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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Fa riesumare la madre uccisa. Dopo tre anni il Dna lo incastra

Per tre anni e quattro mesi ha indossato i panni del figlio della vittima determinato a chiedere e ad avere giustizia. Da ieri Angelo Fabio Matà, 43 anni, sottufficiale di Marina, è in carcere accusato di omicidio aggravato. Per gli investigatori della Squadra mobile di Catania è stato lui, il 7 gennaio del 2014 tra le tombe del cimitero principale della città, ad uccidere la madre, Maria Concetta Velardi, all’epoca 59enne. Un delitto d’impeto, secondo la procura che ha ottenuto dal gip l’ordinanza di custodia in carcere, scatenato da un violento litigio avvenuto nelle prime ore di quel pomeriggio davanti alla tomba di famiglia, ma che avrebbe radici più profonde nel «rancore che Matà provava per la madre perché rappresentava un ostacolo ai suoi progetti di vita personale», come dice il capo della Mobile, Antonio Salvago.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Maria Concetta Velardi fu tramortita a colpi di pietra in testa, trascinata tra le tombe per essere meno visibile e finita con due massi molto pesanti. Una morte arrivata dopo una quarantina di minuti di agonia tra le 15,30 e le 15,45. Gli orari sono importanti. L’allarme fu dato dopo le 16, con il telefono di Matà, da una donna che era al cimitero, in sottofondo le urla di dolore dell’uomo che alla polizia sostenne di avere trovato la madre morta. Agli investigatori, l’uomo raccontò di avere accompagnato la madre al cimitero ma di essersi allontanato per andare a prendere un caffè e per passare dal meccanico, e che al suo ritorno era morta. Per la polizia, questa ricostruzione sarebbe un finto alibi e l’uomo, che risulta davvero essersi allontanato dal cimitero, lo avrebbe fatto solo dopo l’omicidio. Ai poliziotti si presentò insanguinato perché, disse, aveva toccato il corpo della madre nel tentativo di rianimarla. Ma altri indizi hanno portato gli investigatori sulle sue tracce: una piccola macchia di sangue, con Dna sia suo sia della madre, sulla maniglia di uno sportello della sua auto; tracce di Dna dell’uomo sotto le unghie di due dita della mano destra della vittima, come se Maria Concetta Velardi avesse tentato di difendersi; le dichiarazioni di tre persone che erano nei pressi della cappella della famiglia Matà e che hanno riferito di aver sentito i due litigare, e la donna urlare, nei momenti precedenti al delitto.
Gli investigatori esclusero subito l’ipotesi di un tentativo di rapina perché Velardi, che andava al cimitero quasi ogni giorno per pregare sulla tomba del marito Angelo e dell’altro figlio, Lorenzo, morto per un tumore nel 2009, aveva ancora addosso una preziosa collana e un suo bracciale fu trovato vicino al corpo. Già all’indomani del delitto, Matà era stato indagato con altre quattro persone da lui indicate, una coppia di romeni e due presunti corteggiatori della madre, poi scagionate. Più volte Matà aveva chiesto di intensificare le indagini e rivolgendosi a chi era nel cimitero quel giorno con un rituale «chi sa, parli», commosso. Tramite il suo avvocato aveva perfino chiesto la riesumazione della salma, per accertare la natura delle ferite alla schiena, secondo lui provocate da unghiate dell’aggressore, sostenendo pure che gli assassini erano un uomo e una donna. Una messinscena svelata quando pensava di averla fatta franca: tra qualche settimana Matà avrebbe sposato Francesca, la donna che in questi anni gli è stata sempre accanto, perfino nelle conferenze stampa e nei sopralluoghi, e che due anni fa gli ha dato un figlio.