Corriere della Sera, 1 giugno 2017
E adesso cosa cambia?
La scorciatoia: ignorare le regole
Avendo ratificato l’accordo, gli Usa dovrebbero aspettare tre anni prima di annunciare il ritiro, ma potrebbero lasciare direttamente il trattato Onu su cui l’accordo si fonda: uno «strappo» che limiterebbe l’attesa ad un anno.
«Potrebbero però anche scegliere una strada ancora più veloce, semplicemente ignorando le regole e smettendo di partecipare», dice Andrew Light, del World Resources Institute, che fece parte del team negoziatore del Dipartimento di Stato Usa, sotto Obama, per l’accordo di Parigi. Una prospettiva inquietante, sul piano del diritto internazionale.
Si fa irrealistico un aumento di soli 1,5 gradi
L’ obbiettivo dell’Accordo di Parigi – mantenere il più vicino possibile a 1,5° l’aumento della temperatura terrestre rispetto ai livelli pre-industriali – diventa irrealistico se gli Usa si chiameranno fuori. Siamo già a oltre +1°. Gli scienziati di Climate Interactive hanno simulato al computer cosa avverrebbe se tutti i 147 Stati che hanno ratificato l’accordo, tranne gli Usa, raggiungessero gli obiettivi volontari sulla riduzione delle emissioni di CO2: entro il 2030, finirebbero in atmosfera 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica extra all’anno, con un aumento non previsto finora di altri 0,3° entro fine secolo.
Il rischio: emissioni non misurabili
A Parigi gli Usa si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas climalteranti del 26-28% entro il 2025. Trump ha già annullato molte delle norme introdotte da Obama per centrare l’obiettivo e ridimensionato finanziamenti e compiti dell’Environment Protection Agency, l’ente che garantisce la misurazione delle emissioni. «Se l’agenzia sposta il focus su altre attività, sarà impossibile misurare l’effettivo impatto delle decisioni di Trump sulle emissioni e prevedere gli andamenti futuri. È gravissimo» spiega Marco Tedesco, climatologo al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University
Così gli studi dovranno ripartire da zero
Aggiungere anidride carbonica non prevista sulla Terra è un po’ come aumentare le dosi di sigarette ad un malato terminale di cancro. Anche se poi questa persona dovesse smettere di fumare – ovvero se cambiasse amministrazione, o politiche ambientali in Usa – il danno che si fa adesso dando via libera alle nuove immissioni non è lineare ma provoca una accelerazione imprevedibile. Senza contare che la decisione cancellerebbe anni di proiezioni scientifiche, di studi e di programmi di azione. «La ricerca deve ripartire da zero, da nuovi standard», avverte il glaciologo Marco Tedesco.
Stati Uniti fuori dal mercato delle rinnovabili
Trump punta su petrolio e carbone, considerate «risorse nazionali». Ma entro il 2030, il mercato dell’energia rinnovabile avrà un valore stimato in 6 trilioni di dollari. Senza il sostegno di Washington, le aziende Usa potrebbero perdere il treno rispetto ai concorrenti internazionali. La Cina investirà 360 miliardi di dollari nel settore, creando 13 milioni di nuovi posti di lavoro. Gli altri firmatari potrebbero poi penalizzare le imprese Usa: «Abbassando le tariffe doganali per altri esportatori di clean technology – avverte Andrew Light –. Sarà un disastro il business Usa sul nuovo mercato globale».
La Casa Bianca isolata con Siria e Nicaragua
Washington rischia di alienarsi molti alleati su un tema ormai considerato fondamentale. «Ci sono due “club climatici” sul pianeta – avverte Andrew Light –. Da un lato gli Usa con Siria e Nicaragua, che rifiutano di unirsi alla comunità internazionale, dall’altra il resto del mondo che va avanti, Ue e Cina in testa». L’America di Trump insomma sempre più sola. «Il cambiamento climatico è innegabile. L’azione sul clima inarrestabile. Le soluzioni forniscono opportunità impareggiabili», è la risposta via Twitter dell’Onu alle indiscrezioni sull’imminente uscita degli Usa dall’accordo di Parigi.