’energia complessiva. Il 32% viene ancora dal carbone, il 20 dal gas, il 29 dal petrolio, il 10,8 dalle fonti rinnovabili. Il problema è che finché il petrolio costerà 40-50 dollari, non ci sarà nessuna voglia di investire troppo sul solare e sul resto.
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