MARCO BELPOLITI, La Stampa 2/1/2012, 2 gennaio 2012
Le lancette sempre avanti - Fine anno. Siamo in quattro seduti intorno al tavolo. A un certo punto guardiamo l’orologio per sapere che ora si è fatta, e ci accorgiamo che abbiamo tutti l’orologio avanti
Le lancette sempre avanti - Fine anno. Siamo in quattro seduti intorno al tavolo. A un certo punto guardiamo l’orologio per sapere che ora si è fatta, e ci accorgiamo che abbiamo tutti l’orologio avanti. Chi di cinque minuti, chi di dieci, chi solo di un paio di minuti. «Se non mettessi le sveglie di casa avanti, arriverei sempre tardi al lavoro». «Io, invece - aggiunge un altro - uso l’anticipo per prendere i treni». Ho scoperto che l’abitudine a tenere in avanti gli orologi di casa, o quelli che s’indossano - compreso il display del cellulare che ha sostituito l’orologio tra i giovani -, è molto diffusa. Perché? Come ha osservato di recente un critico d’arte, Riccardo Venturi, il tempo è per definizione ciò che manca, ciò davanti a cui accumuliamo ritardi. Se ogni momento è prezioso - come ci insegna il mondo delle transazioni finanziarie -, la nostra risposta è un annichilamento dell’istante attraverso la sua moltiplicazione: fare più cose allo stesso tempo. Ma non solo. Per contrastare il nostro endemico e costante ritardo, anticipiamo l’ora: la sfasiamo. In avanti, non all’indietro. Corriamo sull’immaginario asse orizzontale del tempo per prendere tempo. Un filosofo nel XX secolo aveva osservato: «Ciò che richiede sempre tempo, richiede troppo tempo» (Gunther Anders). Il tempo è il grande divoratore per antonomasia. «Tempus fugit» era scritto nei quadranti degli antichi orologi. Il fatto è che abbiamo cominciato, da cinquant’anni o forse più, a fuggire anche noi. Da rincorrere il tempo ad anticiparlo. La complessità delle cose con cui abbiamo a che fare ogni giorno - e il loro numero sempre crescente - è tale che il tempo diventa un bene raro, di cui non possiamo fare assolutamente a meno. Il futuro diventa il nostro unico orizzonte, anche se, come i miei compagni di riunione, non lo chiamiamo «futuro», bensì «tempo in anticipo». Anticipo rispetto a cosa? Al tempo stesso. La verità è che nessuno può fermare il tempo né rallentarlo. L’accelerazione del tempo procede implacabile, e i nostri spostamenti di lancette sono solo un pallido tentativo di compensarne la rapida scomparsa. E cosa dovrebbero dire i disoccupati, i precari, i giovani che non hanno impiego? Avranno, o no, più tempo? Anni fa un corteo di disoccupati francesi inalberava un cartello che colpì molto gli spettatori: «Non abbiamo niente, ma abbiamo tempo». Sarà ancora vero?