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 2017  giugno 01 Giovedì calendario

La notte di Lincoln tra gli spiriti per ritrovare il figlio morto

Nel Libro dei Morti tibetano il bardo è quel non-luogo dove dopo il decesso, che è solo un momento di passaggio nell’eterno stato di transizione delle creature, si sosta in attesa di una valutazione della propria esistenza trascorsa; quando questa arriva, alcuni sono sublimati nel nirvana, altri retrocedono a forme inferiori di vita per ripartire dal basso. Ora, è in questo non-luogo, sia pure senza saperlo, che il presidente Abraham Lincoln cerca di penetrare, alla dolorosa ricerca di una comunicazione col proprio defunto figlioletto undicenne. Lincoln in the Bardo (Bloomsbury) si intitola il primo romanzo di George Saunders, finora celebrato autore di racconti in raccolte pubblicate in Italia da minimum fax. La critica americana e inglese lo ha accolto con ammirazione unanime, malgrado qualche sommessa perplessità per l’insolito assunto.
I documenti storici
La vicenda si svolge tutta durante una notte e prende lo spunto da un episodio documentatissimo, appunto la morte per febbre tifoide di Willie, figlio del presidente, nel febbraio del 1862, quando la Guerra di Secessione cominciava a rivelare la sua ferocia. Le cronache del tempo, spesso sgomente per l’inasprirsi del conflitto, raccontano come dopo il funerale del piccolo l’esacerbato Lincoln si recasse più volte, di notte, senza testimoni – sua moglie Mary era piombata in una crisi di depressione dalla quale non si sarebbe più ripresa – a meditare sulla tomba nel cimitero di Oak Hill. Della tragedia fece parte anche il disagio per un fastosissimo e perciò criticato ricevimento che la coppia presidenziale non si era sentita di annullare proprio mentre le condizioni di Willie si aggravavano.
Con procedimento originale e intrigante, Saunders affida la narrazione, più di cento capitoli brevi o brevissimi, a un’alternanza di brani tolti dai resoconti del tempo (da storici ovvero da testimonianze primarie come giornali, comunicati ufficiali, epistolari talvolta inediti) e di frasi o interi discorsi pronunciati dal coro di defunti che accoglie l’arrivo del piccolo Willie. Ciò avviene, appunto, in un non-luogo di tipo in parte tibetano in parte cristiano, con elementi del Purgatorio dantesco (anime che rivivono continuamente il proprio dramma), senza dimenticare il fatidico Spoon River (gentuccia ingenua e dimenticata, nell’America profonda).
Il coro dei defunti
Sono solo voci, senza interventi descrittivi. Dobbiamo orientarci in base ai loro racconti, sempre frammentari, spesso confusi. Lo stesso accade leggendo un testo di teatro, dove però il nome di chi parla è premesso alla battuta, mentre qui viene dopo, in calce, come le fonti delle citazioni. Così non siamo indotti ad aspettarci chi parlerà, ma piuttosto ad ascoltarlo per poi poterlo identificare, e l’effetto è più radiofonico che teatrale.
Le voci dei morti sospesi sono parecchie e varie, talvolta in conflitto, talaltra in coro, sarabanda o sabba. Prevalgono tuttavia e fanno da filo conduttore quelle di tre personaggi principali, ciascuno dei quali, come poi molti altri, narra all’inizio qualcosa di sé: un tipografo di mezza età morto in un incidente prima di poter consumare le nozze con una diciottenne, un giovanotto che troppo tardi aveva rimpianto di essersi tagliato i polsi perché omosessuale, un anziano e saggio pastore protestante. Emergendo da una polifonia sempre più allargata, questi tre sono i primi a notare l’avvento dello smarrito Willie, e, dopo, i tentativi di suo padre per raggiungerlo.
Lincoln, che non parla mai, è sempre visto da terzi, compresi certi furibondi detrattori che lo aggrediscono sulla carta stampata; al guardiano del cimitero appare improvvisamente nel buio, le lunghe gambe che quasi toccano terra ai lati di una incongruamente minuscola cavalcatura. Nel suo silenzioso dolore, è una figura piena di dignità. Gli spiriti tentano di favorire l’ultimo contatto tra padre e figlio che si sono separati senza commiato, ma allo stesso tempo si rendono conto che il bambino va aiutato a muoversi «oltre». La sua presenza è imbarazzante, tra l’altro Willie è l’unico, lì, a nominare senza ritegno la morte – le anime inquiete usano perifrasi, per esempio chiamano la bara «sick box». Le loro non-esistenze sono, appunto, in transito.
Il protagonista silenzioso
Molti, oltre a rievocare incessantemente il momento cruciale del proprio passato, possono, nello stato fluido, assumere forme diverse, ovvero proiettarsi in quel futuro che non hanno avuto, e magari vedere attraverso quali stadi sarebbero invecchiati. Tra i parlanti spiccano una coppia di sboccatissimi proletari, un feroce colonnello schiavista, uno schiavo rassegnato alla sua condizione. Alcuni sono ripetitivi, magari proprio per questo presi in giro dagli altri. La muta angoscia del presidente, sulle cui spalle gravano pesanti responsabilità pubbliche cui qui si accenna solo di passaggio, contrasta con la garrulità pirotecnica della corte di spiriti, con effetti cui la strepitosa bravura di Saunders, forte di un controllo della lingua in molte sfumature diverse quale ha pochi confronti nella narrativa americana di oggi, riesce a dare credibilità.