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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

Un raro successo contro l’Alzheimer

Studi condotti in diverse parti del mondo indicano che dopo i 60 anni la maggior parte delle persone è affetta da almeno un disturbo cronico, come una malattia cardiaca o il diabete, e una recente ricerca sulla popolazione in Svezia ha determinato che a 80 anni solo un individuo su dieci non era affetto da malattie croniche. Anzi, la maggior parte delle persone in quella fascia d’età ne registrava due o più.
La medicina moderna è diventata sempre più abile nel trattare e tenere sotto controllo queste condizioni, ma una manciata di malattie comuni legate all’età resistono a ogni tentativo di trovare terapie preventive o cure, prima tra tutte la malattia di Alzheimer, la principale causa di demenza. L’Alzheimer segue un decorso inesorabile, che priva progressivamente la persona dei suoi ricordi e del senso di identità personale, perdite che hanno conseguenze devastanti anche per parenti e amici.
Negli Stati Uniti circa il 32 per cento delle persone sopra gli 85 anni ha ricevuto una diagnosi di Alzheimer, spesso abbinata ad altri tipi di demenza, come quella causata dalle malattie vascolari. [Secondo i dati riportati sul sito web dell’Osservatorio demenze dell’Istituto superiore di Sanità: «In Italia, il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600.000 con demenza di Alzheimer)», N.d.R.]. A livello mondiale si stima che siano circa 50 milioni le persone colpite da qualche forma di demenza, e se non si trova una cura per rallentarne il decorso si prevede che entro il 2050 la cifra potrà superare i 130 milioni. Di queste persone, tra il 60 e il 70 per cento sarà colpito dalla demenza causata dall’Alzheimer, mentre tra il 20 e il 25 per cento sarà classificato come affetto da una forma di origine vascolare della malattia.
Nonostante siano in corso più di 100 sperimentazioni cliniche, finora nessuna cura e nessun farmaco sono stati in grado di fermare il decorso dell’Alzheimer. Negli ultimi trent’anni sono stati messi alla prova senza successo più di 200 medicinali sperimentali. Però c’è ancora speranza: nuovi risultati ottenuti in una sperimentazione clinica a cui collaboriamo, del tipo che è considerato lo standard di riferimento della ricerca medica, indicano che è possibile prevenire o ritardare il deterioramento cognitivo anche in assenza di nuovi medicinali, favorendo cambiamenti nei comportamenti e tenendo sotto controllo i fattori di rischio vascolare.
Lo studio che abbiamo effettuato si è ispirato alle ricerche di epidemiologia che cercavano modi per ridurre il rischio di Alzheimer. Queste ricerche, chiamate studi di associazione, misurano in diversi momenti una variabile della salute, come per esempio la depressione o la pressione alta, o un comportamento, come la dieta o l’esercizio fisico. In seguito, di solito molti anni più tardi, vanno a vedere se i singoli individui si sono ammalati di una determinata malattia. Una forte correlazione tra una data variabile e una data malattia indica che determinati aspetti della storia della nostra salute possano essere considerati fattori di rischio, mentre se una delle variabili osservate è correlata a un basso rischio di contrarre la malattia il risultato può essere interpretato come un’indicazione che quella variabile possa essere protettiva.
Come viviamo
Gli studi di associazione effettuati negli ultimi 10-15 anni indicano che una buona salute cardiovascolare abbinata a determinate altre misure (una dieta corretta, esercizio fisico, una vita sociale attiva e un livello di istruzione più alto) può ridurre il rischio sia di Alzheimer sia di altre forme di demenza in età avanzata, addirittura in individui portatori di geni che danno un rischio maggiore. Gli epidemiologi hanno inoltre scoperto sempre più fattori specifici che possono essere protettivi, per esempio il fatto di vivere con un partner o di seguire una dieta mediterranea (basata principalmente su pesce, verdura, frutta e olio d’oliva). Alcuni studi indicano che tenere sotto controllo, per esempio, pressione e diabete sia una forma di prevenzione primaria, cioè che protegga contro l’insorgere della malattia, e che possa anche costituire una prevenzione secondaria, rallentando la perdita di memoria e altri sintomi nelle primissime fasi della malattia.
Purtroppo, nonostante gli studi di associazione possano indicare un potenziale fattore protettivo, non possono dimostrare che quei comportamenti siano effettivamente efficaci nel prevenire la demenza: chi segue una dieta mediterranea o fa esercizio fisico tre volte la settimana potrebbe evitare la malattia grazie a un’altra variabile ignorata dai detective dell’epidemiologia.
Gli epidemiologi cercano di ovviare al problema con adeguamenti statistici, ma è praticamente impossibile considerare tutti gli aspetti della vita di una persona che potrebbero confondere le conclusioni di uno studio, quindi non possono mai essere sicuri di avere ragione. Inoltre a volte i dati necessari possono anche non esistere: è assai difficile ottenere dati affidabili sulle esperienze della prima infanzia, eppure ciò che accade in quei primissimi anni potrebbe influire sullo sviluppo di una pressione alta o di un altro aspetto della salute che in tarda età contribuirà allo sviluppo dell’Alzheimer. La mancanza dei dati necessari può causare associazioni spurie tra variabili e condurre a conclusioni errate, per non parlare del fatto che le equazioni statistiche non reggono quando si cerca di considerare troppe variabili allo stesso tempo.
Nel 2010 il problema del nesso causale negli studi di associazione ha spinto gli statunitensi National Institutes of Health (N1H) a dichiarare che per mancanza di prove non potevano indicare in modo definitivo nelle loro raccomandazioni se un dato fattore potesse ridurre o meno il rischio di declino delle facoltà cognitive. Per superare il problema, gli NIH raccomandavano che i ricercatori facessero partire studi clinici controllati randomizzati e suggerivano che ciascuno studio si concentrasse non su un aspetto singolo ma su diversi fattori che avrebbero potuto dimostrarsi cruciali nella prevenzione della demenza.
Lo studio controllato randomizzato è lo standard di riferimento che la scienza usa per determinare se una data cura sia davvero efficace o, in questo caso, se esista un vero rapporto di causa ed effetto tra variabili come dieta ed esercizio fisico e risultati come il fatto di non essere colpiti dalla demenza. I partecipanti sono assegnati casualmente al gruppo di trattamento o a quello di controllo e, per evitare qualsiasi influenza sui risultati, né i ricercatori né i partecipanti sanno chi sia stato assegnato a quale gruppo.
In passato sono stati condotti relativamente pochi studi controllati randomizzati a lungo termine riguardo gli effetti sulla salute dei cambiamenti nello stile di vita, perché è estremamente difficile monitorare il comportamento quotidiano dei soggetti. Ciò nonostante gli Nili li raccomandavano come la strada migliore da seguire, a causa della necessità di dati certi e perché gli studi controllati randomizzati effettuati in passato su una singola variabile non avevano prodotto risultati o ne avevano prodotti di confusi. Inoltre i ricercatori che studiano l’Alzheimer avevano riconosciuto la necessità di prendere esempio dai successi ottenuti nel migliorare le strategie di prevenzione per malattie cardiache e diabete, successi basati su studi che avevano considerato fattori di rischio multipli.
Lo studio
Dopo il 2010 sono iniziati diversi studi controllati randomizzati a lungo termine, e ora si iniziano a pubblicare i risultati. Il nostro progetto FINGER (Finnish Geriatrie Intervention Study to Prevent Cognitive Impairment and Disability) è stato il primo ad arrivare alla pubblicazione. L’obiettivo di FINGER era valutare gli effetti sulla salute cognitiva causati da miglioramenti della dieta e dell’esercizio fisico e mentale abbinati a una consulenza sanitaria regolare e al monitoraggio della salute cardiovascolare.
Volevamo capire se in un arco di due anni la prestazion cognitiva sarebbe stata diversa per il gruppo di trattamento (63 uomini e donne tra i 60 e i 77 anni) e i 629 elementi del gruppo e controllo. (Il gruppo di controllo riceveva una consulenza sanità ria ed era monitorato per la salute cardiovascolare. Nel caso fos sero identificati problemi di salute, come una pressione troppo al ta, i membri del gruppo di controllo erano indirizzati a un medico. Per ottimizzare le possibilità di successo abbiamo selezionato comi partecipanti solo individui a elevato rischio di declino delle facol tà cognitive, basandoci su un questionario, il Cardiovascular Risi Factors, Aging and Dementia, che valuta il rischio di demenza.
Rispetto al controllo, il gruppo di intervento riceveva assisten za nutrizionale, training cognitivo e allenamento fisico, e un mo nitoraggio più intenso delle condizioni cardiovascolari. L’assisten za nutrizionale puntava a un equilibrio sano di proteine, unissi carboidrati, fibre alimentari e sale e includeva limiti al consumo di acidi grassi trans, zuccheri raffinati e alcool, in linea con le raccomandazioni del National Nutrition Council della Finlandia. I principali alimenti della dieta consigliata erano frutta, verdura, cereali integrali e olio di semi di colza, e pesce almeno due volte la settimana. L’unico supplemento era la vitamina D.
L’esercizio fisico comprendeva allenamento della forza muscolare, esercizi aerobici ed equilibrio posturale. Il programma di allenamento era adattato a ciascun partecipante e avveniva sotto la guida di un fisioterapista per i primi sei mesi e poi in modo indipendente in gruppi di partecipanti. La raccomandazione iniziale era andare in palestra una-due volte alla settimana per sessioni di allenamento della forza muscolare di 30-45 minuti, per poi arrivare dopo sei mesi di graduale aumento a un livello massimo di ductre sessioni di 60 minuti alla settimana, livello che avrebbero poi mantenuto per i rimanenti 18 mesi. Inoltre l’indicazione era fare esercizi aerobici due volte la settimana e di aumentare gradualmente fino a tre-cinque volte. In base alle preferenze individuali, potevano dedicarsi a Nordic walking, aquagym, jogging o alla ginnastica per la componente aerobica.
Il gruppo di intervento usava anche un programma al computer con cui allenare diverse attività cognitive per migliorare le funzioni esecutive (capacità di programmazione e organizzazione), memoria e velocità di elaborazione mentale. Dopo le prime dieci sessioni introduttive, guidate da uno psicologo, i volontari partecipavano alle sessioni di training mentale di 10-15 minuti per due-tre volte alla settimana durante due periodi di sei mesi. Quattro revisioni di gruppo monitoravano i progressi c discutevano su argomenti come i mutamenti cognitivi legati all’età.
I partecipanti erano inoltre sottoposti a controlli regolari della salute metabolica e vascolare; erano visitati sei volte dal personale infermieristico dello studio, che misurava peso, pressione e circonferenza dei fianchi e della vita. Nel corso dei due anni di trial incontravano cinque volte un medico con il quale rivedevano questi dati e altri risultati di laboratorio, usati come base per incoraggiare cambiamenti nella loro vita quotidiana.
Sotto tutti i punti di vista, FINGER è stato un impegno non indifferente per la maggior parte dei partecipanti, un cambiamento drastico del loro stile di vita nei due anni della sua durata. Consideriamo già un successo che la maggior parte dei soggetti abbia seguito l;i routine. Solo il 12 per cento dei partecipanti ha abbandonato lo studio, indicando in genere come causa problemi di salute. Inoltre, solo 46 dei 631 membri del gruppo di intervento hanno avuto difficoltà a eseguire i compiti affidati, e l’effetto collaterale più comune è stato il dolore dovuto all’allenamento fisico. Ne abbiamo concluso che è facile adottare un programma di cambiamenti dello stile di vita quotidiano che potrebbe portare benefici cognitivi in età avanzata. Ma la domanda era se l’obiettivo di preservare le capacità cognitive era stato raggiunto.
Dopo due anni, il gruppo di trattamento mostrava benefici evidenti: in media la prestazione cognitiva d’insieme è migliorata nel gruppo di intervento e nel controllo, ma con un beneficio del 25 per cento supcriore nel primo gruppo. Un’altra analisi, sul numero di persone la cui prestazione cognitiva era peggiorata nei due anni, ha dato un risultato sorprendente: il rischio di una riduzione era del 30 per cento più alto nel gruppo di controllo. Succede spesso che negli studi controllati randomizzati si verifichi un miglioramento nel controllo, per varie ragioni; quando una persona fa lo stesso test per la seconda volta, per esempio, di solito ottiene risultati migliori. Ma FINGER non aveva un gruppo di controllo in senso tradizionale: incontri regolari con consulenza sanitaria e monitoraggio vascolare a cui erano sottoposti i partecipanti del gruppo di controllo erano di per sé una specie di mini-intervento.
Molti soggetti di questo gruppo possono essersi lasciati ispirare da queste sessioni e aver fatto almeno qualche cambiamento che ha favorito le funzioni cognitive. Pur sapendo che questo modo di fare avrebbe potuto ridurre le differenze tra i gruppi nei risultati, avevamo il dovere etico di fare in modo che l’intervento avesse qualche beneficio anche nel controllo. Ma dopo aver visto i risultati siamo convitili clic l’imorvontn ahhi;i avuto un effetto reale, perché il gruppo di trattamento è migliorato di un grado significativamente maggiore rispetto al controllo.
I membri del gruppo di trattamento hanno registrato miglioramenti significativi anche in altre aree, e ottenuto risultati migliori in domini cognitivi specifici usati nelle attività giornaliere che spesso declinano con l’età. Il loro miglioramento è stato dcll’83 per cento più alto del controllo nelle funzioni esecutive, del 150 per cento nella velocità di elaborazione mentale (tempo necessario per svolgere compiti mentali) e del 40 percento nelle prove di memoria complesse (per esempio ricordare lunghe liste).
Studiando più a fondo i dati abbiamo scoperto che i soggetti con una variante genica che aumenta il rischio di Alzheimer (APOE c4) sembravano ricevere più benefici dai cambiamenti specificati rispetto ai soggetti privi di quella variante, il che è un’ulteriore prova dell’efficacia dell’intervento. Inoltre i membri del gruppo di trattamento con questo gene avevano un invecchiamento cellulare più lento nelle misurazioni su un tclomero, un marcatori* biologico costituito dall’estremità di un cromosoma.
Estensione del FINGER
Abbiamo ora prove abbastanza evidenti che l’insieme di dieta migliore, esercizio fisico, stimoli mentali e sociali e controllo dei problemi cardiovascolari possa migliorare le capacità cognitive anche dopo i 60 anni, ma abbiamo ancora altro lavoro da fare a partire dai risultati originali.
Un miglioramento delle funzioni mentali dopo due anni implica, senza tuttavia dimostrarlo, che modificare le abitudini alimentari e fisiche può proteggere contro la demenza. Per capire se sia possibile o meno ritardare la comparsa della demenza dobbiamo studiare il lungo periodo presintomatico tipico delle varie forme di demenza: l’Alzheimer si sviluppa probabilmente per 15 o 20 anni prima che siano diagnosticati problemi cognitivi, perciò potrà essere necessario osservare i pazienti lungo un periodo molto esteso. Naturalmente dovremo anche decidere a che punto questo tipo di studio diventi troppo costoso e complicato da portare a termine.
Un’altra domanda che dovevamo prendere in considerazione era se fosse possibile aiutare gli individui soggetti ai cambiamenti cerebrali che precedono i problemi cognitivi veri e propri contrastando le alterazioni fisiologiche. Cambiamenti alle attività personali come quelli adottati nel progetto FINGER potevano ritardare la comparsa dei problemi cognitivi? Un ritardo di 2-5 anni nella comparsa dei sintomi rappresenterebbe un miglioramento significativo per la salute pubblica e per molti individui vorrebbe dire evitare la diagnosi di demenza, perché morirebbero di altre cause prima di subirne gli effetti.
Per studiare alcuni di questi punti abbiamo messo in atto un’estensione del progetto FINGER per altri sette anni. In questa prossima fase intendiamo usare Vimaging cerebrale per determinare se le buone abitudini possano contrastare l’interruzione delle connessioni neuronali e l’atrofia di determinate regioni cerebrali, due indicatori dell’Alzheimer. Le analisi del sangue possono inoltre indicare se l’adozione di comportamenti che sembrano migliorare le facoltà cognitive riduca anche infiammazione, stress cellulare e carenza delle proteine che aiutano a conservare in salute il cervello, tutti segni patologici che spesso si rilevano nel cervello dei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer negli esami post mortem.
Stiamo anche collaborando con altri gruppi di ricerca per unire i risultati di studi simili al nostro condotti in altri paesi. 11 confronto può contribuire a determinare se le nostre scoperte possano essere generalizzate a popolazioni differenti e l’unione dei risultati aumenta anche la forza statistica dello studio e permette analisi più dettagliate degli interventi nel tempo. Per esempio potremmo paragonare i livelli di esercizio fisico dei gruppi di intervento dei vari studi per identificare il livello ottimale per la conservazione della salute del cervello.
Quello che abbiamo appreso con il progetto FINGER può anche rappresentare un modello per studi simili che cerchino di partire dalla letteratura epidemiologica per estrapolare fattori di rischio multipli da esaminare in uno studio controllato randomizzato. Al momento stiamo collaborando con due progetti di questo tipo: lo studio Healthy Aging through Internet Counseling in thè Elderly (HATICE), dell’Unione Europea, e il Multimodal Strategies to Promote a Healthy Brain in Aging (MULTI-MODE), diretto dal Karolinska Institut.
Per i professionisti dell’ambito sanitario non sarà necessario aspettare un altro decennio prima di fare raccomandazioni ai pazienti. FINGER ha già fornito prove sufficienti affinché possano iniziare a suggerire le misure che abbiamo studiato. Se gli NIFI dovessero indire un’altra conferenza, è possibile che arrivi a conclusioni più ottimistiche rispetto a quella della conferenza di sette anni fa, che non è stata in grado di sostenere alcun metodo per la prevenzione.
L’ente statunitense potrebbe inoltre essere rassicurato dai dati recenti che indicano un calo dell’Alzheimer negli Stati Uniti e un calo di tutte le forme di demenza sia negli Stati Uniti sia in diversi paesi europei. Questo calo potrebbe essere dovuto a cambiamenti comportamentali che le persone possono aver adottato da sole dopo aver sentito parlare di studi scientifici sui cambiamenti che potrebbero favorire la salute cognitiva.
Di fronte ai molteplici fallimenti dei farmaci, la prevenzione può rivelarsi il modo migliore per gestire l’epidemia di demenza, come è già avvenuto con numerose altre malattie croniche. Il messaggio finale del progetto FINGER è che forse non è mai troppo presto per prendere provvedimenti grazie a cui prevenire l’Alzheimer, e per fortuna non è neanche mai troppo tardi: sembra infatti che i cambiamenti dello stile di vita possano aiutare alcuni individui anche dopo che il declino delle facoltà cognitive ha già avuto inizio.■
Volevamo capire se in un arco di due anni la prestazion cognitiva sarebbe stata diversa per il gruppo di trattamento (63 uomini e donne tra i 60 e i 77 anni) e i 629 elementi del gruppo e controllo. (Il gruppo di controllo riceveva una consulenza sanità ria ed era monitorato per la salute cardiovascolare. Nel caso fos sero identificati problemi di salute, come una pressione troppo al ta, i membri del gruppo di controllo erano indirizzati a un medico. Per ottimizzare le possibilità di successo abbiamo selezionato comi partecipanti solo individui a elevato rischio di declino delle facol tà cognitive, basandoci su un questionario, il Cardiovascular Risi Factors, Aging and Dementia, che valuta il rischio di demenza.
Rispetto al controllo, il gruppo di intervento riceveva assisten za nutrizionale, training cognitivo e allenamento fisico, e un mo nitoraggio più intenso delle condizioni cardiovascolari. L’assisten za nutrizionale puntava a un equilibrio sano di proteine, unissi carboidrati, fibre alimentari e sale e includeva limiti al consumo di acidi grassi trans, zuccheri raffinati e alcool, in linea con le raccomandazioni del National Nutrition Council della Finlandia. I principali alimenti della dieta consigliata erano frutta, verdura, cereali integrali e olio di semi di colza, e pesce almeno due volte la settimana. L’unico supplemento era la vitamina D.
L’esercizio fisico comprendeva allenamento della forza muscolare, esercizi aerobici ed equilibrio posturale. 11 programma di allenamento era adattato a ciascun partecipante e avveniva sotto la guida di un fisioterapista per i primi sei mesi e poi in modo indipendente in gruppi di partecipanti. La raccomandazione iniziale era andare in palestra una-due volte alla settimana per sessioni di allenamento della forza muscolare di 30-45 minuti, per poi arrivare dopo sei mesi di graduale aumento a un livello massimo di ductre sessioni di 60 minuti alla settimana, livello che avrebbero poi mantenuto per i rimanenti 18 mesi. Inoltre l’indicazione era fare esercizi aerobici due volte la settimana e di aumentare gradualmente fino a tre-cinque volte. In base alle preferenze individuali, potevano dedicarsi a Nordic walking, aquagym, jogging o alla ginnastica per la componente aerobica.
Il gruppo di intervento usava anche un programma al computer con cui allenare diverse attività cognitive per migliorare le funzioni esecutive (capacità di programmazione e organizzazione), memoria e velocità di elaborazione mentale. Dopo le prime dieci sessioni introduttive, guidate da uno psicologo, i volontari partecipavano alle sessioni di training mentale di 10-15 minuti per due-tre volte alla settimana durante due periodi di sei mesi. Quattro revisioni di gruppo monitoravano i progressi c discutevano su argomenti come i mutamenti cognitivi legati all’età.
I partecipanti erano inoltre sottoposti a controlli regolari della salute metabolica e vascolare; erano visitati sei volte dal personale infermieristico dello studio, che misurava peso, pressione e circonferenza dei fianchi e della vita. Nel corso dei due anni di trial incontravano cinque volte un medico con il quale rivedevano questi dati e altri risultati di laboratorio, usati come base per incoraggiare cambiamenti nella loro vita quotidiana.
Sotto tutti i punti di vista, FINGER è stato un impegno non indifferente per la maggior parte dei partecipanti, un cambiamento drastico del loro stile di vita nei due anni della sua durata. Consideriamo già un successo che la maggior parte dei soggetti abbia seguito l;i routine. Solo il 12 per cento dei partecipanti ha abbandonato lo studio, indicando in genere come causa problemi di salute. Inoltre, solo 46 dei 631 membri del gruppo di intervento hanno avuto difficoltà a eseguire i compiti affidati, e l’effetto collaterale più comune è stato il dolore dovuto all’allenamento fisico. Ne abbiamo concluso che è facile adottare un programma di cambiamenti dello stile di vita quotidiano che potrebbe portare benefici cognitivi in età avanzata. Ma la domanda era se l’obiettivo di preservare le capacità cognitive era stato raggiunto.
Dopo due anni, il gruppo di trattamento mostrava benefici evidenti: in media la prestazione cognitiva d’insieme è migliorata nel gruppo di intervento e nel controllo, ma con un beneficio del 25 per cento supcriore nel primo gruppo. Un’altra analisi, sul numero di persone la cui prestazione cognitiva era peggiorata nei due anni, ha dato un risultato sorprendente: il rischio di una riduzione era del 30 per cento più alto nel gruppo di controllo. Succede spesso che negli studi controllati randomizzati si verifichi un miglioramento nel controllo, per varie ragioni; quando una persona fa lo stesso test per la seconda volta, per esempio, di solito ottiene risultati migliori. Ma FINGER non aveva un gruppo di controllo in senso tradizionale: incontri regolari con consulenza sanitaria e monitoraggio vascolare a cui erano sottoposti i partecipanti del gruppo di controllo erano di per sé una specie di mini-intervento.
Molti soggetti di questo gruppo possono essersi lasciati ispirare da queste sessioni e aver fatto almeno qualche cambiamento che ha favorito le funzioni cognitive. Pur sapendo che questo modo di fare avrebbe potuto ridurre le differenze tra i gruppi nei risultati, avevamo il dovere etico di fare in modo che l’intervento avesse qualche beneficio anche nel controllo. Ma dopo aver visto i risultati siamo convitili clic l’imorvontn ahhi;i avuto un effetto reale, perché il gruppo di trattamento è migliorato di un grado significativamente maggiore rispetto al controllo.
I membri del gruppo di trattamento hanno registrato miglioramenti significativi anche in altre aree, e ottenuto risultati migliori in domini cognitivi specifici usati nelle attività giornaliere che spesso declinano con l’età. Il loro miglioramento è stato dcll’83 per cento più alto del controllo nelle funzioni esecutive, del 150 per cento nella velocità di elaborazione mentale (tempo necessario per svolgere compiti mentali) e del 40 percento nelle prove di memoria complesse (per esempio ricordare lunghe liste).
Studiando più a fondo i dati abbiamo scoperto che i soggetti con una variante genica che aumenta il rischio di Alzheimer (APOE c4) sembravano ricevere più benefici dai cambiamenti specificati rispetto ai soggetti privi di quella variante, il che è un’ulteriore prova dell’efficacia deU’intervento. Inoltre i membri del gruppo di trattamento con questo gene avevano un invecchiamento cellulare più lento nelle misurazioni su un tclomero, un marcatori* biologico costituito dall’estremità di un cromosoma.
Estensione del FINGER
Abbiamo ora prove abbastanza evidenti che l’insieme di dieta migliore, esercizio fisico, stimoli mentali e sociali e controllo dei problemi cardiovascolari possa migliorare le capacità cognitive anche dopo i 60 anni, ma abbiamo ancora altro lavoro da fare a partire dai risultati originali.
Un miglioramento delle funzioni mentali dopo due anni implica, senza tuttavia dimostrarlo, che modificare le abitudini alimentari e fisiche può proteggere contro la demenza. Per capire se sia possibile o meno ritardare la comparsa della demenza dobbiamo studiare il lungo periodo presintomatico tipico delle varie forme di demenza: l’Alzheimer si sviluppa probabilmente per 15 o 20 anni prima che siano diagnosticati problemi cognitivi, perciò potrà essere necessario osservare i pazienti lungo un periodo molto esteso. Naturalmente dovremo anche decidere a che punto questo tipo di studio diventi troppo costoso e complicato da portare a termine.
Un’altra domanda che dovevamo prendere in considerazione era se fosse possibile aiutare gli individui soggetti ai cambiamenti cerebrali che precedono i problemi cognitivi veri e propri contrastando le alterazioni fisiologiche. Cambiamenti alle attività personali come quelli adottati nel progetto FINGER potevano ritardare la comparsa dei problemi cognitivi? Un ritardo di 2-5 anni nella comparsa dei sintomi rappresenterebbe un miglioramento significativo per la salute pubblica e per molti individui vorrebbe dire evitare la diagnosi di demenza, perché morirebbero di altre cause prima di subirne gli effetti.
Per studiare alcuni di questi punti abbiamo messo in atto un’estensione del progetto FINGER per altri sette anni. In questa prossima fase intendiamo usare Vimaging cerebrale per determinare se le buone abitudini possano contrastare l’interruzione delle connessioni neuronali e l’atrofia di determinate regioni cerebrali, due indicatori dell’Alzheimer. Le analisi del sangue possono inoltre indicare se l’adozione di comportamenti che sembrano migliorare le facoltà cognitive riduca anche infiammazione, stress cellulare e carenza delle proteine che aiutano a conservare in salute il cervello, tutti segni patologici che spesso si rilevano nel cervello dei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer negli esami post mortem.
Stiamo anche collaborando con altri gruppi di ricerca per unire i risultati di studi simili al nostro condotti in altri paesi. 11 confronto può contribuire a determinare se le nostre scoperte possano essere generalizzate a popolazioni differenti e l’unione dei risultati aumenta anche la forza statistica dello studio e permette analisi più dettagliate degli interventi nel tempo. Per esempio potremmo paragonare i livelli di esercizio fisico dei gruppi di intervento dei vari studi per identificare il livello ottimale per la conservazione della salute del cervello.
Quello che abbiamo appreso con il progetto FINGER può anche rappresentare un modello per studi simili che cerchino di partire dalla letteratura epidemiologica per estrapolare fattori di rischio multipli da esaminare in uno studio controllato randomizzato. Al momento stiamo collaborando con due progetti di questo tipo: lo studio Healthy Aging through Internet Counseling in thè Elderly (HATICE), dell’Unione Europea, e il Multimodal Strategies to Promote a Healthy Brain in Aging (MULTI-MODE), diretto dal Karolinska Institut.
Per i professionisti dell’ambito sanitario non sarà necessario aspettare un altro decennio prima di fare raccomandazioni ai pazienti. FINGER ha già fornito prove sufficienti affinché possano iniziare a suggerire le misure che abbiamo studiato. Se gli NIFI dovessero indire un’altra conferenza, è possibile che arrivi a conclusioni più ottimistiche rispetto a quella della conferenza di sette anni fa, che non è stata in grado di sostenere alcun metodo per la prevenzione.
L’ente statunitense potrebbe inoltre essere rassicurato dai dati recenti che indicano un calo dell’Alzheimer negli Stati Uniti e un calo di tutte le forme di demenza sia negli Stati Uniti sia in diversi paesi europei. Questo calo potrebbe essere dovuto a cambiamenti comportamentali che le persone possono aver adottato da sole dopo aver sentito parlare di studi scientifici sui cambiamenti che potrebbero favorire la salute cognitiva.
Di fronte ai molteplici fallimenti dei farmaci, la prevenzione può rivelarsi il modo migliore per gestire l’epidemia di demenza, come è già avvenuto con numerose altre malattie croniche. Il messaggio finale del progetto FINGER è che forse non è mai troppo presto per prendere provvedimenti grazie a cui prevenire l’Alzheimer, e per fortuna non è neanche mai troppo tardi: sembra infatti che i cambiamenti dello stile di vita possano aiutare alcuni individui anche dopo che il declino delle facoltà cognitive ha già avuto inizio.