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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Il «dividendo» della globalizzazione

Poco meno di 2.100 miliardi di dollari: a tanto ammonta il “dividendo” che gli Stati Uniti hanno incassato tra il 1950 e il 2016 dalla globalizzazione, di cui sono stati architetti e timonieri, ma che oggi guardano con riluttanza crescente. Come dire che in 66 anni, l’apertura al commercio internazionale ha aggiunto all’economia a stelle e strisce un valore superiore al Pil dell’Italia (1.850 miliardi di dollari nel 2016). Nello stesso periodo, l’espansione degli scambi ha fatto crescere di oltre 7mila dollari il Pil pro-capite degli americani. E se poi la globalizzazione dovesse superare l’attuale fase di regresso, potrebbe “pagare” all’economia statunitense altri 540 miliardi di dollari (entro il 2025).
A fare i conti sono Gary Clyde Hufbauer e Zhiyao Lu, del Peterson institute for international economics, il think tank di Washington apertamente schierato a favore del libero scambio nel dibattito sulla globalizzazione, acceso negli Stati Uniti (e non solo) dalle posizioni oltranziste del presidente Trump. In un recente studio dal titolo «The Payoff to America from Globalization: A Fresh Look with a Focus on Costs to Workers», gli autori si concentrano anche sull’impatto della globalizzazione sul mercato del lavoro e concludono che tra il 2001 e il 2016, i posti di lavoro netti “colpiti” dal commercio possono essere stimati al massimo in 156.250 l’anno. Una stima per eccesso, avvertono gli autori stessi, molto più alta della distruzione effettiva di posti di lavoro.
Il dividendo
Hufbauer e Lu misurano in 2.056 miliardi (in dollari del 2016) il Pil aggiuntivo generato negli Stati Uniti dall’espansione del commercio. Gran parte del “dividendo”, (1.864 miliardi) è stato incassato tra il 1950 e il 2003, mentre nei successivi 13 anni il bottino è sceso a 191 miliardi. Le cause di questo ridimensionamento, secondo lo studio, sono molteplici, ma tutte riconducibili a un unico fattore: la frenata della spinta all’apertura del commercio internazionale. Il fallimento del Doha Round e dei mega-negoziati Wto, il declino del volume degli scambi mondiali dopo la Grande recessione e il revival del protezionismo, sono fenomeni che puntano nella stessa direzione, quella del regresso della globalizzazione, che oggi trova la sua consacrazione nelle politiche, per ora più annunciate che attuate, dell’amministrazione Trump.
La decade che ha registrato i maggiori guadagni è stata quella tra il 1970 e il 1980, grazie alla progressiva riduzione dei dazi nell’ambito dei negoziati Gatt (il precursore della Wto). Al contrario, gli anni 80, quelli del dollaro forte e del protezionismo reaganiano, sono stati i peggiori. Sono gli anni in cui arrivarono al culmine gli attriti commerciali con il Giappone, le cui case automobilistiche avevano raggiunto una superiorità tale rispetto a quelle americane da portare un gruppo come Chrysler sull’orlo del fallimento. Alcuni parlamentari si spinsero fino a distruggere una Toyota a colpi di mazza davanti al Campidoglio (per il momento Trump si limita all’invettiva contro i «cattivi tedeschi»).
L’impatto sui lavoratori
Accettando una metodologia di calcolo che si basa sul rapporto tra valore della produzione e occupazione, ma che secondo gli autori conduce a sovrastimare e di molto l’impatto della globalizzazione, Hufbauer e Lu indicano in 5 milioni «al massimo» i posti di lavoro “distrutti” dall’aumento delle importazioni negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2016 (contro i 19,9 milioni di lavoratori licenziati nel solo 2016). Questi 5 milioni di posti persi sono per metà compensati da quelli generati dall’aumento delle esportazioni. L’effetto netto si riduce a 2,5 milioni di posti persi (156.250 all’anno).
Resta il fatto, come riconoscono gli stessi autori, che se i benefici della globalizzazione sono diffusi e poco percepiti dal cittadino medio, gli svantaggi per chi perde il lavoro sono chiari e dolorosi. Potrebbero però essere compensati con programmi di sostegno più generosi, nel segno di quella partecipazione diffusa ai vantaggi del commercio internazionale ormai auspicata anche dall’Fmi.