la Repubblica, 1 giugno 2017
Quel pasticcio dei voucher
È tecnicamente una provocazione, questa scelta di volere ora e subito una reintroduzione dei voucher, per modificati o migliorati che siano. Perché l’insegnamento della Corte costituzionale è da anni consolidato nel senso che in nessun modo può essere vanificato, con qualsivoglia manipolazione, l’obiettivo di un referendum abrogativo. Basterebbe ricordare quando Berlusconi ci provò con il nucleare. Anche lì, volendo evitare la consultazione popolare (soprattutto per il traino che avrebbe avuto sugli altri quesiti che riguardavano le leggi ad personam) il governo del cavaliere, con un mano abrogò le disposizioni che prevedevano le centrali, ma con l’altra aggiunse che comunque, al ricorrere di alcune condizioni, si sarebbero potute nel tempo ugualmente realizzare.
La foglia non fu mangiata; su ricorso dei comitati, la Cassazione respinse la forzatura governativa e dispose che il referendum si sarebbe comunque celebrato perché restava vivo il quesito per la sua chiara finalità di dire no al nucleare, la cui previsione era stata solo apparentemente abrogata, ma in versione più o meno modificata rientrava dalla finestra per la maldestra furbizia governativa.
E così in zona cesarini il referendum fu confermato e registrò una vittoria travolgente dei Sì anche sui salvacondotti personali.
Ora la forzatura non solo appare del tutto analoga, ma si presenta più subdola se non più grossolana. Quasi facendo tesoro di quel precedente, la trovata è stata splittare in due fasi l’operazione. Sempre con una mano si è abrogato e con l’altra si è reintrodotto. E però lo si è fatto in due tempi, attendendo prima di incassare il risultato dell’abrogazione (evitando la scadenza referendaria) e poi reintroducendo, con la norma approvata ieri, gli strumenti appena soppressi, sia pure con alcune modifiche, condizioni e anche miglioramenti.
Ma è del tutto vano per governo e maggioranza affannarsi a far leva su quelle modifiche e miglioramenti che ci saranno pure ma lasciano comunque fermo che la legge torna a contrapporsi frontalmente all’iniziativa referendaria.
E infatti come sancito dalla Consulta proprio ammettendo il referendum, il quesito era pacificamente volto all’abrogazione integrale di ogni ipotesi di voucher e di disciplina speciale per il lavoro accessorio o occasionale.
Ne deriva che una sua reintroduzione sia pure in salsa più o meno riveduta e corretta, non consentirebbe più di giustificare, per logica prima ancora che per Costituzione, l’annullamento della consultazione referendaria.
Del resto siccome il referendum è saltato solo in quanto si era raggiunto un risultato identico a una vittoria del “Sì”, ora il Parlamento non può che avere vincoli analoghi a quelli che seguono un’abrogazione referendaria: come stabilito più volte dalla Corte solo una diversa legislatura in diverso contesto politico può riproporre quel che è stato abrogato a seguito di iniziativa referendaria. Ed è evidente che di tutto questo Mattarella dovrà tener conto se mai sul suo tavolo dovesse arrivare per la promulgazione una forzatura così grossolana e naif.
In realtà il pasticcio ha avuto inizio con un’abrogazione per decreto pur palesemente motivata con il solo intento di evitare l’appuntamento referendario, scottata la maggioranza dal fatidico 4 dicembre.
Ma ci vuol poco a capire che un Parlamento abroga una legge se non ne condivide il contenuto, non già al solo fine di fuggire da una verifica referendaria. Se mai qui era doveroso per la maggioranza difendere nel merito i voucher. In nessun gioco è lecito scappare fuori dal campo e rientrare di soppiatto. Figuriamoci nella delicata cristalleria del rapporto costituzionale tra popolo e legislatore, fonti del diritto, democrazia diretta e potere legislativo. Cristallerie in cui ci si sta muovendo come elefanti, un po’ goffi ma chiaramente provocatori.