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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

«Come Cristo in croce», quel grido di una battaglia già persa - Un congedo in tre tappe. Don Verzè è morto la mattina del 31 dicembre, ma se n’è andato progressivamente, nel­l­’arco di un mese dopo aver elencato per l’ulti­ma volta i propri meriti e rimirato in controlu­ce la caratura del San Raffaele

«Come Cristo in croce», quel grido di una battaglia già persa - Un congedo in tre tappe. Don Verzè è morto la mattina del 31 dicembre, ma se n’è andato progressivamente, nel­l­’arco di un mese dopo aver elencato per l’ulti­ma volta i propri meriti e rimirato in controlu­ce la caratura del San Raffaele. E’ il 2 dicembre scorso quando don Luigi prende carta e penna e scrive una lettera che ha tre destinatari: i pm che indagano sul disastro finanziario di via Ol­gettina; il consiglio d’amministrazione del­l’ospedale; i giornalisti. E’ soprattutto a loro che si rivolge: da settimane il San Raffaele è sot­to un diluvio di articoli feroci che stanno cavan­do la pelle al suo fondatore e stanno esploran­do tutte le possibili ramificazioni dello spaven­toso dissesto finanziario da 1 miliardo e mez­zo. Il giorno prima un quotidiano ha dipinto don Verzè come un capomafia e allora lui deci­de di reagire, anche se ormai il combattente di un tempo non esiste più. «Sono stato pregato di leggere una rassegna stampa- spiega il reli­gioso- e oggi non posso più tacere». Don Verzè racconta in poche righe quel che ha fatto, quel patrimonio di medicina e scienza che resterà ai milanesi e agli italiani: «Mi sono proposto di non lasciare il mondo assistenziale come l’ho trovato: cameroni da 30-40 letti, spesso sgan­gherati, senza servizi. Solo i ricchi- rimarca po­lemicamente don Luigi- potevano accedere al­le case di cura private, tenute soprattutto dai re­ligiosi ».Questa era l’Italia del primo dopoguer­ra e allora il giovane sacerdote veronese si è da­to da fare: «Oggi guardo dalla finestra: il San Raffaele è completato; è conosciuto in tutto il mondo per la bravura dei suoi medici, infer­mieri, ricercatori e docenti».E’ l’orgoglio di chi ha compiuto una missione impossible. E il bu­co e l’inchiesta per bancarotta? «Oggi - insiste lui - il San Raffaele non è fallito. E’ stato messo sotto la protezione del Vaticano e della giusti­zia ». Sì, è vero, riconosce il sacerdote toccando uno dei moltissimi punti che gli sono stati con­­testati nei giorni della rovina, ho comprato un aereo,ma l’aereo serviva per andare«in India, in Africa, in America Latina, oltre che a Roma, a Cagliari, a Olbia, a Taranto, in Sicilia, dove la dottrina del San Raffaele veniva conosciuta e realizzata». Il sacerdote non ci sta a farsi sommergere da­g­li attacchi e mette idealmente tutta la cittadel­la della salute sotto il suo mantello: «Del San Raffaele sono stato e sono io l’ispiratore; tutto quanto è stato necessario per la realizzazione di questa opera nella aspirazione alla ottimali­tà in ciascuno dei suoi versanti risale a me; nul­la dunque di quanto essenzialmente connes­so alla funzionalità del San Raffaele mi è estra­neo ». Potrebbe bastare, ma don Verzè non è certo, non è mai stato l’uomo delle mezze mi­sure e parla anche di Mario Cal, il suo vice che si è ucciso: «Non so come Mario Cal abbia gesti­to nei particolari la sua funzione, ma escludo che abbia agito nel suo particolare interesse e comunque mi assumo tutta la responsabilità di quanto è stato compiuto». I giornali descri­vono le tangenti, i fondi neri, gli sprechi colos­sali e don Verzè quasi li sfida riconducendo er­rori e deviazioni «alla «superiore finalità del­l’Uomo realizzata dal San Raffaele ». Quella let­tera è un passo indietro ma è anche un atto d’accusa contro chi sta distruggendo in un col­po solo la sua immagine e quella dell’ospedale da lui fondato. Don Verzè arretra, ma non si sente un vinto: anzi si paragona a Gesù Cristo, morto in croce senza difendersi. Fra sputi e in­sulti. Quel riferimento alla croce, per quanto ardito, dà in realtà l’idea che la battaglia, per­chè di una battaglia durissima si è trattato, sia ormai alla fine. Il 19 dicembre ecco la seconda missiva, indi­rizzata al cda: «Ho pensato che in questo mo­mento delicato è utile che io non partecipi alle sedute del consiglio».Poche righe,scritte a ma­no, fatto rarissimo per don Luigi, quasi a comu­nicare una stretta di mano d’addio.Manca so­l­o l’epilogo che puntualmente arriva dopo Na­tale: il cuore del fondatore del San Raffaele ar­ra­nca e i suoi collaboratori gli consigliano l’en­nesimo ricovero nell’ospedale ai bordi del qua­le vive. Ma don Luigi,paziente di solito scrupolosis­simo e anzi un po’ apprensivo, questa volta mi­nimizza: «Ma no, non è niente, resto a casa». Don Verzè ha scelto di farsi da parte. La morte arriverà poche ore dopo.