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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Centro anni e non sentirli

VILLAGRANDE Strisaili è un comune di montagna dell’alta Ogliastra, in quella parte della Sardegna centro-orientale che dal litorale tirrenico sale fino al massiccio del Gennargentu. Questo paesino a 700 metri di altezza, con la frazione di Villanova, è entrato tre anni fa nel Guinness dei primati per il suo record di longevità maschile, il più alto al mondo. Perché su questi altipiani della provincia di Nuoro, dove le attività principali sono ancora l’allevamento e la pastorizia, si sono contati dal 1947 a oggi ben 38 centenari, 349 ultranovantenni e 1.015 ultraottantenni. Una straordinaria concentrazione di anziani, con tassi tre volte superiori alla media nazionale, che ha sollevato l’interesse della comunità scientifica. A segnalare il caso, in un seminario tenuto a Montpellier nel 1999, è stato per primo il dottor Gianni Pes, nutrizionista dell’Università di Sassari, che ha scoperto che in un’area della Sardegna comprendente 14 comuni dell’Ogliastra, e in parte della Barbagia, l’indice di longevità estrema, cioè il numero di centenari per ogni diecimila nati, era tra i più elevati del pianeta. «L’aspetto più sorprendente è che questa longevità presenta un’eccezionale uguaglianza di genere, visto che le probabilità degli uomini di raggiungere il traguardo dei 100 anni sono pari a quelle delle donne» spiega oggi il professor Pes. Nell’entroterra sardo, in altre parole, uomini e donne hanno la stessa aspettativa di vita, e il cosiddetto gender gap, che consente alle donne di vivere mediamente dai cinque ai sette anni in più, risulta di fatto azzerato: dei 38 centenari di Villagrande, 20 sono maschi e 18 femmine. Ma qual è il segreto di questa lunga vita? E soprattutto, perché proprio su queste alture sperdute vivono alcuni degli uomini più anziani del pianeta?

«Vent’anni fa tutti pensavano che l’origine di questo fenomeno fosse di natura genetica» continua Pes. Tant’è che nel 2000 a Perdasdefogu venne creato il Parco genetico dell’Ogliastra, che insieme al Cnr e alla Shardna, una startup del fondatore di Tiscali Renato Soni, cominciò a raccogliere e studiare il dna di 13 mila residenti della zona. Col tempo, e in seguito a una serie di traversie societarie la vendita della Shardna al San Raffaele di Milano, e il successivo fallimento di quest’ultimo, con la messa all’asta delle sue attività questi campioni genetici sono finiti in mano alla Tiziana Life Sciences, azienda biotech londinese, di proprietà dall’italiano Gabriele Cerrone. I sardi, che avevano donato il sangue pensando di contribuire al progresso della ricerca pubblica, non l’hanno presa bene. E la controversia su chi debba controllare questa banca dati, con le sue 200 mila provette, è ora finita in tribunale. Nel frattempo però gli studiosi hanno di molto ridimensionato l’aspetto genetico. «Nessuno dei marcatori genetici finora esaminati nei centenari sardi ha mostrato di divergere in modo significativo da quelli della popolazione generale, per cui si è costretti a concludere che il ruolo svolto dai fattori genetici è inesistente o trascurabile e resta al momento sconosciuto» afferma ancora Pes. «Nel 2014» incalza il medico «è stato ricostruito mediante sequenziamento del dna l’intero genoma di 17 supercentenari, senza che venisse riscontrata alcuna caratteristica genetica specifica che spieghi la longevità».
Il segreto di una vita lunga e sana non è determinato dunque esclusivamente dai geni ereditati, e per fortuna viene da aggiungere: perché questo significa che le nostre scelte di vita, come l’attività fisica, le abitudini alimentari, le relazioni sociali e il contesto in cui siamo inseriti, hanno ugualmente un peso. La possibilità di vivere fino e oltre i loo anni sarebbe in definitiva anche il risultato delle nostre scelte, e rientra così nella sfera di autonomia e libertà che ogni individuo ha. E pure in misura preponderante, come sottolinea il dottor Pes: «Oggi si ritene che lo stile di vita e le caratteristiche ambientali influiscano per un 80-85 per cento sulla longevità, mentre i fattori ereditari incidono sul restante 15-20 per cento. Io lo sostengo da sempre».
Attività fisica e abitudini alimentari in quest’angolo della Sardegna sono condizionate fortemente dalla pratica del pastoralismo. «Fino a circa 30 anni fa, l’economia del paese era legata in particolare alla pastorizia» ricorda Antonio Cannas, maestro elementare in pensione, per tre legislature consigliere comunale di Villagrande. «Tale attività» continua «costringeva gli allevatori alla transumanza, quindi a trascorrere buona parte dell’anno lontano dalla famiglia. Lo spostamento del bestiame comportava diversi giorni di cammino a piedi, con tutte le difficoltà connesse. I nostri pastori, quindi, restavano soli in campagna per circa nove mesi». Mentre gli uomini portavano le loro greggi a pascolare in quota, camminando sui pendìi anche per centinaia di chilometri, le donne si ammazzavano di fatica per tirar su i figli e badare alla casa, preparare il pane e coltivare l’orto, cucire e lavare. Tutti esercizi fisici che evidentemente sono efficaci quanto una palestra, se è vero – come notava già uno studio statistico-biometrico degli anni Quaranta del secolo scorso – che i pastori dell’Ogliastra hanno una statura media superiore di tre centimetri rispetto ai contadini delle pianure circostanti, una massa muscolare più sviluppata, e un peso corporeo di sette chili maggiore. Ma è l’alimentazione a distinguere ancora di più queste genti di montagna rispetto ad altre popolazioni. Minestrone con legumi, pane disidratato a lievitazione naturale (pistoccu), formaggio fresco acido di capra (casu agedu), carne di agnello e maiale, vino rosso: sono questi gli elementi costitutivi della dieta ogliastrina. Da qualche anno si cerca di capire quale di questi possa avere un ruolo chiave nella longevità, un’operazione a volte dal chiaro intento commerciale, allo scopo di promuovere prodotti tipici. Qualcuno di questi è stato anche spacciato per un «elisir di lunga vita» come è capitato da ultimo con sa turredda, una focaccia di zucca con formaggio, cipolle e lardo, riscoperta e promossa come «piatto della longevità».
In passato peraltro si era creduto che la precarietà alimentare diffusa in Sardegna fino in tempi recenti, con la presenza di ampie sacche di malnutrizione, riguardasse anche le sue zone di montagna, ma non è così: i pastori dell’Ogliastra mangiano eccome. «Per la popolazione interna dell’isola possiamo escludere l’esistenza di una restrizione calorica» sintetizza Pes. Questa scoperta contraddice una tesi oggi molto sostenuta in ambito scientifico, sui benefici che un ridotto apporto calorico potrebbe avere nell’allungare la vita: una tesi sposata anche dal biochimico italoamericano Valter Longo con la sua dieta «mima-digiuno» (La dieta della longevità, Vallardi) e da Barry Sears, il padre della «Zona», una dieta ipocalorica pensata per contrastare l’infiammazione cellulare e dunque il processo d’invecchiamento (Positive Nutrition, Sperling&Kupfer), per citare solo gli autori di due recenti bestseller.
Rispetto a queste teorie, tutte basate sul principio di mangiare poche proteine e molta verdura, niente carne e solo pesce, le abitudini alimentari dei centenari sardi si discostano anche per un’altra fondamentale differenza: sono carnivori. «La carne veniva però consumata ancora fino in epoche recenti in media solo due-quattro volte al mese, mentre l’apporto proteico dipendeva soprattutto dai prodotti lattiero-caseari» osserva sempre Pes. «Negli anziani» aggiunge «un maggior apporto di proteine animali non aumenta il rischio di mortalità prematura, contribuendo invece a ritardare l’insorgere di patologie come l’osteoporosi e l’atrofia muscolare. Il latte di capra, da parte sua, è in grado di ridurre i livelli di colesterolo nel sangue, proteggendo le cellule dalla trasformazione tumorale. Inoltre contiene vari elementi chiave per la salute del sistema immunitario, tra cui selenio e zinco, e numerose vitamine».La verità è che probabilmente non esistono alimenti miracolosi capaci di allungarci la vita. «Nessun cibo particolare è in grado, da solo, di spiegare la longevità» sentenzia lapidario Michel Pouvain. Insieme a Gianni Pes questo demografo belga ha introdotto nel 2005 il concetto di «Zona Blu» per identificare le aree del mondo con un elevato numero di centenari. La verifica rigorosa dei dati anagrafici ha consentito negli anni di scartare molte regioni che a lungo avevano goduto fama di eccezionale longevità, dall’Himalaya al Caucaso. Le uniche «Zone Blu» che resistono all’evidenza scientifica, oltre che in Sardegna, sono oggi sull’isola di Okinawa (Giappone), nella penisola di Nicoya (Costa Rica) e sull’isola di Icaria (Grecia). Cos’hanno in comune queste aree dove «non solo si vive più a lungo, ma anche in migliori condizioni di salute» si chiede il professor Poulain in un volume scritto con Pes, che riassume i risultati delle loro ricerche sui centenari (Longevità e identità in Sardegna, Franco Angeli). Sono zone isolate, è la risposta, caratterizzate da un ritardo nello sviluppo. Un’arretratezza che ha importanti ricadute am bientali e sociali, e si traduce in un più forte attaccamento alle tradizioni, sia nell’alimentazione che nello stile di vita attivo, in un minor inquinamento e nell’assenza di stress e competizione. Ma ad accomunare gli anziani delle «Zone Blu» è ancora di più il «forte senso del proprio ruolo all’interno della comunità» e una «volontà tenace che li spinge a sentirsi parte attiva della società fino al termine della propria esistenza» conclude Poulain, oltre ai «forti legami familiari e la consapevolezza di poter contare su una rete di supporto sociale». Esattamente quello che nelle nostre società avanzate abbiamo perso.