Dagospia (fino a Cazzullo escluso), 2 gennaio 2012
1- L’INFARTO DI DON VERZE’
Beppe Grillo per www.beppegrillo.it - E’ morto Don Verzè, aveva 91 anni e sembrava in ottima salute come a suo tempo Papa Luciani, per rimanere nell’ambito religioso, o Sindona, per spaziare nell’ambito affaristico clericale. Lascia il San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro. Dicono che a ucciderlo sia stato un arresto cardiocircolatorio dovuto allo stress per l’ipotesi di reati di bancarotta e associazione a delinquere. Anche se l’infarto fosse vero, nessun italiano ci crederà mai. Una domanda "Chi gli ha portato il caffè corretto?".
2- APOLOGIA DI PRELATO
Filippo Facci per "Libero"
C’è gente come Armando Torno (Corriere.it) che ha scritto la biografia di Don Verzé copiando testualmente dal sito Wikipedia: neanche una virgola spostata. E ci sono poveracce come Antonella Mascali, sul Fatto quotidiano, che nel giorno della morte di Don Verzé lo ha liquidato come un bancarottiere, un megalomane, uno «amico dell’ex capo del Sismi» col suo «ospedale tanto caro a Craxi, Berlusconi e Formigoni».
MASSIMO CACCIARI Don Verzé
Ora: il San Raffaele, una delle poche eccellenze italiane che dialoga con le grandi istituzioni mondiali - un polo di ricerca in cui sono curati migliaia di malati che giungono da ogni parte d’Italia - forse meritava biografi meno sbrigativi.
Fa niente, cominciamo pure dalla fine e mettiamo subito a verbale che il San Raffaele non è più quello di una volta, e pure da pezzo: da ben prima, cioè, dei casini finanziari che ora tralasciamo. Perché il San Raffaele, ora, è soltanto un ottimo ospedale lombardo come altri, in qualche caso anche peggiore: è infarcito di medici bravissimi o da prendere a pedate, come altrove, e i paramedici sono caritatevoli o subumani analfabeti, come altrove: e soprattutto come altrove, anzi di più, il San Raffaele è un posto in cui la musica e la salute cambiano se sei raccomandato o semplicemente se paghi, anzi sei «solvente».
Odifreddi - Copyright Pizzi
Il dettaglio è che gli altri ospedali, prima del San Raffaele, non c’erano, non esistevano, non erano ospedali per come li intendiamo oggi, e per come il San Raffaele ha ridefinito che dovessero essere con effetto splendidamente trainante. Don Verzé poteva anche stare sulle palle, ma resta un uomo che nella sua lunghissima vita ha fatto più cose (buone) di quanto riuscirà la maggior parte di noi messi insieme, un uomo che per realizzarle ha combattuto la Chiesa e lo Stato, la destra e la sinistra, gli uomini e le donne, soprattutto la stupidità intesa come la più inguaribile delle malattie.
ROBERTO FORMIGONI NEL SUO VIDEO PROMOZIONALE
Tanti cretini in questi giorni antepongono sempre le «ombre» ai suoi successi (quali ombre, in definitiva? I debiti?) e ignorano che gli ospedali italiani, prima di Don Verzé, letteralmente non esistevano nell’accezione moderna del termine: non come riferimenti per un ceto medio che non esisteva a sua volta, non come centri di ricerca e di studio, di previdenza e di assistenza sociale.
Non è un modo di dire: non c’erano proprio, c’erano le cliniche dei baroni che si portavano appresso i malati come pacchi, c’erano le cliniche dei ricchi in mano quasi sempre a religiosi accomodanti, oppure, ecco, c’erano lazzaretti, i casermoni con camerate puzzolenti e file di cinquanta letti, lugubri cronicari con la cultura del dolore e della penitenza come unica e vetusta regola: Sergio Zavoli, su questo, ha fatto bellissime inchieste.
VERZE VENDOLA x
Altro che diritti del malato, altro che rispetto sacrale dell’infermo e altre sciocchezze che Don Verzé, da noi, immaginò semplicemente per primo, questo per lo scandalo e per l’ostracismo di tutte le curie, del Vaticano, dell’italietta cattocomunista secondo la quale ciascuno doveva stare al posto suo, i preti in chiesa e i medici nelle cliniche tirate a lucido.
3- FAZENDE, RICATTI E JET PRIVATI I MISTERI CHE LASCIA Don Verzé
Alberto Statera per La Repubblica
La cupola da 50 milioni di euro che svetta sul gineceo berlusconiano dell´Olgettina con le pettorute del bunga-bunga, il jet privato, le ville in giro per il mondo, le fazende brasiliane, i festini, la religione come paravento etico, gli affari, la politica, i ricatti, le tangenti, la camorra, i servizi segreti usati come armi mafiose contro i renitenti. Nulla si fa mancare il romanzo di don Verzé, il catto-satrapo per decenni adorato beniamino della pia e corriva borghesia milanese.
BRUNO ERMOLLI nicolo pollariFABIO GALLIA E SIGNORA
La sua morte non è l´epilogo del romanzo criminale e di una bancarotta morale e finanziaria da almeno un miliardo e mezzo, ma l´incipit di una storia ancora tutta da scrivere che oscurerà persino le gesta di molte delle cricche che hanno ritmato gli ultimi anni del berlusconismo.
È forse il versante meneghino all´ennesima potenza della saga della banda della Magliana, ambientata stavolta non sotto la cupola di San Pietro, ma all´ombra di quella non meno imponente dell´ospedale San Raffaele, paradossalmente luogo di eccellenza medica e, al tempo stesso, di malaffare.
Il rispetto per i morti non fa dimenticare i loro peccati. E nessuno dica che l´antiberlusconismo fa ancora velo maniacale in ogni vicenda che imbratta questo Paese, perché la storia del prete-tycoon nasce proprio di conserva con quella dell´ex palazzinaro milanese.
Era la fine degli anni Sessanta quando il giovane Berlusconi, con l´aiuto del Monte dei Paschi di Siena, allora controllato da uomini della P2, comprò 700mila metri quadrati a Segrate e cominciò a costruirvi Milano-2. Unico neo del ghetto di lusso, le rotte degli aerei in partenza e in atterraggio da Linate. Occorreva spostarle e così il palazzinaro d´ingegno, che una volta ammise di aver pagato vagoni di tangenti per ottenere i permessi, regalò una fettina dei suoi terreni a don Verzé per costruirvi una clinica privata, i cui degenti non avrebbero potuto sopportare il rombo aeroportuale.
galli della loggia 8dv34 geronzi don luigi verze
Giorgio Bocca definì allora don Verzé «quello che allontana gli aerei». Perché il craxismo meneghino si mobilitò. Nacque Milano-2 e fu eretto il futuro mausoleo del prete-tycoon, che da allora paragonò Bettino Craxi a Gesù Cristo e gratificò Silvio Berlusconi delle stimmate di «dono di Dio all´Italia».
A Formigoni, da quindici anni governatore della Lombardia per conto dell´affarismo del sistema di Comunione e Liberazione e dispensatore dei miliardi della sanità regionale, toccò soltanto il paragone con l´arcangelo Raffaele. Ancora pochi giorni fa il presidente lombardo rivendicava la sua buona fede nel caso Minetti, perché la sua consigliera regionale gli era stata raccomandata - pensate un po´ - non solo da Berlusconi, ma proprio da don Verzé. Come se quasi tutti non sapessero dei variegati interessi terreni del prete di casa sul jet personale e a Bahia.
NICOLE MINETTI
Al seguito del pio Formigoni, di cui giorno dopo giorno emergono le pericolose amicizie politico-affaristiche che impiomberanno le sue inesauribili ambizioni da statista, la grande borghesia milanese, i Moratti - ramo Gian Marco e Letizia - gli Ermolli, gli illuminati frontisti di via della Spiga, dove parcheggiava la sua Ferrari Mario Cal, l´amministratore operativo della bancarotta che si uccise nel luglio scorso, i banchieri, da Mazzotta, ex Popolare di Milano, a Miccicché, Intesa, fino a Fiorani, protagonista dello scandalo Popolare di Lodi-Antonveneta.
8dv12 don luigi verze veltroni
Non solo, nella rete di don Verzè, piena di camorristi, come quelli che si aggiudicavano i migliori appalti dell´azienda ospedaliera, sono finiti anche Nichi Vendola e un filosofo neghittoso come Massimo Cacciari. Dal leader del Sel, accreditato di «santità», il prete luciferino voleva l´ospedale San Raffaele anche a Taranto con finanziamenti pubblici. Ora la Puglia ha bloccato tutto.
E Cacciari fu assunto nella sua facoltà di Filosofia e Teologia: «Si vuole occupare lei - gli disse - del Logos fatto di carne?». La Scuola ateniese, per la verità, non nacque in Brianza, dove vanno più di moda gli affari, ma la pervasività del vecchio prete bancarottiere dimostrò tutta la sua potenza.
Un prete o un gangster, in un´Italia in cui tutto ormai si confonde? Le telefonate con l´ex capo del servizio segreto militare Nicolò Pollari, nobile figura di servitore dello Stato, sono del tipo Chicago anni Venti. Si tratta di terrorizzare un vicino perché non vuole cedere un terreno che serve al don. Prima mandandogli la Guardia di Finanza, poi, se occorre, sabotando il suo impianto elettrico, magari mandandolo pure a fuoco.
Roberta De Monticelli 8dv54 don verze giov berlinguer sabino cassese
In uno scenario del genere poteva mancare il Lavitola del caso? E infatti compare. Faceva il giornalista ed è il sodale di Piero Daccò, il faccendiere di Cl indagato per bancarotta e associazione per delinquere nell´inchiesta sull´ospedale di Verzé. Si chiama Antonangelo Liori e molti lo ricordano ancora direttore del quotidiano L´Unione Sarda che ancora era quasi sbarbato e odoroso di pecora delle sue parti.
Legato al Cam Group International, Mario Gerevini e Simona Ravizza lo hanno collocato tra gli «avvoltoi del mercato» sulle macerie di società fallite, spesso call center. Come dargli torto? «Se anche l´azienda fallisce - dice Liori al telefono - io continuo ad avere autista, villa ed elicottero».
Questo bel tipo, radiato dall´Ordine dei giornalisti che qualche volta si sveglia, è stato condannato in appello a 8 anni e 6 mesi per la bancarotta della cartiera di Arbatax. Ma l´elicottero chi glielo toglie? Non certo la cricca del prete-tycoon che di faccendieri, tangentari, bancarottieri, ufficiali felloni ha fatto il suo esercito in nome di Dio.
Roberto Benigni Berlusconi e Don Verzé
Un romanzo criminale ancora da scrivere che ha fatto irruzione persino nei sacri palazzi e che fa spettegolare di un contrasto tra il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Il primo aveva voluto l´ingresso del Vaticano nel San Raffaele in vista della costruzione di un polo sanitario della Santa Sede, unendovi l´ospedale di San Giovanni Rotondo e altre strutture della chiesa.
L´altro non ne voleva sapere. Figurarsi il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, che si dice sia molto stimato dal Papa, e che avrebbe dovuto mettere le mani al portafoglio. Forse allora per il lascito del prete della cricca ci sarà via libera per il gruppo sanitario di Giuseppe Rotelli, berlusconiano della prima ora, che insieme alla partita sanitaria, gravata di debiti miliardari, gioca quella editoriale. Con il suo bel pacco di azioni del Corriere della sera da valorizzare in termini di potere.
MUOIA DON VERZÈ CON TUTTI I FILISTEI - PIERINO ZAMMARCHI CHE HA REALIZZATO IL COMPLESSO SANITARIO VOLUTO DA DON VERZÈ SI SFOGA ALLA CAMERA ARDENTE DEL SACERDOTE: AL SAN RAFFAELE "NON È STATO FATTO NIENTE DI PARTICOLARE. E’ UN SISTEMA CHE VA AVANTI DA QUANDO HO COMINCIATO A LAVORARE NEL ’50. IO HO LAVORATO ANCHE PER GIUSEPPE ROTELLI, AL SAN DONATO E ANCHE LI’ SI PAGAVA LA PERCENTUALE" - IMMEDIATA LA REPLICA DI ROTELLI CHE RESPINGE QUALSIASI ACCUSA… - -
Repubblica.itgiuseppe rotelli daLaStampa
Pierino Zammarchi che ha realizzato il complesso sanitario voluto da don Verzè si sfoga
alla camera ardente del sacerdote. "Ho pagato anche per poter costruire per Rotelli"
don luigi verze
Al San Raffaele "non è stato fatto niente di particolare. E’ un sistema che va avanti da quando ho cominciato a lavorare nel ’50. Io ho lavorato anche per Giuseppe Rotelli, al San Donato e anche li’ si pagava la percentuale". E’ lo sfogo di Pierino Zammarchi, imprenditore edile che ha costruito gran parte dell’istituto scientifico universitario San Raffaele, anche lui coinvolto nell’inchiesta sul San Raffaele.
"Questo sistema va avanti da sempre -racconta- e io non ho mai lavorato per il pubblico perchè bisognava pagare. Bisognava pagare", ripete. A chi gli chiede se pagava tangenti anche con l’imprenditore della sanità privata Giuseppe Rotelli, Zammarchi risponde: "Certo, quando ho lavorato al San Donato, tanti anni fa".
CUPOLA DELL’OSPEDALE SAN RAFFAELE
Poi Zammarchi spiega esattamente il meccanismo: "Allora, si fa un contratto e si paga una percentuale, sul pubblico, dappertutto. Invece in questo caso si trattava di un ospedale privato che è diverso. E’ un meccanismo che funziona dappertutto per chiunque vuole lavorare. A Roma, Milano, in Sicilia e in Sardegna".
Immediata la replica di Rotelli che respinge qualsiasi accusa e con una nota "esclude in modo categorico di avere mai ricevuto tangenti nella sua vita da chicchessia quanto meno dal Signor Zammarchi" a aggiunge di aver dato mandato ai suoi legali di prendere tutte le iniziative legali necessarie per tutelare la sua onorabilità.
Repubblica.itgiuseppe rotelli daLaStampa
Pierino Zammarchi che ha realizzato il complesso sanitario voluto da don Verzè si sfoga
alla camera ardente del sacerdote. "Ho pagato anche per poter costruire per Rotelli"
don luigi verze
Al San Raffaele "non è stato fatto niente di particolare. E’ un sistema che va avanti da quando ho cominciato a lavorare nel ’50. Io ho lavorato anche per Giuseppe Rotelli, al San Donato e anche li’ si pagava la percentuale". E’ lo sfogo di Pierino Zammarchi, imprenditore edile che ha costruito gran parte dell’istituto scientifico universitario San Raffaele, anche lui coinvolto nell’inchiesta sul San Raffaele.
"Questo sistema va avanti da sempre -racconta- e io non ho mai lavorato per il pubblico perchè bisognava pagare. Bisognava pagare", ripete. A chi gli chiede se pagava tangenti anche con l’imprenditore della sanità privata Giuseppe Rotelli, Zammarchi risponde: "Certo, quando ho lavorato al San Donato, tanti anni fa".
CUPOLA DELL’OSPEDALE SAN RAFFAELE
Poi Zammarchi spiega esattamente il meccanismo: "Allora, si fa un contratto e si paga una percentuale, sul pubblico, dappertutto. Invece in questo caso si trattava di un ospedale privato che è diverso. E’ un meccanismo che funziona dappertutto per chiunque vuole lavorare. A Roma, Milano, in Sicilia e in Sardegna".
Immediata la replica di Rotelli che respinge qualsiasi accusa e con una nota "esclude in modo categorico di avere mai ricevuto tangenti nella sua vita da chicchessia quanto meno dal Signor Zammarchi" a aggiunge di aver dato mandato ai suoi legali di prendere tutte le iniziative legali necessarie per tutelare la sua onorabilità.
ALDO CAZZULLO SUL CORRIERE DELLA SERA
Se don Luigi Verzé (Illasi, 14 marzo 1920-Milano, 31 dicembre 2011) se ne fosse andato un anno fa, sarebbe stato ricordato come l’uomo che creò dal nulla il più grande ospedale e il più grande centro di ricerca d’Italia, a prezzo di azzardi finanziari e disinvolture amministrative, di cui la magistratura si era occupata già ai tempi di Tangentopoli. Quest’ultimo, orribile anno è stato segnato dal suicidio del braccio destro Mario Cal, dalla rivelazione di pratiche tangentizie non estranee al crac finanziario, da intercettazioni — «stanotte ci sarà del fuoco» — in cui emergono linguaggi malavitosi e metodi criminali per liberarsi di vicini molesti e di chiunque rappresentasse un ostacolo.
In realtà, don Verzé non era ovviamente un criminale. Era un megalomane. La stessa megalomania che lo portò a fondare il San Raffaele lo induceva a comprarsi il jet privato per evitare le code al check-in. Lo spingeva a portare per primo in Europa la macchina per la tomoterapia — «quanto costa? Dieci milioni di euro? La voglio!» — e ad allestirsi zoo e scuderie dove scelse per sé un purosangue di nome Imperator. A chiamare per dirigere la sua università i migliori intellettuali italiani e a comprare fazendas in Sudamerica dove veniva fotografato a bordo piscina.
Era anche un autocrate, ed era affascinato dagli uomini che considerava suoi simili, fossero di destra o di sinistra, musulmani o atei, Gheddafi o Fidel Castro, che chiamava familiarmente «El Crapòn». Amico di Craxi, si portò a Tunisi quando il leader socialista venne operato all’ospedale militare da un’équipe del San Raffaele: don Verzé sbarcò dal suo jet, annunciò che aveva con sé un messaggio di Wojtyla per l’infermo, brigò per riportarlo in Italia o almeno a Parigi, si lamentò di Ciampi, litigò con il premier francese Jospin. Per Berlusconi aveva una fascinazione. Raccontava di averlo visto per la prima volta nel 1964, in clinica, e di avergli detto: «Lei guarirà, e farà grandi cose». (Don Verzé si considerava anche veggente: «È un dono che ho sempre avuto. Ma lo dissimulo, e non ne parlo, perché non voglio passare per un profeta»). A lungo i due hanno litigato: anche Berlusconi infatti era un suo vicino. «Stava costruendo Milano 2 — ha raccontato don Verzé —. Venne a propormi un’alleanza. Entrambi avevamo acquistato i terreni dal conte Bonzi. Ma quando andai dal nobiluomo per comprare un altro lotto che mi aveva promesso, mi rispose di no: Berlusconi mi aveva preceduto con l’assegno in mano; il conte era molto simpatico ma molto bisognoso di denaro, e non aveva resistito. Ne parlai con Silvio, che tracciò un fosso e propose un accordo: tu costruirai da qui verso Nord, io da qui verso Sud. Ma verso Nord era tutto terreno agricolo, non edificabile!». Insomma Berlusconi aveva fregato anche lui; il che non gli impedì di definirlo «un dono di Dio all’Italia». Anche perché con il Cavaliere collaborò per far deviare le rotte degli aerei che atterravano e decollavano da Linate, perché non disturbassero malati e inquilini.
Luigi Verzé è sempre stato molto amato e molto odiato. Fin da piccolo. Il padre possidente veneto lo adorava ma lo diseredò quando seppe che sarebbe diventato sacerdote. La madre lo baciò una sola volta in vita sua, il giorno della prima comunione. Fu segretario di don Calabria, un santo. Fin da giovane ebbe la fissa dell’ospedale. Da arcivescovo di Milano, Montini cercò di fermarlo. Don Verzé confessò di aver pregato perché non divenisse Papa («però lo stimavo moltissimo: ho scritto nei miei diari ogni frase che mi ha detto, come ho sempre fatto con i grandi che ho incontrato, per settant’anni»). A Borrelli inviò una lettera malaugurante che il magistrato gli rispedì indietro. Ma lo scontro più duro fu con Rosy Bindi, che da ministro della Sanità gli vietò lo sbarco a Roma. Lui così rievocava l’episodio, rivolgendosi come don Camillo direttamente al Padreterno: «Dio mio, tu mi hai tentato come hai fatto con Abramo, chiedendogli di sacrificare il suo figlio prediletto. Ma tu a me non hai mandato l’angelo a fermarmi il braccio, a me hai mandato Rosy Bindi, che è stata solo il magatello di ben altri poteri, di Roma ladrona; perché tale Roma è, anche se solo Bossi ha il coraggio di dirlo!». E qui don Verzé levava il dito con un sorriso enigmatico, evocando il don Bosco che annunciava imminenti funerali alla reggia per indurre Vittorio Emanuele II a non firmare le leggi di confisca dei beni ecclesiastici.
Neppure il Vaticano lo amava, in particolare per le sue posizioni sulla ricerca scientifica. Alla vigilia del referendum del 2005, in un’intervista al Corriere don Verzé si schierò in difesa della fecondazione assistita e del ricorso agli embrioni umani per trovare nuove cure («a patto di non ucciderli e non ferirli»). Mentre il cardinale Ruini faceva campagna per l’astensione, lui sosteneva che «tutti hanno il diritto di avere figli. Qualcuno può rinunziarvi, come ho fatto io; nessuno può impedirlo a un altro. Non sopporto gli irsuti inquisitori che pretendono di alzare il lenzuolo del letto nuziale; mi pare impudico. A suo tempo, la Chiesa accetterà la fecondazione omologa in vitro, come accetterà, almeno per situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo. Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero per un po’ nelle favelas e nei tuguri africani!».
Don Verzé aveva fondato anche una personale teologia. «Decenni di frequentazioni della morte mi hanno convinto che l’uomo non può stare senza nessuna delle tre parti che lo compongono, corpo, psiche e spirito. Per cui, al momento della morte, Dio ricrea il nostro corpo immediatamente, senza attendere la fine dei tempi». E dove sono i nuovi corpi dei morti? «Questo non lo so. Però so per certo che Dio non ha creato la morte». Ossessionato dalla longevità, annunciava che presto saremmo vissuti tutti almeno fino a 120 anni, subito ripreso e rilanciato da Berlusconi, per il timore di oppositori ed eredi politici. Al che don Verzé chiosava che l’immortalità va intesa in senso lato: «Ricerca, medicina, filosofia ci porteranno a vincere la morte, a trasformarla da trauma a fatto evolutivo. Sento che il Signore verrà a prendermi, e io lo vedrò, già sollevato da terra, sospeso tra la vita futura e la vita terrena…».
Nel San Raffaele, «tempio della sofferenza» come da iscrizione all’ingresso, aveva fatto effigiare simboli e personaggi evocativi: Tobia, Giobbe — «Pelle per pelle» è il titolo dell’autobiografia scritta con Giorgio Gandola —, il Cristo, le donne della Bibbia, Esculapio. «Jesus Deus patiens», Gesù è Dio che soffre, dice nel cortile l’iscrizione a forma di croce sormontata dal serpente redento, simbolo della medicina. Quando negli anni Settanta vennero i katanga per sfasciare tutto, lui li ammansì sostenendo che preti e rivoluzionari facevano lo stesso mestiere.
Ruppe con Cl. Divenne amico di Cacciari, con cui parlava a lungo di angeli. Fu amico, e rivale, anche di Umberto Veronesi. Portò Di Pietro a pranzo a Milano in Galleria per convincerlo a fare il ministro del governo Dini. Sostenne che i malati avevano diritto alla bellezza e al lusso e ordinò per i reparti lenzuola di lino e posate d’argento: le rubarono tutte. Fece debiti colossali e a chi gliene chiedeva conto rispondeva: «Non sono miei, sono delle banche». Per lo zoo interno si ispirò a Disneyland e comprò canguri, scimmie, uccelli esotici. Il San Raffaele oggi è in India, Brasile, Tibet, Polonia, Algeria, Malta, Cuba, Medio Oriente.
La megalomania, causa della sua grandezza e della sua rovina, non lo abbandonò mai. Scrisse un libro con il cardinale Martini e numerose lettere a George Bush per supplicarlo di non attaccare Saddam. Si faceva chiamare «presidente» e definiva Dio «il top manager». Sosteneva di aver preparato con Castro la sua visita al Papa e poi il viaggio di Wojtyla a Cuba. Negli ultimi giorni si è paragonato a Cristo in croce. Ora sarà rimpianto ed esecrato. Restano un disastro finanziario, vite stroncate come quella di Cal, una verità giudiziaria da appurare nei processi. Resta anche il fatto che là dove c’erano campi incolti don Luigi Verzé ha costruito il più grande ospedale e centro di ricerca d’Italia.
Aldo Cazzullo