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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

Ecco i regni dell’Europa che non c’è - Chi è in grado di indicare su una cartina dell’Eu­ropa dove si trovava il potente regno dei pruz­zi, detti anche prusi o prusai? Ri­sposta ovvia: nessuno o quasi

Ecco i regni dell’Europa che non c’è - Chi è in grado di indicare su una cartina dell’Eu­ropa dove si trovava il potente regno dei pruz­zi, detti anche prusi o prusai? Ri­sposta ovvia: nessuno o quasi. Ep­pure ci hanno lasciato un’eredità sopravvissuta almeno fino al XX se­colo. I loro domini si estendevano lungo le coste del Baltico, più o me­no tra le attuali Danzica e Kalinin­grad. Nel XII secolo furono travolti dai Cavalieri Teutonici e, sconfitti, si mescolarono ai colonizzatori te­deschi e polacchi. La lingua che parlavano (una delle più antiche del ceppo indo-europeo, né slava né germanica, ma simile al lettone e al lituano) sopravvisse fino al XVI secolo ed è testimoniata dai vo­cabolari pubblicati dai missionari impegnati nella conversione degli ultimi pagani. Dal nome dei pruzzi, attraverso le deformazioni latine borussi e Borussia, è derivato il nome della Prussia. Ma degli antichi padroni di casa della Germania moderna nessuno parla mai: i malcapitati sono finiti tra gli sconfitti e non me­ritano un posto nella memoria e nei libri di testo. Perché la storia, sostiene Norman Davies, docente a Oxford, uno dei più noti studiosi britannici, si fa guardando indie­tro a partire dall’oggi. E finisce con l’applicare le categorie odierne, a partire da quella degli Stati nazio­nali, ai fatti di ieri. Così la storia d’Europa è di solito vista come l’in­sieme delle singole vicende di Francia, Germania, Italia e via di­scorrendo. E proprio per questo ri­schia di trascurare i protagonisti scomparsi, di perdere di vista i per­corsi finiti apparentemente nel nulla, ma che spesso, in maniera più o meno sotterranea, hanno la­sciato tracce significative nel pre­sente del Vecchio Continente. Per rimediare a questo vuoto, per illuminare le aree rimaste più buie del passato europeo, Davies ha pubblicato nelle settimane scorse Vanished Kingdom , «I re­gni scomparsi» (Allen Lane, Lon­dra), uno dei più originali testi del­­la storiografia recente. Alla ricerca «dell’Europa semidimenticata» Davies traccia le vicende di Stati e regni europei sconfitti dai secoli. Alcuni, come il regno di Aragona, suscitano nel lettore qualche vaga reminiscenza liceale. Altri hanno un suono quasi mitologico. È il ca­so del Regno della Roccia, nome degno di un film fantasy, e invece presenza reale, e temuta, nelle iso­le britanniche tra la partenza delle ultime legioni romane e il consoli­darsi dell’Inghilterra medievale. Fondato intorno al quinto secolo dopo Cristo, con capitale in quella che è oggi un’anonima cittadina, Dumbarton, a pochi chilometri da Glasgow, il Regno della Roccia fu il più longevo regno celtico e resistet­te alle invasioni di anglosassoni e vichinghi fino al XII secolo. A suscitare soprattutto riferi­ment­i letterari sono invece le pagi­ne dedicate al regno di Galizia e Lo­domeria, la più grande e periferica tra le province dell’impero austro­ungarico. Creato dall’imperatrice Maria Teresa, che unì anche que­sta corona alle molte altre in capo alla sua dinastia, fu formato nel 1772 con i territori frutto della pri­ma spartizione polacca. Fino al 1918 e al crollo delle istituzioni im­perialrege ebbe come capitale quella che in italiano è conosciuta come Leopoli, ma che già nella plu­ralità delle denominazioni (Lem­berg in tedesco, Lviv in ucraino e polacco, Lwow in russo) mostra il suo carattere cosmopolita. Centro nevralgico della cultura polacca e di quella yiddish, Lemberg (oggi in Ucraina) è stata una presenza fissa nelle opere degli autori della decadenza austriaca. A comincia­re da quelle di Joseph Roth, l’inter­prete più noto della Finis Austriae , che in Galizia nacque. A poche decine di chilometri da Leopoli, nel lembo di terra ucrai­na più vicina ai confini ungherese e rumeno, è Uzhgorod, la capitale dello Stato forse più paradossale tra quelli raccontati da Davies, la Rutenia. Cugini dei bielorussi e de­gli ucraini, i ruteni (un milione di persone ai piedi dei Carpazi; tra lo­ro i genitori di Andy Warhol e Adol­ph Zukor, fondatore dell’america­na Paramount) avevano coltivato, durante la dominazione austro­ungarica, un forte sentimento na­zionale. Nel 1918 erano finiti però sotto la Cecoslovacchia. Quando Hitler invase i territori cechi, i rute­ni videro finalmente arrivare la lo­ro ora e si affrettarono a proclama­re l’indipendenza. Era il 15 marzo 1939. Il sogno (e lo Stato) duraro­no esattamente 24 ore. Già il gior­no dopo il Paese fu invaso dagli un­gheresi a cui, alla fine della secon­da guerra mondiale, si sostituiro­no i russi. Un caso unico di caducità del­l’istituzione statale e l’estrema conferma della frase di Rousseau citata da Davies alla fine del suo li­bro: «Se anche Sparta e Atene so­no scomparse, quale Stato può sperare di durare per sempre? Il corpo politico, non meno del cor­po umano, incomincia a morire non appena nasce, e contiene al proprio interno le cause della sua distruzione... anche la costituzio­ne migliore è destinata ad avere fi­ne ».