Cristina Nadotti, la Repubblica 02/01/2012, 2 gennaio 2012
L´ARTE È COME LA MUSICA CHI CITA UN´IMMAGINE ORA PAGA I DIRITTI D´AUTORE
Dopo la musica e il cinema, anche l´arte inizia a fare i conti con il problema del diritto d´autore nell´era dello spazio digitale in cui tutto si condivide. Per la prima volta, un giudice statunitense ha ribaltato il principio del "fair use" nel copyright - l´uso leale grazie al quale, per esempio, Andy Warhol nel 1962 poté riprodurre la famosa lattina di zuppa Campbell senza pagare un soldo di diritti - e ha emesso una sentenza di condanna per un artista, giudicato colpevole di essersi indebitamente appropriato di un´immagine altrui. Il copione è Richard Prince, maestro dell´arte della "ri-fotografia" e - pare ironia, ma non la è - dell´appropriation art la parte lesa è Patrick Cariou, fotografo francese che ha ritenuto un furto la rielaborazione sotto forma di collage e dipinti fatta dall´americano partendo da una sua fotografia della serie "Yes rasta", lavoro di ritratti a dei rastafarian.
La disputa legale è cominciata nel 2010 e ha già ispirato riflessioni e commenti più che mai attuali e dovuti sull´evoluzione del concetto di copyright, ma quella che ai più era parsa una provocazione utile al dibattito artistico si è tramutata ora in panico per artisti e galleristi, come dimostra l´appello fatto proprio dalla Andy Warhol Foundation perché i giudici ribaltino la sentenza dopo il ricorso di Prince.
La maggior parte delle opere di Prince, apprezzate dal mercato con acquisti fino ai due milioni e mezzo di dollari, si basa proprio sulla rielaborazione di immagini altrui o di oggetti di uso comune. Uno dei suoi lavori più noti è la reinterpretazione delle immagini della campagna pubblicitaria Marlboro, che aveva come soggetto il cowboy e il sogno americano. Prince, di fatto, tra il 1980 e il ´92 si appropriò di quell´immagine ormai condivisa e la rifotografò, dandole un nuovo contesto e un nuovo significato, proprio ciò che ora gli viene contestato.
Prince, e prima di lui Warhol, Sherrie Levine e Barbara Kruger, per non essere accusati di plagio o di furto di proprietà intellettuale hanno potuto contare su una clausola della legge americana sul diritto d´autore, secondo la quale le opere protette da copyright sono disponibili al pubblico come materiale grezzo, senza necessità di autorizzazione, a condizione che dalla loro rielaborazione scaturisca qualcosa utile al «progresso della scienza e delle arti». In altre parole, se l´etichetta "Campbell´s" diventa opera d´arte, non c´è plagio. Per la giudice Batts, come riporta il New York Times che sta dando grande spazio al dibattito, c´è "fair use" soltanto se la rielaborazione fornisce «in qualche modo un approfondimento sull´opera a cui si riferisce, con legami al suo contesto storico e riferimenti critici all´originale», cosa che, a suo avviso, manca nell´utilizzo della foto del rasta di Cairou fatta da Prince.
Al di là del dibattito su cosa è citazione e cosa è plagio nell´arte, Cairou pare l´emblema dei tanti fotografi professionisti che si sentono sempre più minacciati dalla facilità con cui un software può salvare le loro immagini e rielaborarle. Perché, deve aver pensato Cairou, c´è chi fa fatica a vendere a un prezzo commisurato alla fatica le sue immagini e c´è chi, dipingendoci sopra un po´ di blu (come ha fatto Prince), le vende a cifre a sei zeri? Il ragionamento è semplicistico, ma non del tutto peregrino, in un momento in cui il web sta trasformando in modo radicale il concetto di "appropriazione" e alimentando la creatività anche grazie ai miliardi di immagini digitali e video clip disponibili e riutilizzabili da chiunque, non sempre con soli fini artistici.