Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Chi tanti soldi, chi pochi: il teatrino del fondo unico

Come è possibile, per dirne una, che i Teatri Uniti di Toni Servillo prendano dal ministero 332 mila euro di contributi contro i 338 di Enfi Teatro, che produce Raul Bova e Chiara Francini? Come è possibile, per dirne un’altra, che Peep Arrow, “la principale società di musical in Italia, fondata da Massimo Romeo Piparo”, riceva 336 mila euro contro i 266 della Compagnia di Umberto Orsini? Quantomeno c’è qualcosa che non quadra, se teatranti blasonati sono equiparati ad artisti, e imprese, cosiddetti “commerciali”: la colpa è certo dei (pochi) soldi spesi male dal ministero dei Beni culturali, che dal 1985, con il Fondo Unico dello Spettacolo (Fus), sostiene le attività liriche, teatrali, musicali e cinematografiche.
Da tempo gli artisti invocano una riforma del Fus, progressivamente svuotato di risorse: la percentuale sul Pil, dall’originario 0,083%, è scesa a 0,026%, ovvero 335,5 milioni nel 2017, mentre nel decennio 2005-2015 il Fus diminuiva del 13%. Proprio il 2015 sembrava l’anno della svolta, con la riforma avviata dall’allora ministro Massimo Bray e ratificata da Dario Franceschini: il sistema è stato affidato a un algoritmo, che eroga i soldi sulla base di criteri quantitativi (40%: posti, recite…), qualitativi (30%: assegnati da una commissione) e qualitativi indicizzati (30%: ampliamento del pubblico; capacità di attrarre investimenti…). Ciononostante, l’algoritmo non è riuscito a sopprimere la raccomandazione politica: già nel 2015, alcuni Centri di produzione, scartati dai commissari, sono rientrati misteriosamente col punteggio minimo. L’algebra, poi, pur più oggettiva, è andata di traverso a tanti, esclusi o declassati dal calcolo, generando una valanga di contenziosi, che hanno paralizzato il teatro per mesi: oltre 40 ricorsi sono stati respinti dal Tar e i due più importanti (presentati dall’Elfo-Puccini e dal Teatro Due) sono stati bocciati dal Consiglio di Stato. E la guerra è tra poveri, dal momento che 300 soggetti del teatro di prosa si contendono poco più di 67 milioni di euro: il 20% del Fus totale, contro lo scandaloso 54% delle Fondazioni lirico-sinfoniche.
Anche solo spulciando la ripartizione 2016, le sperequazioni e le anomalie saltano all’occhio: il Piccolo, con i suoi 4 milioni e passa di euro, è il più pagato. Sommando gli altri contributi pubblici totalizza 11 milioni. E gli è stata riconosciuta l’autonomia gestionale come ente di eccellenza. Seguono gli altri Nazionali, da Torino con 2,5 milioni a Napoli con 1,1. Un paradosso è che, nella categoria “inferiore” dei Teatri di rilevante interesse culturale, molti hanno più o pari fondi rispetto ai nazionali, vedi Genova con 1,9 milioni o il Friuli con 1,3. Il chiacchierato Eliseo di Luca barbareschi ne prende 515mila (poi c’è il regalo da 8 milioni in manovra).
Inferiori sono i contributi per le compagnie, da 100 a 300 mila euro, e tra gli “under 35” fa specie che Gli Scarti prendano quasi il doppio di Fibre Parallele o Teatro Sotterraneo osannati dalla critica. Tra i gruppi storici, Raffaello Sanzio (351 mila euro) e Tiezzi-Lombardi (284) ricevono poco più della sconosciuta Teatro Soc. Coop a r. l. (235), che, par di capire fa teatro per ragazzi, così come i talentuosi Scimone e Sframeli (92) prendono meno del Potlach (97). È abbastanza ridicolo, poi, che il Progetto Goldstein, che non ha nemmeno un sito, riceva 105 mila euro, o che i bravi Ricci/Forte ne ricevano 35 mila per l’“innovazione per l’infanzia”, loro che hanno fatto del sesso in palco un must…
Al di là delle colpe dell’algoritmo, il sistema non funziona: in cantiere c’è il Nuovo Codice dello Spettacolo dal Vivo, promosso da Agis e Federvivo e al vaglio del ministero e dell’apposita commissione parlamentare. “L’obiettivo – spiega Filippo Fonsatti, presidente Federvivo – è di portare il Fus allo 0,1% del Pil, dare più peso alla qualità, verificare i numeri a consuntivo, rivedere i contratti di lavoro e le garanzie sociali, introdurre incentivi e sgravi. Vogliamo riportare l’artista al centro”.