Internazionale, 1 giugno 2017
Il paese delle piscine
Mob (man over board, uomo in mare): questa sigla si trova sotto un pulsante rosso su quasi tutti i pescherecci commerciali. Se viene premuto vuol dire che una persona sta annaspando in quel 71 per cento di mondo chiamato oceano. Nelle acque fredde, ogni grado di temperatura sulla scala Celsius equivale grosso modo al numero di minuti necessari per andare in ipotermia. Quando si attraversa Rósagaròur, una zona di pesca relativamente calda tra lìslanda e la Norvegia, all’inizio di ottobre la temperatura dell’acqua è di cinque gradi. Significa che una persona ha cinque minuti per dibattersi in acqua mentre l’equipaggio gli lancia un salvagente, gira la barca e prepara la rete di salvataggio.
L’idea che si possa riuscire a tornare in barca – o a riva, se è vicina – quando si finisce in mare aperto è in gran parte illusoria. Che sappiate nuotare o meno, il freddo oceano quasi sempre vi afferra e non vi lascia più andare. Ma il mito della sopravvivenza ha condizionato ogni bambino, ogni contribuente e ogni villaggio dellìslanda. La storia che molti islandesi si raccontano è semplicissima: pochi affogheranno nell’oceano (e in qualunque altro posto) se tutti imparano a nuotare.
Al di fuori dell’area di Reykjavik, ogni cittadina o villaggio ha in media 19 barche, 1.182 abitanti, due benzinai, una chiesa e una piscina all’aperto. Come un adulto islandese su due, ho passato dieci anni a nuotare avanti e indietro in una vasca di 25 metri, senza mai arrivare da nessuna parte. Al termine del sesto anno di scuola possiamo nuotare per duecento metri senza bisogno di aiuto. Le lezioni di nuoto obbligatorie saranno anche una buona idea, ma non per scongiurare gli annegamenti, come pensa la maggioranza degli islandesi.
Per tutto il novecento lavorare su una barca è stata la professione più pericolosa del paese, dato che l’Islanda non aveva un esercito. La morte dei marinai veniva annunciata alla radio pubblica come se fossero stati soldati: il nome e l’indirizzo della vittima, lo stato civile e il numero di figli. In un paese che non ha mai superato i 335mila abitanti, la possibilità di conoscere personalmente un annegato era relativamente alta. Il 17 febbraio 1939 probabilmente tutti ne ebbero abbastanza quando sci bambini persero il padre.
Quel giorno la barca a vapore Ólafur 57 aveva gettato l’ancora al largo della cittadina di Akranes, dove il capitano Bjarni Ólafson voleva andare a messa. L’equipaggio era salito su una lancia e si stava dirigendo verso la costa quando la piccola imbarcazione venne rovesciata da un’onda improvvisa. Il capitano e tre dei suoi compagni affogarono a circa trecento bracciate dalla riva. A quei tempi erano in pochi a saper nuotare, marinai compresi. In una società che ruotava intorno all’oceano, quell’ondata fatale contribuì a sollevarne un’altra, metaforica: dato che metà della popolazione maschile era destinata prima o poi a lavorare su una barca, si levò un appello nazionale a migliorare la sicurezza in mare e insegnare a nuotare alle giovani generazioni. Sembrava una reazione logica.
Nel 1940 il governo rese obbligatorie le lezioni di nuoto dalla prima alla decima classe. Nel 1944 ad Akranes, in occasione della Giornata del pescatore, si dette il via alla costruzione della piscina Bjarnalaug, dal nome di un comandante molto popolare. Tutti coloro che potevano sollevare una vanga, spingere una carriola 0 mescolare cemento unirono le forze nel cantiere al centro della città. Dato che l’amministrazione locale poteva coprire solo un terzo delle spese, le associazioni giovanili e femminili raccolsero i fondi necessari. “Quando ero ragazzo, era il luogo più famoso della città”, dice hórólfur Siguròsson, 72 anni, che ha imparato e poi insegnato a nuotare nella piscina Bjarnalaug. Le foto dell’inaugurazione mostrano centinaia di facce orgogliose e decisamente lontane dall’Europa dilaniata dalla guerra, dove la gente era impegnata a costruire caserme e a rimettere in funzione gli ospedali bombardati.
L’oceano prende
Ben presto ogni comunità ebbe una piscina pubblica in cui i bambini andavano avanti e indietro dalla mattina alla sera. A differenza di alcune discipline scolastiche, le lezioni di nuoto andavano dritto al punto: fa’ attenzione o un giorno potresti affogare. Così gli islandesi impararono a nuotare, nuotare diventò un passatempo culturale e le piscine diventarono luoghi di ritrovo. Da ragazzi, gli islandesi imparano gli stili tradizionali e il cosiddetto dorso scolastico, concepito per la sopravvivenza sulle lunghe distanze, e anche a nuotare trascinando una persona priva di sensi.
Ciò nonostante, per decenni gli islandesi continuarono ad ascoltare la radio sospirando e mormorando “Hafiò gefur, hafiò tckur” (l’oceano dà, l’oceano prende). Il tasso di mortalità tra i marinai rimaneva ostinatamente alto: secondo l’amministrazione marittima islandese, nell’ultimo secolo quattromila persone sono morte in mare, nei laghi e nei fiumi. Un tributo annuale compreso tra i venti e i cinquanta uomini sani e forti sembrava una componente ineliminabile della vita sulla costa. Nel 1992 uno studio rilevò che, malgrado le lezioni di nuoto obbligatorie, tra il 1966 e il 1986 in Islanda il tasso di mortalità era rimasto praticamente invariato. Solo nei primi anni novanta le cifre cominciarono finalmente a diminuire. Il 2008 è stato il primo anno in cui nessun islandese ha perso la vita in mare. Negli ultimi anni il tasso di mortalità ha oscillato tra una e due persone all’anno. Nel 2011 e 2014 non si sono registrati decessi. Ma in che misura hanno inciso le lezioni di nuoto?
Anche quando le condizioni meteorologiche sono buone, raramente i marinai che cadono nelle acque dell’Atlantico settentrionale si mettono in salvo nuotando: il problema è sempre l’ipotermia. Se tra i marinai il tasso di mortalità è diminuito il merito è soprattutto dei corsi sulla sicurezza e del progresso tecnologico.
Oggi di regola gli incidenti avvengono in pieno giorno e con il bel tempo, e coinvolgono marinai esperti”, spiega Hilmar Snorrason, direttore del Centro di formazione per la sicurezza in mare e la sopravvivenza. Il centro ha sede sulla Saebjòrg, una barca attraccata nel centro di Reykjavik accanto al famoso auditorium Harpa, e dal 1985 cerca di migliorare le condizioni di lavoro dei marinai islandesi. Se si aggiungono le innovazioni tecnologiche, vale a dire imbarcazioni migliori, previsioni del tempo più accurate ed elicotteri di salvataggio, si capisce perché andare per mare è molto meno pericoloso che nel 1939.
Vichinghi nel cuore
Oggi i marinai seguono un corso sulla sicurezza ogni cinque anni. Gli uomini che lavorano su grandi imbarcazioni (oltre 15 metri di lunghezza) imparano di tutto, da come riconoscere i diversi segnali di allarme a salvare un pupazzo da una cabina in fiamme. Quello che il corso non prevede sono le tecniche che vengono insegnate ai bambini in piscina. Gli esperti sanno bene che, malgrado le radicate idee del paese sulle lezioni di nuoto, è l’attenzione alla sicurezza che salva la vita. L’unico caso in cui ci si aspetta che i marinai finiscano in acqua in mare aperto è quando viene dato l’ordine di “abbandonare la nave” e loro devono raggiungere una scialuppa. Il protocollo prevede che l’equipaggio indossi tute di sopravvivenza galleggianti con cui è possibile effettuare solo una variante del dorso – uno stile di nuoto che richiede il minimo sforzo e mantiene la testa fuori dall’acqua. Restando ferma e risparmiando energie, una persona in tuta di sopravvivenza può rimanere a galla per sei ore in acque gelide senza perdere più di un grado di temperatura corporea. Un nuotatore ha maggiori possibilità di sopravvivenza se gli aiuti sono vicini, ma spesso dipende tutto dalla fortuna.
Gli islandesi, però, sono vichinghi nel cuore. Disprezzano la fortuna e restano ancorati alle epiche storie di sopravvivenza, vecchie e nuove, che mettono in luce il coraggio, la forza e l’abilità nel nuoto. Tra gli eroi ci sono Grettir Àsmundsson “il forte” delle Saghe degli islandesi, che tornò dall’isola di Drangey nuotando più di sette chilometri per raggiungere la riva, e Guòlaugur Friòpórsson, che ingannò la morte quando il suo peschereccio affondò vicino alle isole Westmann nel 1984. In camicia, maglione e jeans, Friòpórsson nuotò per cinque chilometri in acque tra i 5 e i 6 gradi e camminò scalzo per tre ore su un campo di lava gelata prima di trovare aiuto. All’ospedale Friòpórsson mostrò solo lievi segni di disidratazione, ma non ipotermia. Era stato salvato dal suo strato di 14 millimetri di grasso corporeo, mentre gli altri quattro membri dell’equipaggio erano morti in acqua. La sua vicenda dovrebbe essere considerata un argomento a favore dell’obesità, invece è l’aneddoto preferito dei sostenitori del nuoto.
Gli studenti islandesi seguono tra i 1.200 e i 1.800 minuti di lezione di nuoto ogni anno. Per gente come l’ex sindaco di Reykjavik, Jón Gnarr, queste venti o trenta ore sono uno spreco di tempo e risorse. Nella società di oggi ci sono rischi altrettanto importanti. “Le donne, per esempio, hanno più probabilità di essere vittime degli uomini che dell’acqua”, ha scritto Gnarr su FréttablaòiÒ, un quotidiano islandese. “Perché non dedicare quel tempo a imparare il judo o il karaté?”.
Un paese di nuotatori o un paese di karaté kid? Sicuramente le statistiche relative agli annegamenti nella popolazione mondiale, lasciando perdere i marinai, danno ragione a chi è favorevole al nuoto. A livello globale, gli annegamenti sono la terza causa di morte accidentale e provocano 3721T1Ìla morti l’anno. I più colpiti sono i paesi a basso e medio reddito, dove si verifica il 91 per cento degli annegamenti involontari (cioè esclusi i suicidi), la maggior parte dei quali riguarda i bambini. In questi paesi di solito non ci sono norme di sicurezza e le lezioni di nuoto non sono diffuse. Nel Pacifico occidentale gli annegamenti sono la prima causa di morte tra i bambini dai cinque ai 14 anni, e i risultati di un programma condotto in Bangladesh suggeriscono che insegnare a nuotare a tutti i bambini può ridurre gli incidenti mortali del 93 per cento.
Anche nei paesi industrializzati i bambini poveri hanno meno probabilità di imparare a nuotare rispetto ai loro coetanei più ricchi. In Danimarca – un paese che si vanta della sua uguaglianza – solo metà dei bambini tra i 7 e i 14 anni sa nuotare per duecento metri senza bisogno di aiuto. Secondo uno studio condotto nel 2014 dalla Federazione di nuoto danese, solo il 14 per cento dei bambini impara a nuotare grazie a un programma scolastico. Invece il 65 per cento dei danesi adulti sa nuotare e quasi tutti hanno imparato prima dei 15 anni, in molti casi grazie ai corsi scolastici. Questo significa che oggi meno bambini imparano a nuotare. Ma quando si chiede alle scuole di fare di più, i funzionari scuotono la testa per i costi. In proporzione la Danimarca ha molte meno piscine rispetto all’Islanda e spesso sono lontane dalle scuole, perciò il trasporto incide significativamente sul bilancio. Ma non vale la pena di pagare per salvare i bambini? A differenza di quanto avviene in Bangladesh, le lezioni di nuoto non hanno un grosso impatto sulla percentuale di annegamenti in Danimarca.
Secondo uno studio comparato su Danimarca e Islanda, il rapporto tra lezioni di nuoto e annegamento è più complesso nei paesi ricchi. I due paesi sono simili per geografia, cultura e reddito, ma la percentuale di persone che sanno nuotare è molto diversa. Eppure la Danimarca ha un tasso di annegamenti inferiore a quello dell’Islanda: 1,2 ogni centomila abitanti, contro i 2,5 dell’Islanda. Proprio com’è av venuto per i marinai quando l’attenzione è stata spostata sulla sicurezza, le norme sulla prevenzione, la sorveglianza e i recinti intorno alle piscine hanno sensibilmente ridotto il tasso di annegamenti tra i bambini di entrambi i paesi. Nella vicina Norvegia uno studio ha rilevato che metà dei bambini non sa nuotare, eppure ci sono 1,4 annegamenti ogni centomila abitanti. L’unica cosa che questo dimostra, tuttavia, è che il tasso di annegamento e la capacità di nuotare sono impossibili da isolare comevariabili.
Mammiferi terrestri
Nel frattempo l’Islanda spende un sacco di soldi per il nuoto. Il paese ha una piscina ogni duemila abitanti, spesso vicine a una scuola. In quasi tutte le comunità islandesi, la piscina è un pesante onere finanziario. Delle 169 piscine islandesi, 31 sono prive di riscaldamento geotermico e hanno bisogno di una costosa fonte di calore. Skaftàrheppur, nel sud del paese, ha una delle piscine più costose. Come molte altre piscine ha vasche calde (per i pigri) e un piccolo scivolo (per i folli). È all’aperto ed è un posto magnifico dove passare un pomeriggio (in Islanda le piscine sono più frequentate dei musei, dei cinema e delle chiese). Il prezzo di entrata va dai sei agl otto euro. Ma neppure la più frequentate delle sei piscine di Reykjavik riesce a finanziarsi con i biglietti di ingresso. Immaginate quanto può essere difficile per le comunità più piccole. Secondo Sandra Brà Jóhannsdóttir, sindaca del comune di Skaftàrhreppur, con una popolazione di 470 abitanti, il centro sportivo che gestisce la piscina locale ha un deficit annuo di più di cinquecentomila euro, che il comune provvede a saldare ogni anno. È il 19 per cento del bilancio complessivo del comune. Invece di insegnare a tutti a nuotare, la sua comunità potrebbe prendere quel 19 per cento e spenderlo per assistere gli anziani, liberare le strade dalla neve o mandare a ciascun abitante un assegno di mille euro all’anno.
Le lezioni di nuoto obbligatorie saranno anche una buona idea, ma non per il motivo che credono gli islandesi. L’acqua non è l’elemento naturale degli esseri umani, che sono mammiferi terrestri, quindi perché della gente che vive accanto a un mare particolarmente freddo dovrebbe preoccuparsi tanto del suo rapporto con l’acqua? La spiegazione è un’abitudine creata dalla legge per ragioni illogiche negli anni quaranta e accettata senza pensare ai costi. Nella città dove sono nato, un uomo di nome Magnùs Tryggvason è rimasto al bordo della piscina locale per trentanni – con la pioggia, la neve e il buio dell’invcrno islandese – urlando a ragazzini dalla testa dura come me: “Piega il polso! Gira!”
“So che sto facendo la differenza”, risponde Tryggvason a chi gli chiede le ragioni di questo lungo impegno. “Il momento in cui un bambino si rende conto di poter andare sott’acqua e tornare a galla senza la sensazione di annegare. È quella sincera emozione sul volto dei bambini che mi ripaga del mio lavoro”.
E forse è proprio di questo che si tratta: una sensazione. I vecchi pescatori con cui ho chiacchierato, oltre a fidarsi delle storie in cui qualcuno si salva grazie a una nuotata epica, dicevano che saper nuotare li faceva sentire meno intimoriti dall’oceano e più calmi nell’affrontare una situazione di emergenza.
Per gli islandesi forse nuotare non è questione di superare un rischio, ma piuttosto il contrario. Avanziamo nell’acqua gelida fino a quando ci carezza le spalle, e il freddo pungente allontana l’attenzione da tutto il resto, restringendo il mondo all’oceajio e a noi stessi: di nuovo ragazzi, abbracciamo il rischio del mare.