National Geografic, 1 giugno 2017
Perché diciamo tutte queste bugie proposte
Il ragazzo non era quasi mai andato a scuola e aveva trascorso l’adolescenza vivendo all’addiaccio nello Utah in compagnia di mucche, pecore e libri di filosofia. Correndo nel deserto del Mojave era diventato un buon fondista.
In breve tempo Santana diventò una star all’interno del campus. Anche gli studi andavano bene, superava la maggior parte degli esami con il massimo dei voti. I modi riservati e il passato fuori dal comune gli conferivano un fascino ambiguo. Quando un compagno di camera gli chiese come mai il suo letto fosse sempre in ordine, Santana gli rispose che dormiva per terra. Dopo tutto sembrava naturale che avendo dormito per tanti anni all’aperto trovasse il letto scomodo.
Peccato che tutta la storia fosse falsa. Santana frequentava Princeton da circa un anno e mezzo quando una donna riconobbe in lui un tale Jay Huntsman che aveva conosciuto alla scuola superiore di Palo Alto, in California, sei anni prima. Ma neppure quello era il suo vero nome. Alla fine i dirigenti dell’ateneo scoprirono che in realtà si trattava di James Hogue, un trentunenne che aveva scontato una condanna per possesso di merce rubata in una prigione dello Utah. L’uomo fu portato via da Princeton in manette.
Negli anni successivi Hogue fu arrestato molte volte per furto. Lo scorso novembre, quando è stato arrestato ad Aspen, in Colorado, ha fornito per l’ennesima volta generalità false.
La storia dell’umanità è piena di bugiardi consumati e fantasiosi come Hogue. In molti casi si tratta di criminali che intessono trame di menzogne e inganni per ottenere profitti illeciti, come il finanziere Bernie Madoff, che per anni ha turlupinato gli investitori sottraendo loro miliardi di dollari. A volte si tratta di politici che mentono per salire al potere o mantenere la poltrona. Ricordiamo per esempio Richard Nixon, che negò ogni coinvolgimento nello scandalo Watergate. E c’è chi mente per gonfiare la propria immagine, un motivo che potrebbe spiegare la dichiarazione del presidente Donald Trump, per altro facilmente confutabile, secondo cui la cerimonia del suo insediamento è stata seguita da una folla più numerosa di quella che partecipò alla cerimonia di Barack Obama. La gente mente per nascondere un comportamento scorretto, come nel caso del nuotatore statunitense Ryan Lochte, che durante le Olimpiadi di Rio del 2016 ha raccontato di essere stato vittima di una rapina a mano armata in una stazione di rifornimento, quando in realtà lui e i suoi compagni di squadra, ubriachi dopo una festa, erano stati fermati dai vigilantes per aver compiuto atti di vandalismo.
Anche nel mondo accademico, popolato in gran parte da persone dedite alla ricerca di nuove verità, non sono mancati i bugiardi, come il fisico Jan Hendrik Schòn, le cui sorprendenti scoperte nel campo dei semiconduttori molecolari risultarono false. Questi bugiardi sono saliti alla ribalta perché le loro falsità erano madornali, spudorate e persino dannose. Ma il loro comportamento non è così anomalo come si potrebbe pensare. Gli esseri umani raccontano panzane da sempre.
Molti di noi sono esperti nel campo delle bugie. Mentiamo con disinvoltura, su questioni grandi e piccole, agli estranei, ai colleghi, agli amici, alle persone a cui vogliamo bene. La capacità di essere disonesti è importante quanto il bisogno di fidarsi degli altri che, paradossalmente, ci rende spesso incapaci di scoprire le bugie. La falsità è innata in noi, al punto che sarebbe onesto ammettere che mentire è umano.
L’ubiquità delle menzogne è stata documentata per la prima volta in modo sistematico da Bella DePaulo, esperta di psicologia sociale della University of California di Santa Barbara. Circa vent’anni fa DePaulo e i suoi colleghi scoprirono che i loro soggetti mentivano in media una o due volte al giorno. Si trattava perlopiù di bugie innocue, che servivano semplicemente a nascondere le proprie inadeguatezze o a proteggere i sentimenti degli altri.
Alcune erano scuse: un tipo disse di non aver portato fuori la spazzatura perché non sapeva in quale cassonetto metterla. Altre – come spacciarsi per il figlio di un diplomatico – nascevano dal desiderio di presentare una diversa immagine di sé. Uno studio successivo, condotto dallo stesso team, dimostrò che la maggior parte degli intervistati aveva raccontato una o più “bugie gravi”, nascondendo, per esempio, una relazione extraconiugale alla moglie, oppure dichiarando il falso nella domanda di ammissione al college.
Sapere che gli esseri umani sono universalmente portati alla disonestà non dovrebbe sorprenderci. Gli studiosi ipotizzano che l’uomo abbia cominciato a mentire poco dopo aver cominciato a parlare. La capacità di manipolare gli altri senza usare la forza fisica costituiva probabilmente un vantaggio nella competizione per la conquista delle risorse e per l’accoppiamento, qualcosa di affine alle strategie d’inganno – pensiamo al mimetismo – del mondo animale. «Mentire è uno dei modi più facili per dominare gli altri», osserva Sissela Bok, studiosa di etica dell’Harvard University. «Per carpire denaro a qualcuno o diventare ricchi è molto più facile mentire che aggredire fisicamente una persona o rapinare una banca».
Gli esperti di scienze sociali e i neuroscienziati si interrogano sulla natura e l’origine di questo comportamento. Come e quando impariamo a mentire? Quali sono le basi psicologiche e neurobiologiche della disonestà? E qual è il limite che la maggior parte di noi si impone di non superare? Gli studi dimostrano che siamo disposti a credere in alcune bugie anche quando queste sono contraddette da prove inequivocabili.
La propensione a ingannare gli altri e la vulnerabilità all’inganno sono particolarmente rilevanti nell’epoca dei social media. Oggi più che mai la nostra capacità collettiva di distinguere il vero dal falso è messa in discussione.
QUANDO ERO IN TERZA ELEMENTARE, Un giorno un mio compagno di classe si presentò a scuola con una pagina di adesivi di macchine da corsa. Erano bellissimi. Li volevo talmente tanto che durante l’ora di ginnastica presi il foglio dal suo zaino e lo infilai nel mio. Temendo di essere scoperto pensai a una bugia preventiva, e dissi alla maestra che avevo visto due ragazzi arrivare in moto, entrare in classe, rovistare negli zaini e andare via con gli adesivi. Come era prevedibile, dopo qualche semplice domanda la frottola non resse e, con riluttanza, fui costretto a restituire il maltolto.
Questo genere di bugie è abbastanza tipico dei bambini. Come imparare a camminare e parlare, mentire è una pietra miliare dello sviluppo di un individuo. E se i genitori spesso guardano con preoccupazione alle bugie dei figli, Kang Lee, psicologo della University of Toronto, in Canada, vede nelPemergere di questo comportamento un segnale rassicurante della giusta crescita cognitiva del bambino.
Lee e i suoi collaboratori studiano le bugie infantili con un semplice esperimento. Chiedono ai bambini di indovinare quale sia il giocattolo nascosto alla loro vista ascoltando un indizio sonoro. Con i primi giocattoli l’indizio è ovvio – un miagolio per un gatto, un latrato per un cane – e i piccoli rispondono con facilità. In seguito l’indizio sonoro non ha niente a che fare con l’oggetto da indovinare. «Facciamo sentire loro un brano di Beethoven e il giocattolo è una macchinina», spiega Lee. A quel punto lo sperimentatore esce dalla stanza dicendo al bambino di non guardare di nascosto il giocattolo. Al suo ritorno gli chiede se ha individuato l’oggetto, e subito dopo gli domanda: «Hai guardato?».
Come documentato dalle telecamere nascoste, la maggior parte dei bambini non resiste alla tentazione. La percentuale dei bambini che sbirciano l’oggetto e poi negano di averlo fatto è proporzionale all’età. Tra i piccoli trasgressori di due anni, solo il 30 per cento mente; fra quelli di tre anni la percentuale sale al 50 per cento.
Circa l’80 per cento dei bambini di otto anni sostiene di non aver guardato.
Crescendo, i bambini diventano più abili nel mentire. Al momento di dare la risposta sull’oggetto nascosto i bambini di tre o quattro anni di solito indicano subito il nome esatto del giocattolo senza rendersi conto che in questo modo dimostrano di aver sbirciato e mentito. A sette, otto anni mascherano la bugia dando deliberatamente una risposta sbagliata oppure cercando di farla apparire come una risposta ragionata.
Il comportamento dei bambini di cinque e sei anni si colloca a metà tra i due estremi. Lee mi racconta della volta in cui l’oggetto incriminato era un pupazzo raffigurante il dinosauro Barney. Una bambina di cinque anni che poco prima aveva negato di aver guardato il giocattolo, nascosto sotto un telo, gli ha chiesto di poter toccare l’oggetto prima di rispondere. «Così ha infilato le mani sotto il telo, ha chiuso gli occhi e ha detto: “Ah sì, lo so, è Barney”».
A quel punto le ho chiesto come l’avesse capito», prosegue Lee. «E lei mi ha risposto “Ho sentito che era viola”».
A determinare l’elaborazione di bugie sempre più sofisticate è lo sviluppo nel bambino della capacità di mettersi nei panni degli altri. La teoria della mente è la capacità cognitiva di capire idee, intenzioni e conoscenze altrui.
Nel processo di costruzione della bugia un ruolo fondamentale è svolto anche dalle funzioni esecutive del cervello, che regolano la pianificazione, l’attenzione e l’autocontrollo. I bambini di due anni che mentivano durante l’esperimento di Lee eseguivano meglio dei loro coetanei sinceri i test relativi alla teoria della mente e alle funzioni esecutive. Anche tra i ragazzi di 16 anni i bugiardi provetti superavano nei risultati chi mentiva male. Al contrario, i bambini affetti da disturbi dello spettro autistico – che non sviluppano una solida teoria della mente – non sono bravi a dire bugie.
QUALCHE TEMPO FA ho chiamato un Uber per andare alla Duke University, dove avrei incontrato lo psicologo Dan Ariely, uno dei massimi esperti al mondo in fatto di bugie. L’auto sembrava pulita, ma c’era un forte odore di calzini sudati e la donna che guidava ha avuto problemi a trovare la strada.
Quando siamo finalmente arrivati a destinazione mi ha chiesto con un sorriso di recensirla con cinque stelle. «Certo», l’ho rassicurata. Poi le ho dato tre stelle. Mi sono detto che era meglio ingannare lei che migliaia di clienti Uber.
Ariely ha cominciato ad appassionarsi al tema della disonestà una quindicina di anni fa. Sfogliando una rivista, si è imbattuto in un test sulla capacità intellettiva. Dopo aver risposto alla prima domanda è andato subito a controllare nelle ultime pagine se la risposta era esatta. Nel frattempo ha dato una sbirciatina alla soluzione della domanda successiva.
Continuando così per tutto il test, Ariely ha ottenuto ovviamente un ottimo punteggio finale. «Mi sono reso conto di aver ingannato me stesso», racconta. «Probabilmente volevo sapere quanto fossi intelligente e in qualche modo volevo dimostrare a me stesso di esserlo». Da questa esperienza è nato il suo interesse per lo studio delle bugie. Gli esperimenti che ha condotto insieme ai suoi collaboratori consistono in un test con 20 semplici problemi di matematica.
I volontari che si sottopongono al test devono risolverne il maggior numero possibile in cinque minuti e sono pagati in base al numero di risposte esatte. Scaduto il tempo, viene detto loro di inserire il foglio in una macchina che distrugge i documenti e riferire a voce il risultato ottenuto. Ma i fogli non vengono davvero distrutti.
Molti volontari mentono; in media dicono di aver risposto in maniera corretta a sei domande, mentre in realtà sono quattro. I risultati dell’esperimento sono simili in diversi paesi del mondo. La maggior parte di noi mente, ma solo un po’. Ariely ritiene sia interessante capire perché molte persone non dicano molte più bugie.
Anche quando la somma di denaro offerta per le risposte esatte aumenta significativamente, i volontari mentono con cautela. «Sembra che qualcosa ci impedisca – alla maggior parte di noi perlomeno – di mentire fino in fondo», osserva Ariely. Secondo lo studioso questo accade perché vogliamo vederci onesti, perché abbiamo interiorizzato l’onestà come un valore che ci è stato insegnato dalla società.
Quindi molti di noi, con l’eccezione dei sociopatici, si impongono un limite quando si tratta di bugie. Il punto fino al quale siamo disposti a spingerci è determinato da norme sociali regolate dal tacito consenso.
GLI ASSISTENTI EI colleghi del giudice Patrick Couwenberg di Los Angeles credevano che fosse un eroe. A quanto raccontava, in Vietnam si era conquistato una medaglia al valore. Aveva partecipato a operazioni sotto copertura della CIA. Tutto falso. Quando il suo castello di bugie crollò, Couwenberg si difese sostenendo di essere affetto da una condizione chiamata pseudologia fantastica, vale a dire la tendenza a raccontare storie in cui i fatti reali vengono elaborati con altri del tutto immaginari.
Gli psichiatri hanno però opinioni discordanti sul rapporto tra salute mentale e bugie, anche se alcuni disturbi psichiatrici sembrano correlati a specifici comportamenti in merito. I sociopatici – individui a cui è stato diagnosticato un disturbo antisociale di personalità – tendono a raccontare bugie manipolative, mentre i narcisisti direbbero falsità per rafforzare la propria immagine.
Ma c’è qualcosa di speciale nel cervello di chi mente più spesso degli altri? Nel 2005 la psicoioga Yaling Yang e i suoi colleghi confrontarono le scansioni cerebrali di tre gruppi di soggetti: 12 adulti con una storia di bugie ripetute, 16 che rispondevano al profilo del disturbo antisociale di personalità ma non mentivano spesso e 21 che non erano né antisociali né bugiardi abituali. Gli studiosi scoprirono che i bugiardi avevano almeno il 20 per cento di fibre neurali in più nella corteccia prefrontale. Sembrerebbe allora che il cervello dei bugiardi abituali avrebbe più connettività. È possibile che questa caratteristica li predisponga a mentire perché possono inventare bugie più in fretta degli altri oppure che questa sia invece una conseguenza delle bugie ripetute.
Gli psicologi Nobuhito Abe, della Kyoto University, e Joshua Greene, della Harvard University, hanno sottoposto a risonanza magnetica funzionale (Rmf) il cervello di una serie di persone, e hanno scoperto che nei soggetti che agivano disonestamente si osservava una maggiore attivazione del nucleusaccumbens, una struttura che si trova nella parte ventrale del prosencefalo e svolge un ruolo importante nei meccanismi di piacere. «Quanto più il meccanismo di piacere si attiva all’idea di guadagnare denaro – anche in un contesto di assoluta onestà – tanto più si tende a mentire», spiega Greene.
In altre parole, l’avidità può accrescere la predisposizione all’inganno.
Da una bugia ne può nascere un’altra, e poi un’altra ancora. L’esperimento condotto dal team di Tali Sharot, neuroscienziata dello University College London, ha dimostrato che il cervello si abitua al disagio emotivo provocato dal mentire, rendendo più facile la menzogna successiva. Analizzando le risonanze magnetiche dei partecipanti allo studio, il team si è concentrato sull’amigdala, la parte del cervello che gestisce le emozioni, e ha scoperto che la risposta di questa struttura alle bugie diventa sempre più debole con il ripetersi del comportamento, anche quando le bugie diventano più grandi. «Forse i piccoli inganni possono portare a forme di falsità molto più grandi», afferma Sharot.
GRAN PARTE DELLE CONOSCENZE che usiamo per orientarci nella vita deriva da ciò che ci è stato detto da altri. Senza l’implicita fiducia nella comunicazione umana saremmo incapaci di avere relazioni sociali. «Otteniamo molto quando crediamo negli altri, mentre il danno che subiamo quando cadiamo in un inganno è relativamente piccolo», dice Tim Levine, psicologo della University of Alabama di Birmingham, che ha formulato una teoria in materia a cui ha dato il nome di Truth Default Theory (traducibile grosso modo come teoria del presupposto di onestà).
Questa tendenza innata a fidarci ci rende vulnerabili all’inganno. «Se qualcuno dice di essere un pilota, la nostra prima reazione non è dubitare di ciò che ha detto o chiederci perché abbia mentito», spiega Frank Abagnale Jr., ex truffatore e oggi consulente per la sicurezza la cui storia di false identità ha ispirato il film Prova a prendermi del 2002. «Per questo le truffe funzionano». Secondo Robert Feldman, psicologo della University of Massachusetts, il vantaggio del bugiardo consiste proprio in questo. «La gente non si aspetta una menzogna, né ha una natura sospettosa», spiega. «In molti casi, inoltre, siamo gratificati da quello che ci viene detto, anche se non corrisponde alla verità».
In realtà non siamo portati a diffidare delle bugie che ci soddisfano, ci lusingano o ci danno conforto, che si tratti di false lodi o della promessa di utili esageratamente alti sul capitale investito. Se a ingannarci è una persona ricca, potente o di una certa posizione sociale, le sue falsità sono ancora più facili da credere, come dimostrato dall’ingenuità con cui gli organi di comunicazione hanno diffuso la notizia della rapina subita da Lochte, che di lì a poco si è rivelata falsa.
Gli studiosi hanno dimostrato che in genere siamo più inclini a credere nelle bugie che in qualche modo confermano la nostra visione del mondo. Le dicerie che sostengono che Obama non è nato negli Stati Uniti, che negano i cambiamenti climatici, che accusano il governo statunitense di aver orchestrato gli attacchi terroristici dell’ii settembre e altre “verità alternative”» – come una consigliera di Trump ha definito le dichiarazioni a proposito della folla presente alPinsediamento – diventano virali su internet e nei social media proprio a causa di questa vulnerabilità. Smontare le false informazioni non serve a ridurne la forza perché, come spiega George Lakoff, linguista cognitivo della University of California di Berkeley, la gente valuta le prove presentate all’interno di un proprio sistema di opinioni e pregiudizi preesistenti. «Se veniamo a conoscenza di una data realtà che non si adatta al nostro schema, tendiamo a ignorarla o a ridicolizzarla. A volte la verità ci lascia perplessi oppure siamo portati a criticarla se risulta in qualche modo minacciosa».
Secondo i risultati di un recente studio condotto da Briony Swire-Thompson, dottoranda in psicologia cognitiva alla University of Western Australia, confutare certe idee sbagliate adducendo prove che ne dimostrino la falsità è del tutto inefficace. Nel 2015 Swire-Thompson e alcuni suoi colleghi hanno proposto a 2.000 adulti statunitensi di scegliere tra queste due affermazioni: “I vaccini causano l’autismo” e “Donald Trump dice che i vaccini causano l’autismo” (Trump ha più volte alluso all’esistenza di un nesso tra le due cose, anche se non esistono prove scientifiche che lo confermino).
Come era facile prevedere, i sostenitori di Trump erano pronti a credere all’informazione errata, visto che a difenderla era il loro beniamino. Successivamente ai partecipanti allo studio veniva data una breve spiegazione – citando uno studio su vasta scala – sui motivi per cui la correlazione tra vaccini e autismo è infondata e veniva chiesto loro di rivedere la propria posizione. A quel punto i partecipanti, a prescindere dalle loro idee politiche, accettavano la falsità delle due asserzioni, ma interrogati al riguardo appena una settimana dopo dimostravano di essere tornati all’idea sbagliata di partenza.
ALTRI STUDI HANNO DIMOSTRATO che il tentativo di screditare le falsità con le prove può addirittura rafforzarle. «La gente tende a pensare che le informazioni più diffuse siano vere. Così, tutte le volte che le si smentisce si corre il rischio di diffonderle ancora di più. La smentita, paradossalmente, è meno efficace nel lungo termine», afferma Swire-Thompson.
Ho avuto un’esperienza diretta di questo fenomeno poco tempo dopo il colloquio con la studiosa. Un amico mi ha mandato il link a un articolo sui io partiti politici più corrotti del mondo, e l’ho inoltrato subito al gruppo di WhatsApp che riunisce un centinaio di amici delle scuole superiori in India. Il mio entusiasmo era dettato dal fatto che al quarto posto della classifica c’era il Congresso nazionale indiano, implicato negli ultimi decenni in molti scandali di corruzione. Poco dopo aver condiviso l’articolo però mi sono reso conto che la classifica, che includeva partiti russi, pakistani, cinesi e ugandesi, non aveva alcuna base scientifica. Ho mandato un messaggio al gruppo dicendo che con ogni probabilità le notizie erano false. Ciò non ha impedito ad altri di condividere il link diverse volte anche il giorno dopo. Ho capito che la mia precisazione non aveva avuto alcun effetto.
Qual è allora il modo migliore per contrastare la rapida avanzata delle falsità nella nostra società globalizzata? La risposta non è semplice. La tecnologia ha aperto una nuova frontiera dell’inganno, aggiungendo un tocco di modernità al conflitto secolare tra la nostra voglia di mentire e il nostro bisogno di fidarci degli altri.