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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

OCCUPAZIONE E SALARI SI ALLARGA IL GAP - È

il tema caldo della "fase 2" del Governo Monti appena avviata. Studiare misure per rilanciare l’occupazione, in un quadro generale dell’economia a tinte fosche che avvolgeranno l’intero anno, secondo le previsioni di istituzioni ed enti di ricerca internazionali. Ocse, Commissione europea, Fmi: tutti concordano nello stimare un taglio dei posti di lavoro nel nostro Paese, con un parallelo aumento del tasso di disoccupazione a rendere sempre più ampio il gap rispetto al passato.

E tratteggia un generale downgrading dell’economia anche la Relazione al Parlamento 2011 presentata nel dicembre scorso: l’occupazione registrerà un valore negativo (-0,3%), per poi riprendere la crescita - dal 2013 - a un ritmo quasi impercettibile (0,1 per cento). Il tasso di disoccupazione è rivisto al rialzo per tutto il periodo, attestandosi all’8,4% nel 2012, per poi balzare all’8,7% l’anno successivo.

Più pessimista è l’Outlook del Centro studi di Confindustria, secondo cui quest’anno ci sarà un calo dello 0,6% dell’occupazione destinato a proseguire nel 2013, con l’emorragia di 219mila posti di lavoro che porteranno il gap (al netto della cassa integrazione) a 957mila rispetto al 2008. «Il nuovo arretramento dei livelli di attività - si legge nel report - colpirà soprattutto l’industria in senso stretto, che era già sotto di 573mila occupati a metà 2011 rispetto all’inizio del 2008». Ad essere più penalizzati gli uomini (già in calo del 3,4% dal 2008 al 2011), le persone meno istruite (-10,6% per chi ha solo la licenza media) e i giovani (-24,4%). E continuerà la flessione del potere d’acquisto dei salari, già oggi a livelli record (il divario con l’inflazione è il più alto dal 1997): in base all’andamento previsto nei diversi comparti, gli economisti di viale dell’Astronomia stimano che la crescita degli stipendi nominali per addetto sarà dell’1,5% nel 2012 e dell’1,7% nel 2013, contro un’inflazione attesa del 2,2% e del 2,1 per cento.

A livello microeconomico, per il primo trimestre di quest’anno - secondo un’indagine dell’agenzia per il lavoro Manpower su un campione rappresentativo di un migliaio di imprese - solo il 5% dei datori prevede un aumento del proprio organico, il 13% una riduzione e il resto non prospetta sostanziali variazioni. Restringendo l’obiettivo sul territorio le previsioni più deboli riguardano il Sud, dove è atteso un flop dell’occupazione del 12%, il Nord Ovest prospetta un mercato del lavoro tendente al ribasso (-6%), mentre nel Nord Est e nel Centro si annunciano meno perdite (-5% e -4%).

Dal confronto settoriale emerge che in nove dei dieci comparti oggetto dell’indagine di Manpower si prevede nel primo trimestre 2012 il segno meno nel trend di assunzioni. Le stime più deboli riguardano il settore minerario ed estrattivo (-18%) e quello pubblico e sociale (-11%). Scarso ottimismo anche in ristoranti e hotel (-9%), nel settore elettricità, gas e acqua e nel commercio (entrambi a -8%). Solo per trasporti e comunicazioni si prevede un mercato occupazionale in equilibrio.

Stima un primo semestre in salita l’agenzia per il lavoro Gi Group: «Le maggiori difficoltà si concentreranno nel manifatturiero, nell’automotive, nel banking e nel settore pubblico - dice il direttore commerciale Zoltan Daghero - mentre ci sarà una tenuta di richiesta di personale nei servizi». E dovrebbe restare costante la domanda di profili specializzati trasversalmente a tutti i settori. «Ingegneri elettronici e meccanici, addetti vendita madrelingua cinesi e russi, capi reparto dovrebbero essere impermeabili alla crisi» precisa Daghero. Dalla concorrente Randstad arriva il segnale che è più spiccata tra gli italiani la disponibilità a considerare l’opzione del trasferimento all’estero. La quarta edizione del Work monitor, analisi sull’andamento del mercato del lavoro in 29 Stati, rivela «che il 53% dei nostri connazionali - commenta Marco Ceresa, ad di Randstad Italia - sarebbe disposto a espatriare se guadagnasse di più, mentre un terzo varcherebbe i confini a parità di stipendio ma per un lavoro più in linea con le proprie aspettative». Francesca Barbieri • RITARDI SCOLASTICI E POCA ESPERIENZA FRENANO I GIOVANI -Più tempo a scuola, poca esperienza lavorativa durante gli studi, ritardi di sviluppo del Sud. Si spiega così, secondo il Centro studi di Confindustria, la questione della bassa occupazione giovanile in Italia: solo un quinto degli under 25 ha un impiego contro quasi la metà dei coetanei tedeschi (46,2%), inglesi (47,6%) e statunitensi (45%). Un effetto causato in parte dalle caratteristiche del nostro sistema scolastico che porta al diploma a 19 anni, due anni in più rispetto agli inglesi e uno in più degli americani. Ma anche dalle relazioni tra scuola e imprese: in Italia è risicata la quota di giovani che abbina istruzione e lavoro, appena il 3,5% tra i 15-24enni, contro il 31,6% negli Usa e il 34% in Germania.

Il basso tasso di occupazione giovanile italiano cela poi ampie differenze territoriali. Tra gli under 25 solo uno su sette è occupato al Sud, contro uno su quattro al Settentrione.

E la crisi ha accentuato i freni strutturali all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: un’elaborazione del Centro studi Datagiovani evidenzia come i nuovi rapporti di lavoro per gli under 30 nel 2010 siano diminuiti di un quarto rispetto al 2007, con oltre 180mila possibilità di lavoro in meno.

«Il grosso della flessione ha riguardato i contratti a tempo indeterminato – spiega il ricercatore Michele Pasqualotto –, dimezzati rispetto al 2007, passando da poco meno di 256mila agli attuali 142mila (-44%)».

Certo, la crisi ha determinato un flop generale delle chance per i giovani, ma i nuovi contratti a termine stipulati nel 2010 sono stati "solo" il 14% in meno del 2007. Secondo l’Istat solo un nuovo contratto su quattro stipulato con un under 30 ha la forma subordinata a tempo indeterminato, mentre era uno su tre nel 2007.

Cresce di conseguenza il peso dei contratti da dipendente "flessibili", che salgono al 56% (erano il 34% nel 2007). E la durata media delle formule flessibili (comprese le collaborazioni) è di poco superiore ai 15 mesi.

«Una conferma del fatto che il lavoro a termine non è una fase del passaggio a un contratto stabile – conclude Pasqualotto – ma rischia di diventare una condizione a lungo termine viene dal fatto che quasi l’83% dei contratti a tempo indeterminato dei giovani nel 2010 era già in essere anche l’anno precedente, un valore di quasi quattro punti percentuali più elevato del 2007». Fr. Ba.