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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Una storia italiana: Marijuana

Andrea Trisciuoglio è un ragazzo pugliese malato di sclerosi multipla. Fino a dieci anni fa si curava con i farmaci tradizionali, ma i benefici che ne ricavava erano pochi. Poi un medico gli consigliò di provare con la cannabis. Da quel momento Andrea è tornato a camminare. Oggi assume 10 grammi di cannabis al giorno tra biscotti, tisane, burro e altri derivati e con la sua associazione Lapiantiamo! si batte affinché l’uso terapeutico non sia limitato a quelle poche migliaia di italiani che riescono a curarsi con la pianta, che lui chiama «i privilegiati».
Le difficoltà che oggi deve affrontare chi vuole utilizzare la marijuana terapeutica sono innumerevoli, ed esprimono bene la complessità che accompagna il tema della cannabis in Italia. Discuterne significa immergersi in un pentolone in cui si mescolano narcotraffico, sistema carcerario, produzione industriale, usi terapeutici e consumo ricreativo. È un settore in evoluzione, dai confini labili.
Quello tra la cannabis e l’Italia è un rapporto longevo; nella prima metà del Novecento eravamo il primo produttore europeo di canapa, con oltre 100 mila ettari di coltivazioni e produzioni che andavano dai 263 mila quintali del Ferrarese ai 157 mila del Casertano. La culla della canapa era il Piemonte, con la varietà Carmagnola, i cui semi si esportavano anche all’estero. I raccolti alimentavano soprattutto il settore tessile e per migliaia di famiglie la canapa era la principale fonte di reddito.
Poi qualcosa cambiò. Lo sviluppo dei materiali sintetici ridusse l’interesse per la canapa e, in parallelo, esplose la campagna proibizionista culminata con la war on drugs e la Convenzione Onu sugli stupefacenti del 1961, che incluse cannabis e derivati nel registro delle sostanze proibite. Nel 1975 la legge Cossiga proibì la coltivazione anche a fini industriali, portando alla scomparsa di quei 100 mila e più ettari di coltivazioni. Il proibizionismo trasformò drasticamente la percezione sociale della cannabis. In seguito, nel 1990, l’Italia adottò uno schema legislativo di proibizionismo soft, la legge Iervolino-Vassalli. Un’impalcatura legale che differenziava tra droghe leggere e pesanti nella determinazione delle pene, prevedendo solo sanzioni amministrative per i reati legati alla cannabis. L’apice del proibizionismo è stato però raggiunto nel 2006, quando la legge Fini-Giovanardi equiparò la cannabis alle droghe pesanti nel calcolo delle pene, con periodi di carcere dai 6 ai 20 anni. Nel 2014 la Corte Costituzionale ha però bocciato la legge Fini-Giovanardi, restituendo al paese la Iervolino-Vassalli.
Il peso del proibizionismo
In realtà il processo storico che ha fatto della cannabis un tabù può essere descritto come un paradosso: più è aumentato il proibizionismo, più sono cresciuti il consumo e il commercio di droghe leggere. Secondo la Relazione 2016 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, 83 milioni di europei tra i 15 e i 64 anni hanno fatto uso di cannabis almeno una volta. In Italia, il Dipartimento delle politiche antidroga stima che nel 2014 il quattro per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni abbia fatto uso di cannabis, valore che sale al 23 per cento per la fascia tra i 15 e i 19 anni.
Quello della cannabis è dunque un mercato vivo e in crescita, mai messo in discussione dall’ondata proibizionista. A monopolizzare il business è la criminalità organizzata, che ricava dalle sostanze stupefacenti il 70 per cento dei suoi introiti, per ur mercato nero che vende fino a tre milioni di chili di cannabinoidi l’anno, per un valore di circa 7 miliardi di euro, equivalenti allo 0,4 per cento del Pil.
È la Direzione nazionale antimafia a riconoscere nel 2015 che “nonostante il massimo sforzo profuse dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva”. Conclusione ottenuta dall’analisi delle statistiche sulla repressione delle droghe leggere: su tutte le denunce per reati connessi alla droga nel 2014,14.488 (il 49,1 per cento) riguardano la cannabis, e solo 2.766 sono per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Queste denunce portano a migliaia di processi che pesano significativamente sul sistema giudiziario italiano in termini di costi, tempo e risorse umane e spesso si tramutano in periodi di detenzione in carcere.
«Nel 2009 i detenuti per reati di droga erano il 41,56 per cento del totale. Con l’abrogazione della Fini-Giovanardi c’è stata una contrazione immediata al 35,3 del 2014, fino ad arrivare al 33,9 del 2015», spiega Andrea Oleandri di Associazione Antigone e Non me la spacci giusta. «Ora il trend è nuovamente in salita, lieve, ma pericolosa. Al 31 dicembre 2016 i detenuti per violazione del testo unico sugli stupefacenti erano il 34,2 per cento del totale». Se un detenuto su tre si trova in carcere per reati di droga, il 40-50 percento di questa categoria – circa 10 mila – ha subito una condanna per reati legati alla cannabis, con un costo di gestione per lo Stato di circa 500 milioni di euro annui.
«La legalizzazione della cannabis andrebbe soprattutto a incidere sul sistema pre-carcere, liberando quelle risorse che oggi vengono destinate alle attività investigative sui “pesci piccoli”», continua Oleandri. Questo potrebbe tramutarsi in maggiori investimenti per le retate di ampio raggio, come quelle che la Guardia di Finanza effettua nei mari italiani per bloccare i carichi illegali di cannabis provenienti dall’Albania e dal Marocco.
Come sottolinea la Direzione nazionale antimafia, il quantitativo sequestrato di cannabis “è 10/20 volte inferiore a quello consumato”. Il Ministero dell’Interno rende noto che nel 2015 sono state sequestrate 67 tonnellate di hashish e nove di marijuana, quindi potenzialmente nel Belpaese si trovano oltre 1.000 tonnellate di droghe leggere. Gran parte arriva via mare dall’Albania, vera piazza europea della cannabis: da una parte è un importante produttore, dall’altra è via di transito per droghe prodotte in Medio Oriente. Ogni anno centinaia di tonnellate di droghe leggere attraversano l’Adriatico su imbarcazioni di corrieri clandestini e contrabbandieri. Una volta in Salento, la droga viene raccolta e portata presso i depositi allestiti nelle campagne pugliesi, per poi essere immessa sul mercato nero, gestito in primis dalla ’ndrangheta.
I finanzieri del Gruppo Operativo Antidroga operano per intercettare le partite di droga già al largo delle coste. Quando non ci riescono, cercano di smantellare le cellule in attività sul territorio italiano attraverso intercettazioni, pedinamenti e operazioni sotto copertura. Nonostante gli ampi sforzi e il personale esperto messo in campo, la dimensione del traffico è tale che solo parte del carico viene bloccata. Il resto finisce sul mercato e va a ingrossare il portafoglio delle mafie. Che per accrescere i ricavi tagliano la cannabis con lacca, lana di vetro, piombo e altre sostanze nocive per aumentarne peso e lucentezza. Nel 2016 l’Università di Berna ha analizzato 191 campioni di marijuana sequestrati in Svizzera: il 91 per cento, per lo più di provenienza italiana, risultava contaminato.
Legalizzazione all’italiana
La tossicità della cannabis gestita dalle mafie è uno degli elementi che hanno favorito l’accelerazione del dibattito pubblico per la legalizzazione. Ne è stato promotore l’onorevole Benedetto della Vedova, che in una lettera inviata nel 2015 a tutti i parlamentari ha sottolineato come “il problema non è più dichiararsi favorevoli o contrari alla legalizzazione, piuttosto è regolare un mercato che è già libero”. Oggi l’Intergruppo cannabis legale riunisce oltre 200 parlamentari di diversi schieramenti. L’obiettivo è scardinare le basi su cui finora è stata trattata la questione a livello istituzionale, anche alla luce dei casestuclies positivi di Stati di recente legalizzazione o depenalizzazione come Uruguay, Colorado o Portogallo.
Nel 2015 la proposta di legge elaborata dall’intergruppo è stata inserita nelle audizioni presso le Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera. Nel giugno 2016, la svolta: la calendarizzazione per il 25 luglio della discussione parlamentare sulla proposta di legge, per la prima volta nella storia italiana. I circa 2.000 emendamenti presentati dalle opposizioni hanno però rallentato l’iter e la proposta è stata rimandata alle commissioni della Camera. A marzo 2017 il processo si è rimesso in moto e ora si attende che venga nuovamente calendarizzata la discussione parlamentare per un processo che si preannuncia ancora lungo e travagliato.
Allo stato attuale la proposta prevede la possibilità di coltivazione in forma associata e personale, per un massimo di cinque piante a persona, un limite di detenzione personale di 5 grammi, o 15 in privato domicilio. È fatto divieto di consumo in luoghi pubblici, così come di spaccio. L’obiettivo è creare un monopolio di Stato nella vendita e produzione di una sostanza certificata e garantita.
Uno dei punti su cui più insiste l’intergruppo riguarda poi il bilancio degli effetti economici derivanti dalla legalizzazione. Secondo uno studio dell’Università di Harvard, le casse statali guadagnerebbero 10 miliardi di euro l’anno dalla legalizzazione: l’80 per cento come proventi fiscali dalla vendita e il restante 20 dal risparmio sulle retate, sui processi e sulle incarcerazioni. L’obiettivo finale è “rubare” il mercato alla criminalità organizzata, secondo la logica che il consumatore medio preferirà comprare una sostanza certificata e legale piuttosto che affidarsi all’illegalità.
La proposta di legge cambierebbe dunque lo scenario attuale della legge Iervolino-Vassalli, mantenendo intatto l’apparato sanzionatorio per lo spaccio e il narcotraffico ma, al contempo, cancellando quei meccanismi dispendiosi e repressivi che oggi colpiscono piccoli coltivatori e consumatori. Aumenterebbe, poi, l’attenzione istituzionale verso il comparto sanitario, sia con meccanismi di semplificazione per lo sdoganamento definitivo della cannabis terapeutica, sia con finanziamenti sempre più sostanziosi verso le iniziative di prevenzione del consumo ricreativo.
La rinascita della filiera industriale
Non rientrerebbe però nel monopolio statale la canapa per uso industriale, fiore all’occhiello dell’economia agricola italiana di un secolo fa. Come spiega Margherita Baravalle, presidentessa di Assocanapa (circa 450 associati), «manca una normativa chiara e manca una strategia a livello nazionale». Ciò nonostante, la produzione di canapa industriale sta registrando un piccolo boom. Nel 1998 è stata resa nuovamente legale la coltivazione, mentre nel dicembre 2016 è stata definitivamente esclusa dalla normativa antidroga purché le sementi abbiano un contenuto di Tue inferiore allo 0,2 per cento. Baravalle sottolinea come la sua associazione si ritrovi a combattere una guerra quotidiana con le istituzioni per elaborare un’infrastruttura legislat iva che possa regolamentare il settore.
Intanto Coldiretti stima in oltre 1.000 ettari le piantagioni di canapa industriale del nostro paese. Un balzo in avanti rispetto al passato per una pianta che viene utilizzata in mille modi. Dall’edilizia, con le costruzioni in calce e canapa, al tessile. Dall’energetico, con il biogas e altri combustibili, all’alimentare. Fino alla bonifica dei terreni, grazie alle proprietà di fitorisanamento della pianta: a Taranto l’associazione Canapuglia, seguendo un esperimento simile realizzato a Chernobyl, ha messo a coltura tre ettari sfruttando le proprietà assorbenti delle radici della cannabis per bonificare i terreni dalle sostanze nocive provenienti dall’Ilva e restituirli alla popolazione, mettendo fine al divieto di pascolo e coltivazione che dura dal 2010.
Le start-up italiane della canapa industriale crescono a vista d’occhio e nel 2016 sono triplicati gli ettari coltivati, mentre dal 2014 a oggi sono raddoppiate le aziende agricole coinvolte nella semina. South Hemp, realtà pugliese operativa nel
Centro e Sud Italia, è tra queste. «Facciamo filiera € prima trasformazione, con un impianto che trasforma 4.000 tonnellate di paglia di canapa» spiega Rachele Invernizzi, presidentessa dell’azienda. Il lavoro consiste nell’estrazione dalla pianta della fibra e della parte legnosa, il canapulo. Con la fibra si producono carta, materiali fonoassorbenti e termoisolanti, bioplastiche e materiali per l’industria automobilistica e aerospaziale. Il canapulo è destinato alla bioedilizia e alla zootecnia. «Sulle filiere più lontane diamo una mano per insegnare agli agricoltori come seminare e ottimizzare le colture», continua Invernizzi. «La cosa intelligente oggi è insegnare; aiutiamo nella coltivazione di un ettaro per azienda, che potrà diventare 10 o 20 l’anno dopo, il che ci garantisce il prodotto per i nuovi impianti che realizzeremo. Favoriamo la coltura e la cultura della canapa a 360 gradi».
Marijuana terapeutica
Ma torniamo all’aspetto forse più delicato della questione cannabis in Italia. La marijuana terapeutica è legale in Italia dal 2007, quando la legge Turco riconobbe la cura a base di medicinali contenenti tetraidrocannabinoli quali sostanze attive. Negli anni sono state introdotte nuove leggi che hanno meglio definito il quadro, ma a oggi le cure con la cannabis sono ancora soluzioni di nicchia.
«La Puglia oggi ha circa 300 pazienti, ma cosa sono 300 pazienti? Pensiamo a quanta gente è malata di sclerosi multipla», osserva Andrea Trisciuoglio di Lapiantiamo!. «La cannabis viene ancora vista come un farmaco d’élite, i medici prescrittori sono pochissimi, molti non sono informati e altri nemmeno credono che esista». Per Trisciuoglio si tratta di un tabù figlio del proibizionismo. In Italia non si è ancora imposta una cultura della cannabis terapeutica, anche a causa del divieto per i pazienti di coltivarsi la pianta e del lungo iter burocratico da affrontare per ottenere la sostanza in modo legale. Pochi mesi fa l’Istituto farmaceutico militare di Firenze ha messo sul mercato i primi 50 chili di cannabis terapeutica a produzione statale, una quantità irrisoria rispetto alla domanda. Questo rende necessaria l’importazione del prodotto dall’Olanda, con pratiche lunghe e costose che favoriscono il ricorso al mercato nero, ritenuto più accessibile e meno caro. Se poi la legislazione nazionale non fissa in modo chiaro le condizioni che i pazienti devono soddisfare per poter fare uso di marijuana terapeutica, il vuoto è riempito a livello regionale in un mosaico eterogeneo fatto di leggi diverse per soggetti diversi.
Queste complicazioni spiegano bene perché oggi solo poche migliaia di persone ricorrano, ufficialmente e legalmente, alla cannabis terapeutica. La storia di Pierluigi Tomassini, 65enne romano cui venne diagnosticato un carcinoma alla gola nel 2009, a cui si aggiunse una serie di metastasi ai polmoni, ne è un esempio. «Dopo che iniziai l’assunzione di cannabis il mio stato d’animo migliorò nettamente. Avevo appetito, dormivo e ritrovai la forza per andare avanti», spiega. «Ma c’è un problema di informazione; gran parte dei medici non ne sa nulla. 1 prezzi in farmacia poi sono molto alti, anche 25-30 euro al grammo». Pierluigi si è ritrovato così a rivolgersi al mercato nero, per poi scegliere la via deH’autoproduzione. In attesa della decisione del Gip, dopo che le forze dell’ordine hanno trovato le piante nel suo giardino, ha dovuto interrompere la cura e in pochi mesi ha già perso cinque chili. «Lo Stato mi consente di avere accesso alla cannabis terapeutica. Nei fatti, però, me lo proibisce». Nell’aprile 2017 è arrivata l’archiviazione del caso.
Chi non perde l’ottimismo è Andrea Trisciuoglio. «Noi di Lapiantiamo! svolgiamo un’azione perseverante nei confronti delle istituzioni, quasi di stalking», spiega, sottolineando l’importanza di mantenere sempre alta l’allerta per diffondere una nuova cultura della cannabis. In molti paesi la legalizzazione è passata proprio dal comparto terapeutico e Andrea lo sa bene: «Tutte le battaglie antiproibizioniste sono state vinte quando sono scesi in campo i malati». Anche Andrea Oleandri di Antigone è ottimista riguardo il futuro della cannabis in Italia. «La legalizzazione arriverà», spiega. «Bisogna solo capire quando, e in che modo».