Millennium, 1 giugno 2017
Lo confesso sono un giornalista al guinzaglio
CHI L’AVREBBE MAI DETTO, alla fine il guinzaglio è una liberazione. Sentirselo attorno al collo e camminare a quattro zampe con la padrona è una passeggiata (in tutti i sensi) rispetto alla cera bollente che cola e scorre sui graffi freschi, o alle frustate sui nei (Bruno Vespa, di sicuro, capirà). Puoi anche scegliere un collare un po’ meno inquietante di quello che ti viene proposto: con la scusa che sembra più canino e meno ortopedico.
E al termine di queste lunghissime ore di servizio-sevizie, quando vieni sgridato perché sbavi sul pavimento freddo, puoi dare forse la colpa alla museruola troppo stretta e contare sulla benevolenza generale che circonda i cani. Una categoria sicuramente più popolare di quella dei giornalisti. Senti la mancanza della coda, accidenti, ma compensi con qualche leccata al tacco a spillo della padrona. Insomma, ci sono tanti modi di scodinzolare a questo mondo.
Torino, immersi nella penombra minacciosa di un appartamento vicino a Porta Susa. Tra i viaioni dritti e i palazzi borghesi dominati dal grattacielo bancario di Renzo Piano, la mistress Kelly vive e riceve i suoi “schiavi”. Tutta casa e bottega.
La bottega, in questo caso, è un dungeon, come viene abitualmente chiamata la stanza delle torture nella terminologia del mondo Bdsm (Bondage e sadomaso), da lei arredato con amore pezzo dopo pezzo: «La maggior parte degli schiavi sono professionisti stressati dal lavoro, desiderosi di abbandonarsi alla catarsi della dominazione per eccellenza. La sottomissione a una donna, codificata in mille rituali di umiliazione totale. Qui è possibile praticarli tutti».
E proprio l’assortimento descritto da Roberto Barbolini nel suo Sade in drogheria: «Fruste, clisteri, sederi; sangue, sudore, sperma; lacrime, suppliche, repliche; tremiti, gemiti, vomiti; sodomia, blasfemia, blenorragia...». Kelly però spiega che il dungeon è un luogo tanto fisico quanto concettuale. Questione di Punti di vista, posso garantire personalmente che tutto è maledettamente fisico, la mia pelle brucia ancora al solo pensiero. E dopo avere ricevuto il battesimo di schiavo, penso che potrebbe essere anche uno spazio-metafora dei rapporti umani, sociali e professionali. Sarà vero?
Ma facciamo qualche passo indietro, e torniamo a due zampe. A quando il dolore era solo un progetto, e conversando con Kelly osservavo più con curiosità che con timore i vari strumenti di afflizione: il ponteggio con la carrucola elettrica, decine di falli finti di diversi colori e dimensioni, la Croce di Sant’ Andrea, l’inginocchiatoio, la gogna di legno stile primo Medioevo (sempre meglio di quella mediatica), una rastrelliera con vàrie fruste...
In mezzo a tutto questo, c’è anche qualcosa di innocuo, ma solo all’apparenza. Un grande barattolo bianco con la foto di una torta, per esempio. Che cos’è? «Un grasso vegetale americano che si usa per in dolci ma va bene anche per il fìsting (la penetrazione anale con il pugno, ndr). Vuoi provare? Non mi dirai mica che sei vergine?», fa Kelly.
Nel giro di mezz’ora la “padrona” ha abbandonato ogni più elementare forma di cortesia ed è completamente trasformata: ora si è infilata in un minitubino di lattice nero con bordi rossi e berretto da generale torturatore, sembra appena uscita da Notturno cileno di Bolano.
«Questa è un’uniforme classica, ma all’occorrenza posso indossare anche l’abito lungo oppure vestirmi da catwoman, da cameriera, da infermiera. Ho lo stetoscopio, la siringa, anche il lettino ginecologico...».
Si parte dalla macchina più neutra e spaventosa allo stesso tempo, il ponteggio. Per dirla con Guido Morselli, nei cantieri l’unica legge che viene rispettata è quella di gravità. L’impalcatura non è altissima, soltanto i pochi metri del soffitto di un edificio d’epoca, e se cado potrò ripararmi con le mani senza rompermi l’osso del collo.
Purtroppo mi viene applicata una legatura delle braccia dietro la schiena. Cerco di evitarla: «Ma no. Non serve. Terrò le mani dietro». Marcello, fotografo pluripremiato per servizi sulle queen e i travestiti dell’Avana, di Shanghai c di Tonga, dunque a suo agio in situazioni estreme, insiste per la legatura che esegue lui stesso con l’aiuto di Kelly.
Sono pronto per venire issato, usato; ma la carrucola elettrica, dopo essere stata agganciata alla cavigliera di pelle con un moschettone, s’inceppa all’improvviso. Spero di essere graziato, come accade ai condannati a morte quando la corda del boia non riesce a impiccarli.
Invece alla fine l’ingranaggio infernale si mette in moto e striscio sul pavimento di schiena finché mi ritrovo a oscillare, appeso a testa in giù.
Sono in balia di Kelly. Mi tiene, per fortuna. Sa che la prima paura di un uomo chiamato salame è quella di penzolare ondeggiando violentemente. Vedo il mondo al contrario, ma in fondo ci sono abituato: da giornalista devi osservare le cose secondo la prospettiva che ti viene richiesta di volta in volta. Kelly continua a tenermi. La guardo sotto la gonna. Un grosso piercing spunta tra le calze a rete senza mutande, sotto il monte di Venere. «Cosa guardi? Sei un porco! Mi hai toccato! Passatemi lo sfollagente». Vengo punito con un paio di bastonate. Per fortuna i calzoni di pelle che mi ha fatto indossare attutiscono i colpi. Con queste braghe mi sento un po’ Lilli Gruber, anche se la Gruber sembra più il tipo della mistress, a parte quando esegue gli ordini di Maria Elena Boschi e alla quale basta un cenno del viso per tacitare un ospite. Ubi maior, mistress cessat.
«Ti piace dondolare, eh?», mi chiede sarcastica Kelly. Non mi piace per niente, ma sto zitto. Lamentarsi equivale a incoraggiare i sadici. Vengo finalmente scaricato a terra. Pochi secondi di tregua e Kelly mi sale sul petto con i tacchi. Sento che la mia cassa toracica potrebbe cedere, come quella di un pollo; ma almeno i polli non hanno i capezzoli. «Sui capezzoli no, sono sensibile!».
I tacchi fanno male. Malissimo. Lei continua imperterrita, ignorando le mie proteste. Si spinge in quel territorio in cui il dolore, come scrisse Lcopold von Sacher-Masoch, si trasforma in piacere. Almeno, per qualcuno è così. Kelly sa quando è il caso di continuare, o di smettere. Per fortuna smette. Dice che vuole infilarmi il tacco in bocca: «Apri, dai».
Va bene, obbedisco, anche qui l’esperienza di giornalista aiuta, meglio leccapiedi che con le ossa rotte. «Non mordere: succhia!», mi intima.
Cerco di distrarre la dominatrice con qualche domanda. Le chiedo se ha fatto mai film pomo. Arriva uno schiaffo. «Il pomo è volgare! Una sola volta ho partecipato a un festival dell’erotismo. Andavo in giro portando al guinzaglio uno slave e la gente gli tirava addosso le lattine. Ti rendi conto? Il Bdsm non va confuso col pomo. E più intellettuale». Davvero?«Apri la bocca, su».
Lei sputa e mi centra in pieno, io sputo a mia volta, girando la testa. «Cosa fai? Mi sporchi il pavimento!
Pulisci!». «Ancora, ancora una volta», interviene Marcello. La saliva caduta dal cielo gli è piaciuta, vuole fare qualche scatto in più. Non bastava la mistress, c’è pure il fotografo-master. Chiedo a Kelly se una padrona fa sesso coi i propri clienti? «Non chiamarli clienti!». Arriva un altro schiaffo. «Si chiamano slave, schiavi! Schiavi, non clienti. Il primo comandamento della sofferenza psicologica è desiderare la dominatrice, adorarla senza poterci fare sesso. Non puoi fare sesso con una dea».
Passiamo alla poltrona ginecologica. Kelly accende una candela rossa, una nera e si china su di me. Scende la prima goccia. La seconda. La cera sciolta brucia sempre di più. Urlo dal dolore. Imploro di smettere, ma Marcello, implacabile, dice che bisogna fare altre foto. La prego di usare almeno il moccolo da cimitero. Ma è pura illusione. «Quello fa ancora più male...», risponde Kelly.
Ci vuole un’altra domanda per distrarla, per farla parlare. Le chiedo allora di raccontare della sua iniziazione. «Sono nata a Torino da genitori del Sud, emigrati quando erano bambini. Le prime fantasie le ho avute da ragazzina. Mi sono iscritta a giurisprudenza e pensavo di diventare un avvocato. Avevo dei ragazzi ma non ero soddisfatta, era tutto sesso vanilla...».
Le chiedo stupito cosa sia il sesso vanilla. «È il sesso tradizionale: una cosa dolce ma senza profondità e alla fine un po’ noiosa, come la vaniglia... Internet era ancora per pochi, ho provato a confidarmi con le amiche, ma non mi sentivo capita, pensavo di essere malata. Finché ho cominciato a lavorare come commessa in un negozio di abbigliamento: è nata una relazione con il proprietario e qui la mia vita è cambiata. Quando siamo finiti a letto abbiamo scoperto di avere delle fantasie in comune. È stato lui a introdurmi nel mondo della dominazione e della sottomissione, e ho capito subito di essere una mistress». Le chiedo se lui era master oppure sla ve. «Lui era switch. A seconda dei casi, passava senza problemi da un ruolo all’altro».
La parola “gogna” è un sollievo dopo la tortura delle candele. In ginocchio, mani e testa bloccate nei collari di ferro, sono quasi a mio agio anche se la gogna è anche un po’ mediatica, vista la presenza del fotografo. Le frustate non fanno troppo male. Kelly colpisce e racconta: «Mi capita di tutto. Quasi sempre, gli slave sono persone evolute, consapevoli, mol to stressate e il sadomaso serve proprio a far scaricare loro la tensione. Per esempio, molti sono avvocati». «Tu non volevi studiare da avvocato?», le domando d’istinto. «Sì, ma non ho mai rimpianto di non esserlo diventata. Mi diverto molto più a curarli. Mi hanno spiegato che gli avvocati a una certa età vanno proprio fuori di testa, per questo scoprono la schiavitù. Invece, i festini Bdsm sono molto frequentati da dottori e infermiere. Questi hanno fama di essere una categoria di sadici, e te lo posso confermare. È stato un urologo a insegnarmi come mettere il catetere, ha usato se stesso come cavia per la dimostrazione. Un’esperienza divertente e istruttiva».
Ma Kelly ha anche viaggiato molto, essendo particolarmente richiesta. «Per un periodo mi sono trasferita con una collega a Dubai, dove abbiamo incontrato persone da tutto il mondo. Schiavi americani, libanesi, australiani... Mi ha colpito molto un bellissimo ragazzo. Grande, grosso e alto. Uno statunitense che lavorava per il governo. È arrivato con uno zaino e dentro aveva un pacco di pannoioni dellaPampers, il biberon... Mi ha chiesto di fare il gioco adult-baby. Fingeva di farsi la pipì addosso. Lo sgridavo. Gli cambiavo il pannolone mentre aveva il ciuccio in bocca. Poi ha voluto che mettessi lo strap-on, la mutanda col fallo».
Altre frustate. Graffi. Non posso sottrarmi. Ispirato dalla doppia gogna, ortopedica e mediatica, provo a chiederle cosa pensa dei giornalisti e dei politici: «La Gruber come mistress mi piace molto... anche la Boschi mi sembra portata... la Santanchè l’ho conosciuta, era ospite con me a Quinta colonna e mi era sembrata molto interessata alle pratiche Bdsm, ma più che mistress la vedo da gang bang. A Bruno Vespa caverei tutti i nei con il bisturi. Uno per uno. A Del Debbio strapperei la pelle di dosso. Mentana mi sta simpatico; ho come l’idea che potrebbe essere un buon master».
Mentre mi liberano e tomo in posizione eretta, seppure per poco, ripenso alle memorie di Sacher-Masoch. Da bambino aveva sorpreso la zia che tradiva il marito. Lei se n’era accorta e lo aveva sculacciato. Secondo alcune teorie, un trauma infantile di questo tipo, con il piacere associato alla punizione, potrebbe essere alla base del “masochismo erogeno” (il “masochismo sociale” è invece un’esperienza molto più diffusa). Kelly conferma che regredire all’infanzia è sempre il primo passo verso la schiavitù, ed è ovvio che sia così perché i bambini la sanno lunga. Quando giocano al dottore, o anche solo a nascondino, sperimentano i giochi di ruolo che poi nell’età adulta vengono seppelliti e rimossi, ma trovano un corrispondente in alcune pratiche Bdsm, specie in quelle clinical.
Arriva il momento del guinzaglio. Un’umiliazione ma anche un sollievo. Ancora il tacco in bocca. Questa volta devo leccarlo. Poi devo fare il cavallo. Kelly sale sulla mia schiena e mi batte le costole col frustino. Il peso si fa sentire. Si ipotizza il gioco del mobile umano. Devo fare la sedia.
Madida per il duro lavoro («Il latex fa sudare»), Kelly si siede sulle mie ginocchia e mi mette i piedi scalzi in faccia. Usa la mia testa come poggiapiedi. La schiaccia di lato. Potrebbe quasi essere un esercizio per l’elasticità del collo, mi dico. «Ti piace?». «Sì. Era un po’ che non facevo stretching contro il torcicollo», rispondo. «Ah sì? Allora tieni...». Schiaccia ancora più forte. Mai essere gentili con un sadico.
Con la bocca storta, le chiedo quali sono i limiti che si pone. Racconta che quando incontra uno schiavo per la prima volta lo fa parlare a lungo, come farebbe un terapeuta, del più e del meno. Vuole capire che persona abbia di fronte, da cosa possa trarre piacere. Solo dopo vengono chiariti i limiti da adottare. «Ci può essere quello che si fa schiaffeggiare il pene, ma non puoi nemmeno sfiorargli i testicoli. Una volta ho fatto un’intervista dove mi sono inventata che praticavo la castrazione. Era soltanto una battuta, ma mi sono arrivate richieste dall’Italia e dall’estero, soprattutto dal Nord Europa, di persone che volevano essere castrate».
Le chiedo se punisce gli uomini perché li odia. E lei: «Io amo gli uomini! Sono sadica, certo. Per fare il mio lavoro bisogna avere una componente sadica, ma una mistress ha anche delle responsabilità. Non ti puoi improvvisare. Bisognerebbe legalizzare i dungeon come in Germania. Istituire un albo professionale con esami di ammissione e apertura di partita Iva da mistress. Sarebbe un salasso in termini di tasse, ma almeno si potrebbe scaricare l’attrezzatura».
Kelly considera il lavoro – dare piacere agli altri – una missione. Fuori dal lavoro è una persona diversa. Mangia biologico. Si arrotola sigarette di tabacco non trattato. È affascinata dallo spiritualismo orientale. Di recente, dopo un corso di sciamanesimo e vorrebbe trovare un connubio tra la sua parte energetica, meditativa e quella Bdsm. «Cresciamo pieni di luoghi comuni. La gente mi conosce, sa che sono una mistress e pensa che sia altezzosa, figa di legno. Sono una ragazza dolcissima. Ho un lato quasi materno. Una mistress in Italia deve essere anche materna, perché prima o poi la mamma salta sempre fuori. Nel Bdsm non faccio sesso, sono molto controllata, padrona degli altri ma anche di me stessa. Nell’intimità, quando faccio sesso con il partner, divento femmina. Mi lascio travolgere dalle emozioni».
Ormai è notte. Silenzio. Stanchezza. Dolore, bruciore. Ci prepariamo a levare le tende. Kelly si toglie il vestito di latex, io i pantaloni di pelle della Gruber. Lo sospettavi già, ma dopo che esci dal dungeon lo capisci meglio: il mondo si divide in mistress o master, slave e switch; padroni, schiavi e chi sa passare dall’uno all’altro. I ruoli sono a volte fluidi, a volte no; ma tutto, nella materia come nello spirito, è dominazione o sottomissione.
Un rumore rompe la quiete notturna di questo rispettabile quartiere torinese. Mentre siamo vicini all’uscita, facciamo cadere una lampada di ferro. Kelly perde le staffe. «La mia lampada comprata in Marocco! Ci tengo tantissimo. Va bene tutto, ma che mi rompiate pure la lampada, no!». La rassicuriamo. Se ci sarà bisogno pagheremo la riparazione. Silenzio pesante. Si calma. Riprende il buon umore: «Il Fatto Quotidiano mi sta simpatico, e anche Travaglio: lo vedrei bene vestito da Sissy-maid, cameriera con la crestina...».
Siamo entrati nella pratica “rieducazione-domestica”: «O vi mettete a fare le pulizie o dovete andarvene». «Ok, Kelly, ce ne andiamo».