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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

CE LA FAREMO MA SOLI INUTILE CONTARE SU STATO E PARTITI


Cari amici italiani, tutti voi lo sapete che ci aspettano i 365 giorni più irti della recente storia repubblicana. Giorni in cui saranno in gioco il nostro livello di vita, l’avvenire dei nostri figli, la nostra identità di Paese industrializzato fra i più importanti al mondo, fors’anche la nostra democrazia e anche se non sono sicuro che ognuno di voi intenda con questa parola la stessa cosa che intendo io. Francamente non lo so, se dobbiamo augurarci di continuare a vivere questi prossimi 365 giorni con l’uso della moneta – l’euro – che ci eravamo scelti dieci anni fa. Sono un vecchio lettore degli scritti e dei libri di Geminello Alvi, e conosco i suoi argomenti contro l’euro e del resto ci sono dati sonanti a indicare quali siano state per gli italiani le conseguenze dell’avere adottato questa moneta. Nessuno però di noi sa che cosa sarebbe successo nell’Italia di questo ultimo decennio se avessimo insistito nell’usare la lira e nel sopportarne i relativi maremoti.
Il punto è un altro. Euro o non euro, ce la dobbiamo fare. Dobbiamo penare e faticare a che entri nella casa di ognuno di noi più di quello che esce. Dobbiamo inventarci e lavoro e reddito e speranze. Ce la dobbiamo fare, noi tutti, e beninteso sempre che nessuno di voi creda che i nostri guai vengano dal comportamento di una gentildonna tedesca e di una congrega di loschi banchieri che ci vogliono scorticare vivi. Non è così, e con tutto questo ce la dobbiamo fare. È da trenta o quarant’anni, dai tempi in cui valsero le buone maniere tra la Democrazia cristiana al governo e l’opposizione comunista, che il nostro Paese crea con le sue scelte e con i suoi comportamenti un debito mostruoso fra quelli di tutti i Paesi industrializzati. I partiti tutti quanti, e i sindacati tutti quanti, e le famiglie italiane tutte quante ci hanno dato sotto alla grande nello spendere in rosso, nello spendere quel che non c’era e da cui ciascun partito aveva un dividendo elettorale. Abbiamo pagato in rosso le nostre pensioni, la nostra sanità, le nostre vacanze. Chi dice il contrario è un pagliaccio e merita di essere trattato come un pagliaccio dai nostri partner europei. Paghiamo almeno 75 miliardi di euro l’anno a onorare questo debito, e sempre che non peggiori il nostro spread con i titoli di debito tedeschi, aggrediti come siamo da un attacco di speculatori internazionali rispetto ai quali gli unni erano dei francescani scalzi. Paghiamo 75 miliardi di euro l’anno, e meno male che Giorgio Napolitano c’è a darci coraggio, un presidente di cui allibisco a vedere e sentire gli insulti che gli rivolge una piccola fazione politica. Così come sono oggi i nostri conti, vuol dire che qualsiasi governo – qualsiasi governo eletto da una o mille elezioni una più inutile dell’altra – deve massacrare i redditi limpidi da lavoro, sottrarre a quei redditi aliquote percentuali degne del comunismo bolscevico del 1917. Se no, non si pagano gli stipendi pubblici e non funzionano i bus e le scuole e gli ospedali.
Ognuno di noi è solo ad inerpicarsi per questi 365 giorni che ci aspettano. Non contate sui partiti e sulla loro retorica, non contate su uno Stato che non ha neppure i soldi di che comprare la corda con cui impiccarsi, non contate su chi vi promette che sarà allentata la fune fiscale che ci sta serrando il collo. Leggo che la metà delle famiglie italiane vive con un reddito netto disponibile di 2000 euro al mese,una cifra con cui oggi una famiglia non arriva a fine mese. Penso che questi dati siano inesatti, come dimostrano quegli altri e contrastanti dati che ci dicono che la ricchezza privata delle famiglie italiane è fra le più cospicue al mondo. La radiografia della ricchezza reale italiana non è esattamente quella che risulta dalle dichiarazioni dei redditi. Ci sono in giro enormemente più auto di lusso, e seconde e terze case, e cumuli di Bot custoditi nei forzieri delle banche, e gente che va a fare le vacanze bianche più di quanto non lo dicano quelle dichiarazioni dei redditi. Non rovesciamoci secchiate di sterco in testa perché è un falso in atto pubblico.
Certo è che sono tanti gli italiani che in questi prossimi 365 giorni condurranno una lotta per la vita e per la morte. Certo è che mai l’avere vent’anni ha comportato in Italia (e nel mondo) prospettive talmente cupe. Certo è che se perdi il lavoro a cinquant’anni, e con le nuove norme a dire qual è l’età per andare in pensione, è un incubo. Certo è che la vedi tutti i giorni l’espressione del volto di quelli che conosci e che al mattino alzano la serranda del proprio negozio dove entrano purtroppo in pochi. Certo è che se oggi fai un lavoro e devi esserne pagato, aspetti due volte o tre volte più di un tempo.
Tutto questo lo so. E tuttavia ce la faremo. Stringeremo i denti e tutto, ma ce la faremo. Nell’andare verso l’alto e verso il basso siamo difatti un grande Paese. Ce l’abbiamo fatta negli anni Cinquanta, quando eravamo reduci dai disastri della Seconda guerra mondiale e di una guerra civile durata due anni. Ce l’abbiamo fatta tra i Settanta e gli Ottanta quando l’Italia resse al concomitante attacco del terrorismo rosso e di quello nero. Ce l’abbiamo fatta ogni volta che sulle nostre famiglie si è abbattuta una bufera, e pur tuttavia abbiamo continuato a vivere.

Giampiero Mughini