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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

L’anno dell’elezione globale che può far girare il mondo - Questo è l’anno dell’elezio­ne globale

L’anno dell’elezione globale che può far girare il mondo - Questo è l’anno dell’elezio­ne globale. Le porte gire­voli del pianeta nelle ur­ne: Stati Uniti, Francia, Russia, Grecia, Egitto, Iran, Ve­nezuela, India.Non c’entrano nul­la l’u­no con l’altro eppure c’entra­no moltissimo. Un filo unisce tut­to per dirci se gli equilibri del pia­neta saranno gli stessi, se il mon­do che conosciamo adesso sarà lo stesso.Il 2012 è l’anno di una cam­p­agna elettorale continua che par­te dalla potenza degli Stati Uniti d’America e collega ogni area geo­politica strategica per il destino collettivo: il Medio Oriente con l’Egitto e l’Iran, l’area Euro con la Francia e la Grecia,l’Est con la Rus­sia, l’Asia e le potenze emergenti con l’India, l’America latina con il Venezuela. Il planisfero della cabina eletto­rale è completo. La mappa degli in­­teressi, delle relazioni, dei piani pure:tutti guardano a tutti. L’Ame­rica aspetta di capire che cosa ac­cadrà in Iran a marzo, quando a Teheran si rinnoverà il Parlamen­to. Sarà l’inizio di una lunga stagio­ne po­litica che porterà al voto pre­sidenziale del 2013: Ahmadi­nejad non può più ricandidarsi, dopo aver governato per due man­dati. Arriverà il suo scudiero, Esfandiar Rahim Mashei? Arrive­rà qualcun altro? Riuscirà l’oppo­sizione a trovare spazio sufficien­te per provarci? Non è un affare in­terno, ovviamente. È roba che in­teressa tutti, a Mosca, a Pechino, a Bruxelles,a Washington.L’Ameri­ca, già. L’America che è la prima a partire in questo lungo anno di ele­zioni continue. Si comincia doma­ni, con l’avvio delle primarie re­pubblicane che dovranno sceglie­re il candidato da opporre a Ba­rack Obama per le presidenziali del 6 novembre prossimo. Undici mesi di battaglia politica, prima di parte, poi generale. Un Paese in difficoltà e alle prese con un pro­blema di credibilità internaziona­le proprio a causa della crisi eco­nomica: l’America vede nei suoi specchietti la Cina. La sente. Sa che c’è.Sa che si prepara al sorpas­so. È il duello che caratterizzerà i prossimi decenni: il dualismo Washington-Pechino, con il suo essere al tempo stesso alleanza e rivalità, opportunità e preoccupa­zione. È il grande fiume della di­plomazia internazionale dal qua­le partono e arrivano infiniti af­fluenti. Perché le elezioni in Rus­sia, per esempio, interessano agli Stati Uniti quanto alla Cina. Mo­sca è un altro gigante che può de­stabilizzare questo anno: tutti pre­vedono il ritorno al Cremlino di Vladimir Putin. Le manifestazio­ni di dissenso degli ultimi mesi, dopo le elezioni parlamentari, hanno cambiato lo scenario. Gli Usa appoggiano i manifestanti, Putin non gradisce, la tensione au­menta. Mai come ora, dalla fine della Guerra Fredda,non c’è stato un periodo di relazioni così agita­te tra Washington e Mosca. Pechi­no osserva e potenzialmente go­de. La Russia è strategicamente al­leata della Cina in diversi scenari: la Siria, per esempio. Dove en­trambi appoggiano il regime di As­sad. Oppure in Africa, dove l’in­fluenza cinese è in costante au­mento e dove in chiave anti-ame­ricana Pechino si fa spesso sup­portare da Mosca. Poi c’è l’America latina.Con Hu­go Chavez, il Venezuela è stato un problema per gli Stati Uniti e per l’intero Occidente. Si vota a otto­bre e nonostante la malattia che lo ha colpito un anno fa, il Caudillo si ricandiderà.L’avversario sarà scel­to nelle primarie che cominciano a febbraio. Il risultato di Caracas in­teressa ancora Washington e poi gli altri: il resto dell’America Lati­na, che da anni registra una cresci­ta di prestigio, importanza, prodot­to interno lordo costante. È una delle zone del futuro. La conferma di Chavez significherebbe conti­nuare ad avere uno strano e perico­loso asse Venezuela-Iran in chia­ve antiamericana. La sconfitta del presidente in carica, invece, cam­bierebbe lo scenario. Lo stesso va­le per l’Europa. Le presidenziali francesi sono un appuntamento elettorale fondamentale: Nicolas Sarkozy cerca la riconferma, la cer­ca contro Francois Hollande. Il presidente deve difendersi da sini­stra e però anche da destra, dove Marine Le Pen continua a cresce­re, specie nelle regioni del Sud. È in difficoltà, Sarkò. Una diffi­coltà che non riguarda solo lui: sia Hollande, sia Le Pen hanno an­nunciato che in caso di vittoria non rispetteranno gli impegni eco­nomico- finanziari presi da Sarkozy con l’Europa. Provate a immaginare: l’Italia s’è svenata perché Germania e Francia glie­l’hanno imposto, poi Parigi ri­schia di non mantenere le sue pro­messe. Il 2012 è l’anno dell’incer­tezza. Si vota per cambiare o per la­sciare tutto così com’è. Si vota an­che sapendo che potrà andare peg­gio, come in Egitto, dove il voto già cominciato si concluderà que­st’anno e dove rischiano di vince­re gli estremisti islamici. Il mondo ora spera, dopo aver scioccamen­te sperato nella Primavera araba. Il mondo guarda, anche: guarda le elezioni e non solo. Come in Cina, dove senza voto potrebbe cambia­re molto: il partito comunista cine­se ha previsto p­er quest’anno un ri­mescolamento di tutti i vertici del­la repubblica popolare. Tutti. Più di un’elezione. Per loro, per noi.