PrimaComunicazione, 1 giugno 2017
Quando troppo è troppo. Amazon ha comprato Whole Foods. I giganti della Silicon Valley divorano tutto e fanno tutto e la politica, invece di inneggiare, dovrebbe tagliar loro le unghie
Jeff Bezos, in un momento di distrazione tra un lancio di un missile e l’altro (si sentono tutti dei Von Braun, questi ricconi della Silicon Valley), ha piazzato nel negozietto di Amazon anche la catena alimentare di Whole Foods e così – mentre il suo Washington Post la spara grossa al punto da scrivere in epigrafe che con Trump la democrazia sarebbe nelle tenebre (al massimo va a giocare a golf, vi prego) – Jeff ha messo letteralmente i piedi e le mani del suo impero nel piatto a tavola e anche in cucina. Non potete immaginare i gridolini di giubilo dei tecno-entusiasti... “Hurraaaaa! Jeffe se pijato er negozzioooo”, neanche fossero azionisti a doppia cifra di Amazon.
Due o tre considerazioni sugli effetti sul mercato, l’occupazione, la distribuzione, la produzione alimentare? E se tutto questo, domani, accadesse nel paradiso della produzione e distribuzione di alimenti in Italia cosa accadrebbe?
Quale algoritmo – eccola, la privacy – deciderebbe quale prodotto spingere, quale far sparire dallo scaffale, quale produzione Dop promuovere e quale accantonare? Se Amazon domani comprasse Esselunga, cosa accadrebbe al sistema di distribuzione (e ripeto, produzione) del Nord Italia (a Milano ha già cominciato a funzionare il servizio fresh) e se a questo si aggiungesse un marchio diffuso anche da Roma in giù quali sarebbero gli effetti sulla catena alimentare dell’intero Paese? E la logistica? I posti di lavoro in magazzino? Zero. Applausi! Sono gli effetti psichedelici di un ammaestramento cominciato nei primi anni Novanta e il punto d’arrivo – in realtà siamo solo alle prime tappe di un processo di lobotomia della coscienza critica – è una società di controllati che pensano di controllare tutto. D’altronde, è lo spirito dei tempi che comanda e Alessandra Ravetta ha catapultato sulla mia casella di posta elettronica una ricerca di Ogilvy che certifica quello che avevamo capito anche noi ragazzi di campagna digitalizzati, ma per fortuna cresciuti a Cannonau e pecorino: Facebook è la prima fonte di informazione primaria globale. Tanti auguri, avremo un mondo di analfabeti d’andata e di ritorno. E in caso di guasto di tutti i sistemi di calcolo automatico del mondo, la prima potenza sarà quella che ha custodito in un monastero l’unico uomo che conosce ancora le tabelline. Potenza di calcolo.
Torno alla tavola calda e appendo il quadro al chiodo dei 13 miliardi di dollari e fischia scuciti da Bezos per comprare la catena di ristoranti e negozi di Whole Foods perché la faccenda dell’espansione dei titani digitali su altri terreni riguarda non solo il neototalitarismo dell’anagrafe e del controllo del ciclo veglia-sonno, ma anche la concorrenza e la tutela del mercato. I giganti della Silicon Valley sono oggi dei conglomerati spaziali – e non a caso si cimentano in lanci di razzi e costruiscono quartieri generali che sembrano astronavi (Apple) – divorano tutto quello che passa nelle loro vicinanze, sono dei buchi neri. Nel 1911 la Corte suprema degli Stati Uniti a un certo punto decise di tagliare le unghie all’impero di Rockefeller e mise a punto una sentenza che da allora fa scuola: se diventi troppo grande, domini il settore, i tuoi interessi s’intrecciano ad altri fino a diventare una ragnatela che limita la libertà degli altri, io che sono Stato – cioè la politica e dunque l’interesse di tutti – ti spezzetto, metto un freno al tuo dispotismo, ti riporto sulla terra. Ecco, con Amazon, Google, Apple e l’adorabile Zucky (Mark Zuckerberg) bisognerebbe cominciare a prendere le misure. Il problema è che i Titans sono diventati tutto: fanno automobili, lanciano satelliti, fanno le reti dell’informazione, distruggono, inglobano e deformano l’informazione, sono alla cassa in banca, prelevano dalla cassa, fanno musica, televisione, sono in cucina, in bagno, a letto, in palestra, drin! no, vi prego, anche qui con l’amante no! Questo incubo colorato, variopinto, tutto sorridente, da giardinetto con il tosa erba, il cane, l’Apple Watch, l’auto ibrida, il familydrone per le gite a mezz’aria, ecco tutta quest’arcadia da asilo infantile per adulti che non hanno mai viaggiato nell’Inferno di Dante e nelle visioni di Milton, nel dramma di Shakespeare e nella navicella spaziale di Victor Hugo, tutto questo mondo semplicemente, inesorabilmente, non esiste.
È lo stato psichedelico permanente della fiction californiana che ha preso dosi massicce di peyote negli anni Settanta e come Obelix non ha più bisogno di prenderne altro: è naturalmente fuori di testa. Va da sé che questo stato di euforia ha una ragione: i guadagni stellari costruiti proprio sulla rovina sociale che si va apparecchiando al tavolo della contemporaneità grazie al paradosso dei controllanti (i giganti hi-tech) che non sono controllati da nessuno. La scienza politica insegna che un potere tende a farsi naturalmente e sempre più dispotico se non trova argini. E gli argini da tempo sono saltati e fiume della tecnologia in cash flow ha esondato alla grande. Siamo con l’acqua alla gola, ma non affogheremo, perché ci daranno un casco per respirare e vedere – ecco la Virtual reality – e tutti insieme non ci toccheremo più, perbacco, nemmeno uno sfioramento, saremo tutti allegramente immersi in un posto dove la sensazione fisica sarà mediata da un software. E quello sarà il Nirvana informatico. È troppo, vado a stappare il Cannonau. E non l’ho comprato su Amazon.