Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Napolitano, nell’orazione di 21 minuti con cui la sera del 31 dicembre ha salutato gli italiani, ha detto a un certo punto un secco «E non ci siamo». Ho l’impressione che sia il passaggio cardine del discorso, quello che annuncia la futura politica del governo e delle altre istituzioni del Paese.
• A chi si riferiva?
All’Europa. L’Europa deve innanzi tutto riconoscere gli
sforzi fatti ancora con quest’ultima manovra da 33 miliardi, manovra che servirà all’Italia per avere più peso nelle discussioni a Bruxelles. Però, «occorrono senza ulteriori indugi scelte adeguate e solidali per bloccare le pressioni speculative contro i titoli del debito di singoli paesi come l’Italia, perché il bersaglio è l’Europa, ed europea dev’essere la risposta. Risposta in termini
di stabilità finanziaria e insieme di rilancio dello sviluppo. E non ci siamo.
Particolarmente sottovalutata è la prospettiva della recessione con tutte le sue conseguenze». Cioè la Merkel e Sarkozy devono convincersi che le impennate del nostro spread sono il risultato di un attacco all’euro, perché si crede che, facendo saltare l’Italia, salti poi tutta l’impalcatura delle moneta unica, facendo guadagnare un mucchio di soldi a chi ci ha scommesso. E quindi è necessario, per il bene comune, che tedeschi e francesi partecipino alla difesa della città europea, con slancio e convinzione. Mi vengono in mente due passaggi della conferenza stampa di fine anno di Monti: i vertici tedeschi
farebbero bene a fare un po’ di pedagogia, cioè a spiegare al loro popolo l’enorme quantità di vantaggi di cui hanno goduto grazie all’euro; tutti gli europei – ma Parigi e Berlino in particolare – dovrebbero mettere più soldi dentro il fondo salva-stati, intanto con un valore deterrente, perché non sarebbe detto che poi quei soldi verrebbero utilizzati.
• Io dal discorso ho percepito tutto un gran sventolare dell’unità d’Italia e insistere sui giovani, il lavoro eccetera.
Sì, la Lega si è arrabbiata per il forte senso unitario di tutto il discorso, ha offensivamente paragonato il presidente alla macchietta
di Cetto la Qualunque e ha criticato l’assenza di qualunque cenno al
federalismo. Napolitano ha infatti esordito ricordando le belle manifestazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e la gioiosa partecipazione con cui è stato
accolto obunque. Quanto alla crisi economica, il presidente ha ripetuto più
volte: «L’Italia può e deve farcela». Questa parte del messaggio si è
imperniata su parecchi punti. Quello dei giovani: «Si è diffusa ormai la
convinzione che dei sacrifici siano inevitabili per tutti: ma la preoccupazione maggiore che emerge tra i cittadini è quella di assicurare un futuro ai figli, ai giovani. È questo l’impegno cui non possiamo sottrarci». Quello del modo con cui è organizzato il mercato del lavoro (la Camusso ha definito Napolitano un
«grande presidente», ma forse le è sfuggito questo passaggio): «Occorre
definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi». Napolitano ha ricordato, poco dopo questo
passaggio, di essere stato sempre vicino alle forze del lavoro (non ha
pronunciato la parola “comunista”) e ha ribaditoil concetto degli sprechi parlando più in là di
“parassistismo…”.
• A proposito di che?
A proposito della corruzione e dell’evasione, dal presidente ammesse senza giri di parole: «A partire dagli anni Ottanta la spesa pubblica è cresciuta in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile. E
c’è anche chi ne ha tratto e continua a trarne indebito profitt a ciò si
legano strettamente fenomeni di dilagante corruzione e parassitismo, di diffusa illegalità e anche di inquinamento criminale. Né, quando si parla di conti pubblici da raddrizzare, si può fare a meno di mettere nel mirino l’altra grande patologia italiana: una massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale. Che ci si debba impegnare a fondo per colpire corruzione ed evasione fiscale, è fuori discussione».
• Ha nominato Berlusconi, o Monti?
Sì, sono gli unici due nomi propri pronunciati nel corso del messaggio. Berlusconi è stato ringraziato per l’alto senso di
responsabilità con cui ha lasciato la presidenza del Consiglio e con cui poco
dopo ha garantito il sostegno del suo partito al nuovo governo. Ha difeso con
forza la scelta poi di dar vita al governo Monti, dato che lo scioglimento
delle Camere sarebbe stato «un azzardo pesante dal punto di vista
dell’interesse generale del Paese».
• E i partiti?
Secondo me, nella parte finale ha
alluso alla necessità di una nuova legge elettorale.
Se lo sostenissimo con più convinzione, il Quirinale ci smentirebbe. Non è materia di cui può occuparsi il paresidente della Repubblica. La frase incriminata è questa: «È importante che l’Italia possa contare su una fase di stabilità e di serenità politica», che potrebbe portare i partiti alla «ricerca di intese fra loro sul terreno di riforme istituzionali da tempo mature per creare condizioni migliori in vista di un più costruttivo ed efficace svolgimento della democrazia dell’alternanza».
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 2 gennaio 2012]
(leggi)