Vanity, 1 giugno 2017
Che fine farà il Vice-Trump
Fino a pochissimo tempo fa, Jared Kushner sembrava soltanto l’ennesimo giovane businessman con un’intensa vita sociale e innocui principi politici ispirati all’ex sindaco repubblicano di New York, Michael Bloomberg. Ma nell’ultimo anno e mezzo qualcosa in lui sembra essere cambiato – nelle maniere. nelle opinioni e nei rapporti con l’élite newyorchese.
Nel corso di tutta la campagna elettorale, il suo coinvolgimento nel programma reazionario di Donald Trump era stato in parte circondato da quella che Henry Kissinger – grande ammiratore del giovane – aveva definito «ambiguità costruttiva». Durante la Convention repubblicana nazionale. Kushner non aveva concesso interviste ufficiali né espresso il suo parere pubblicamente. La decisione di mettere in secondo piano il proprio lavoro, le precedenti affiliazioni politiche e parecchie amicizie per mettersi al servizio del suocero rimane un mistero per molte persone che pensavano di conoscerlo.
Certo, si era sempre dimostrato pronto a difendere Trump davanti ai tanti detrattori e aveva più volte espresso ammirazione per l’invidiabile capacità di autopromuoversi e il malizioso talento di far fare figuracce alla stampa, ma per quanto riguardava le posizioni più radicali del suocero, sembrava limitarsi a una riluttante tolleranza.
Tempo prima, quando Trump stava imbastendo le sue teorie complottiste sulle origini di Obama. che i repubblicani creduloni si erano bevuti, una fonte vicina affermò che Kushner lo aveva rassicurato sul fatto che suo suocero non credeva affatto a quelle storie.
Eppure Trump e Kushner hanno molto più in comune di quello che le apparenze fanno pensare. Sono nati entrambi «al di là del ponte o del tunnel», come si definisce in modo un po’ sprezzante la «periferia» di New York – Trump nel Queens, Kushner a Livingston in New Jersey –, entrambi si sono fatti un nome a Manhattan e hanno vissuto tumultuosi periodi di difficoltà finanziaria sotto il fuoco incrociato della stampa. Come imprenditore edile Trump rischiò grosso negli anni ’80 e dichiarò bancarotta nei ’90: Kushner ebbe problemi seri prima del crollo finanziario del 2008 quando fu sul punto di perdere Pedificio-trofeo di famiglia, il palazzo al 666 di Fifth Avenue. Entrambi sono sopravvissuti e bene. Di Kushner si dice spesso che ha una bella voce pacata, in netto contrasto con il tono chiassoso del suocero, ma chi ha lavorato con lui sostiene che è un’affermazione ingannevole: a essere pacata è soltanto la voce, perché per il resto non va tanto per il sottile. «È molto aggressivo», sostiene Strauss Zelnick. un investitore nei media vicino a lui, e aggiunge che quando decide qualcosa «nulla può fermarlo». Ma soprattutto, lui e Trump hanno una visione della vita, degli affari e della politica legata alla loro fede nel clan. Trump apprezza la lealtà, specialmente verso l’alto, e nessun difensore è stato più saldo del genero durante la sua turbolenta lotta per il potere. Nessuno dei due dimentica i torti subiti. Entrambi sembrano amare il gusto della vendetta, anche se. dei due. Trump è forse il più clemente.
In ottobre l’Observer, il giornale di proprietà di Kushner, chiese ad alcune figure chiave neH’industria immobiliare, compreso Kushner stesso, «Hillary o Donald?». E Kushner rispose: «La famiglia viene prima di tutto». Ad alcuni sembrò una risposta obbligata, ma si sbagliavano. Di fatto, «la famiglia viene prima di tutto» è davvero il valore che conta di più per lui, un principio che gli è stato insegnato da un’amara storia personale.
Oggi lavora al quindicesimo piano del palazzo di famiglia, dove il suo ufficio è a pochi passi da quelli dei genitori. Charlie e Seryl. e della sorella Nicole. Il fratello Josh ha la sua società di venture capitai, mentre un’altra sorella. Dara, conduce un’esistenza più appartata a Livingston. Ma quando Jared aveva 24 anni, suo padre Charlie finì in prigione per un sordido crimine con implicazioni politiche, un episodio scottante che sigillò il loro legame nella vita e negli affari. La feroce etica di lealtà incondizionata alla famiglia, però, era emersa molto prima di quell’evento. Le sue origini sono rintracciabili in un libro rilegato che spicca nella reception della Kushner Companies, intitolato The Miracle oj’Life, il miracolo della vita.
Il libro racconta la terribile storia di immigrazione dei nonni di Kushner. Rae, la matriarca, era nata a Novogrudek. nelfodierna Bielorussia. Quando i nazisti arrivarono nel 1941, giustiziarono i medici. gli intellettuali e gli avvocati ebrei sulla piazza principale del paese mentre un’orchestra suonava. Rae, ancora adolescente, era una delle 50 ragazzine selezionate per lavare il sangue dal selciato. I nazisti trasferirono decine di migliaia di ebrei in un ghetto che serviva da campo di lavori forzati, e decimarono periodicamente la popolazione. La madre e una sorella di Rae furono uccise. A metà del 1943. gli ebrei sopravvissuti erano più o meno cinquecento e avevano capito che sarebbero morti tutti se non avessero compiuto un gesto estremo. Decisero così di fuggire costruendo un tunnel. Di notte, alcuni di loro scavavano con strumenti primitivi e riempivano sacchi di terra che. con una catena umana, venivano nascosti in una soffitta. I residenti del ghetto avevano saputo che un agricoltore di nome Tuvia Bielski aveva riunito un gruppo armato di partigiani ebrei, nascosti in una foresta vicina. In una notte tempestosa, alcune centinaia di ebrei, tra cui Rae, suo padre, un fratello e una sorella, percorsero a carponi il tunnel fino all’uscita. I tedeschi scoprirono in fretta l’imbocco e aprirono il fuoco. Il fratello di Rae corse nella direzione sbagliata e non lo videro mai più. Il resto della famiglia raggiunse il nascondiglio di Bielski dove visse nei bunker sotterranei, dormendo sulla paglia, finché non arrivarono le forze sovietiche.
Dopo la guerra, Rae sposò un altro sopravvissuto della foresta, un carpentiere di nome Yossel. e i due si misero in viaggio a piedi verso l’Italia. Finirono in un centro di accoglienza per sfollati, dove rimasero tre anni e mezzo in attesa del visto per emigrare negli Stati Uniti. «Nessuno ci voleva», scrive Rae Kushner in The Miracle oj’Life. A quel tempo, gli Stati Uniti avevano quote di accoglienza basate sull’appartenenza etnica. «Per gli ebrei, le porte erano chiuse. Non abbiamo mai capito perché. Persino il presidente Roosevelt non volle aprirle».
In America, Yossel diventò Joseph Kushner e si stabilì con Rae e i loro figli a Brooklyn. Iniziò a lavorare nell’edilizia nel New Jersey, ed era bravo al punto che, poco dopo, i colleghi cominciarono a chiamarlo «Joe Accetta». Con i fratelli Harry e Joe Wilf, comprò tre lotti di terreno nella Union County e si mise a costruire case. A quel punto i Kushner si trasferirono nel New Jersey, dove Joe entrò a far parte di un gruppo di persone, in gran parte sopravvissuti all’Olocausto, che nel Dopoguerra cominciò a costruire i sobborghi americani e da cui nacquero vere e proprie dinastie (la famiglia Wilf ora è proprietaria della squadra di football americano dei Minnesota Vikings).
Joe Kushner si specializzò nella costruzione e nell’affitto di appartamenti con giardino: attività redditizia, ma di certo non ricca di glamour. Un veterano delFimmobiliare che conosce da tempo i Kushner cita un vecchio proverbio: «Vendi alle masse, mangia con chi ha classe». Joe aveva due figli. Murray e Charlie. Quest’ultimo aveva appena iniziato ad affiancare il padre quando Joe morì all’improvviso nel 1985. «Charlie ha imparato i segreti del mondo immobiliare molto in fretta», ha dichiarato Alan Hamrner. un rappresentante legale che ha lavorato a lungo con lui. Charlie allargò il suo portfolio a circa 25 mila appartamenti e si lanciò in proprietà commerciali, alberghi e finanza.
I Kushner si erano distinti per notevoli atti di filantropia nella comunità ebraica: avevano aperto una scuola ortodossa a nome di Joe. e Rae fu tra i fondatori dell’Holocaust Memorial Museum. La sua storia di resistenza è diventata il fulcro della loro identità familiare. Quando la ribellione dei partigiani di Bielski fu trasformata in un film intitolato Defìance – /giorni del coraggio con Daniel Craig, i Kushner organizzarono un’anteprima per i sopravvissuti alla Shoah. La famiglia è anche tra i sostenitori dell’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, potente lobby pro-Israele, e lo stesso Jared. durante le primarie, ha organizzato il primo discorso di Trump all’organizzazione e mediato i rapporti con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che conosce i Kushner da anni. La scorsa estate, quando Trump ha twittalo un’immagine photoshoppata di Hillary Clinton che a molti era sembrata antisemita, Kushner si è precipitato a difenderlo in un raro articolo suYObserver, in cui citava la sua storia di famiglia e criticava la «polizia della libertà d’espressione».
Jared, nato nel 1981, è cresciuto in un ambiente ristretto che ruotava intorno alla fede e alla famiglia numerosa, con zii e cugini che si riunivano per la cena di Shabbat. Alcuni dei soci in affari del padre vivevano nel quartiere, a pochi passi da una sinagoga ortodossa. Quando Jared era adolescente, suo padre si fece coinvolgere sempre più in politica e diventò uno dei principali benefattori del partilo democratico. 1 politici con aspirazioni nazionali, inclusa Hillary Clinton, andavano regolarmente a fargli visita.
Il famoso declino di Charlie Kushner ebbe origine da una disputa con il fratello Murray sull’attività immobiliare che scatenò un’epica faida familiare. Una serie di cause civili portò a galla prove che attirarono finteresse di Chris Christie, l’ambizioso procuratore generale del New Jersey, che non vedeva l’ora di perseguire il sostenitore del governatore McGreevey.
Nel luglio 2004, quattro mesi dopo la morte della madre. Charlie fu incriminato. Oltre a varie violazioni nei finanziamenti delle campagne elettorali, gli investigatori scoprirono il feroce piano di vendetta che aveva ideato per incastrare il marito di sua sorella Esther: l’aveva attirato con l’inganno a un incontro con una prostituta per poi registrarlo e ricattarlo. Lo scandalo contribuì alle dimissioni, un mese dopo, di McGreevey, che confessò di aver avuto una relazione con un ex ufficiale della marina israeliano che aveva legami con Kushner. L’episodio si rivelò formativo per Jared. la cui vita fino ad allora aveva seguito una strada spianata, che da Harvard – di cui il padre era uno dei principali finanziatori – era passata a stage prestigiosi. Mentre Christie, che forse poi se ne pentì, aveva denunciato i crimini di Charlie Kushner come «efferati e indegni». Jared continuò a vedere suo padre come vittima dell’ingiustizia.
Charlie rimase quasi un anno in una prigione dell’Alabama. dove Jared e sua madre andavano a trovarlo una volta alla settimana. I Kushner erano ancora molto ricchi grazie al giro degli affitti, ma il loro status sociale era azzeralo. Jared. però, viveva a New York, dove cerano altri modi oltre alla politica per diventare socialmente influenti.
Poiché i media avevano contribuito enormemente ai guai di suo padre, indagando sul suo rapporto con McGreevey. comprensibilmente la prima mossa di Jared fu quella di comprare un giornale. Nell’estate del 2006, cancellò un viaggio in Germania per vedere la Coppa del mondo per fare un’offerta da 10 milioni di dollari e acquisire il New York Observer. Si era mosso molto in fretta proprio mentre un altro offerente stava per chiudere l’affare.
Kushner scopri ben presto che quello dell’editoria era uno strano mondo. All’inizio, passava molto tempo in redazione ad ascoltare educatamente il direttore Peter Kaplan che cercava di trasmettergli il suo entusiasmo per gli ideali romantici del giornalismo. Se pubblicamente Kaplan citava una scena di Quarto potere. dicendo che ogni giovane dovrebbe capire quanto è «divertente dirigere un giornale», in privato raccontò agli amici che il libro preferito di Kushner era Il conte di Montecristo. la storia di un uomo che fugge dalla prigione dove era finito ingiustamente, diventa ricco e usa il suo potere per vendicarsi con grande astuzia degli ignari nemici.
Negli ultimi anni, il coinvolgimento quotidiano di Kushner nel giornale era il diminuito e l’Observer ha interrotto la stampa dell’edizione cartacea subito dopo le elezioni. Il giornale, però, era servito al suo scopo, cioè come trampolino di lancio di Kushner che. a New York, aveva stretto amicizia con altri mogul dei media più anziani, come Rupert Murdoch e Barry Diller. che capivano meglio diluii meccanismi del potee in città. «Penso che Jared si sia visto bene nel ruolo di chi. avendo un business immobiliare di successo, vuole anche dimostrare di avere una voce», ha dichiarato uno degli amici di Kushner.
Nel 2006. Kushner aveva trattato l’acquisto del grattacielo sulla Fifth Avenue per 1.8 miliardi di dollari, che in quegli anni era una cifra record per un palazzo di uffici a Manhattan. La transazione fu finanziata con debiti ingenti e. l’anno successivo, la Kushner Companies liquidò il suo portfolio di appartamenti per 1.9 miliardi di dollari, un po’ come scambiare una flotta di taxi per una sola macchina da corsa di Formula 1.
L’acquisto del palazzo portò subito guai. I prestiti erano stati fatti nell’ipotesi che gli affitti degli uffici sarebbero aumentati, invece ci fu il crollo. Jared se la cavò rifinanziando i prestiti, vendendo quote di partecipazione ai soci e sfruttando i suoi spazi retail con una complicata serie di accordi che riuscì a stabilizzare la liquidità.
Kushner emerse dalla crisi con la reputazione di affarista coraggioso. Ben presto riprese le acquisizioni con il supporto di investitori istituzionali. come il Cim Group, un’aggressiva società di private equity cofondata da due ex paracadutisti israeliani, e poco dopo comprò il problematico spazio retati del vecchio New York Times Building da Lev Leviev, il magnate dei diamanti che si dice sia amico di Putin. Kushner ha sposato Ivanka Trump nell’ottobre 2009. dopo un corteggiamento difficile, con tanto di ostacolo apparentemente insormontabile (le obiezioni religiose dei genitori), riconciliazione romantica (organizzata da Wcndi Deng, ex moglie di Rupert Murdoch, sul loro yacht) e prova finale (la conversione all’ebraismo di Ivanka. con la supervisione di un eminente rabbino ortodosso moderno).
Anche la persona pubblica di Kushner aveva subito un cambiamento notevole: nessuno più lo identificava come il figlio di un criminale. perché ora era il marito di Ivanka. un vice-Trump. Tutti i matrimoni sono un mistero per chi li vede da fuori, e l’unione Kushner-Trump è custodita in modo particolarmente geloso. Un elemento inconfutabile, però, specialmente oggi, è la lealtà nei confronti del tirannico patriarca. «Donald si affida moltissimo alla sua famiglia», dice Richard LeFrak, uno degli amici immobiliaristi più vicini a Trump, «e direi che Jared è un tassello importante del mosaico. È molto ben inserito nella famiglia».
Il coinvolgimento di Kushner nella campagna elettorale era iniziato come un sostegno tra parenti, un dare una mano quando Trump la chiedeva. Ma verso la fine delle primarie, l’apporto di Kushner ha assunto l’aria di un vero e proprio ruolo manageriale e la sua presenza nelle riunioni organizzative si è fatta costante. «Se la campagna doveva dimostrare qualcosa, è stato che non era richiesta né una precedente esperienza in campagne elettorali, né tantomeno in quelle presidenziali», ha dichiarato Rick Reed. un consulente veterano che faceva campagne pubblicitarie per Trump. Come gli imprenditori nel settore tecnologico che ammira tanto, Kushner guardava al business delle campagne come a un’industria compiaciuta di se stessa che aveva bisogno di una scrollata. «I sondaggisti sono una banda di ladri», aveva dichiarato in un discorso agli uomini d’affari della Partnership for New York City. E infatti convinse gli organizzatori della campagna ad adottare le stesse strategie di marketing diretto usate dalle imprese private.
Secondo alcuni, Kushner avrebbe dovuto avere un effetto moderatore, se non in termini ideologici, almeno per tenere sotto controllo le tendenze incendiarie di Trump. «Senza dubbio un presidente ha bisogno di qualcuno che gli dica: “Secondo me questa mossa non è utile né per te né per il Paese”», ha dichiarato Reed. Eppure, ci sono ben poche certezze che qualcuno possa moderare Trump. se non Trump stesso, ma non ci sono dubbi sulla lealtà di Kushner. «Sono certo che Jared non si farà scrupoli a esprimere le proprie opinioni a Donald, e penso che anche Ivanka abbia le sue», dice LeFrak. «Certo, non è una famiglia di robot. Ma in fin dei conti tutti prenderanno le parti del presidente».
(Traduzione di Gioia Guerzoni)