Chiara Bussi, Il Sole 24 Ore 2/1/2012, 2 gennaio 2012
L’INCUBO DELLA RECESSIONE
Recessione. Dieci lettere che insieme materializzano lo scenario sempre più probabile per l’economia italiana nel 2012. Incubo ricorrente, nemico numero uno da scacciare attraverso la "fase 2" per il rilancio annunciata dal premier Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno. È questa la sorpresa per i prossimi dodici mesi che gli italiani rischiano di trovare nella calza della Befana. Se le previsioni si avvereranno si tratterà della quinta recessione dal 1980 che sarà però accompagnata dai primi risultati dello sforzo di risanamento dei conti pubblici e da un’inflazione sotto controllo.
L’incertezza sui mercati finanziari e il fardello del debito sempre più pesante hanno portato Organizzazioni internazionali e istituti di ricerca a rivedere al ribasso le stime sull’andamento del Pil della Penisola e a tratteggiare per quest’anno uno scenario a tinte fosche con sfumature diverse. Si va da un timido +0,3% previsto dal Fondo monetario internazionale lo scorso settembre a una frenata dell’1,6% del Centro Studi Confindustria stimata a dicembre. Lo stesso governo Monti ne è consapevole, tanto che nell’ultimo aggiornamento trasmesso in Parlamento ha previsto un rallentamento dello 0,4 per cento.
L’Ocse rompe il tabù
La prima a rompere il tabù e a utilizzare la parola "recessione" è stata l’Ocse nell’Outlook di novembre. L’Italia, con un ritmo di crescita negativo dello 0,5%, a detta dell’Organizzazione di Parigi sarà in buona compagnia insieme a Portogallo, Grecia e Ungheria (con una frenata rispettivamente del 3,2, del 3% e dello 0,6 per cento). Lo stesso Commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn ha avvertito che il rischio di un ciclo negativo «è in vista»: secondo Bruxelles sono attesi almeno due trimestre di Pil con segno meno e un modesto ritorno alla crescita nella seconda parte dell’anno.
Investimenti rinviati
Per il Centro Studi di Confindustria «l’inverno della recessione» è arrivato. L’economia italiana – avvertono gli economisti di Viale dell’Astronomia – risulterà più colpita della media dell’Eurozona. Per ref.ricerche la caduta del Pil potrebbe invece essere prossima all’1,5%, «con un collasso di tutte le componenti interne della domanda, e potrebbe essere seguita da un’altra contrazione nel 2013». Soprattutto le imprese – sottolinea l’istituto di ricerca nell’aggiornamento di dicembre – saranno obbligate a ridurre il fabbisogno di liquidità rinviando le spese per investimenti non strettamente necessari e realizzando un decumulo di scorte estremamente pronunciato. Secondo Fabio Fois, economista di Barclays Capital, «sono proprio gli investimenti il vero tallone d’Achille dell’Italia: se la fiducia delle imprese continua a deteriorarsi ai ritmi degli ultimi mesi, potrebbero contrarsi molto più di quanto ci aspettiamo, mentre le esportazioni dovrebbero tenere». Meno in salita appare invece la strada del risanamento di bilancio per arrivare al pareggio nel 2013 come concordato con la Commissione Ue. «Secondo noi – dice Fois – dovremmo essere vicini al pareggio nel 2013. Il deficit dovrebbe attestarsi intorno allo 0.4% del Pil, quindi sostanzialmente in linea con le previsioni del governo. L’Italia è stata infatti uno dei paesi che più ha mantenuto un approccio fiscale rigoroso, come dimostrato dalla riduzione del deficit e dal molto probabile ritorno a una posizione di surplus primario nel 2011, anche grazie alle misure aggiuntive varate nell’ultimo decreto correttivo dei conti pubblici».
Nuove opportunità
Il quadro è cupo, spiega Giulio Sapelli, docente di Economia all’Università Statale di Milano, ma si intravede una luce nuova in fondo al tunnel. «A differenza di altre recessioni – spiega Sapelli – è in atto un profondo cambiamento del sistema industriale con possibili vie di uscita: le imprese produrranno meno ma verrà potenziata la filiera tecnologica della manutenzione che svolgerà una funzione anticiclica. Potranno nascere così nuove nicchie di mercato e opportunità per le aziende che sapranno cogliere questo potenziale». Serve poi – conclude l’economista – «un ritorno allo Stato imprenditore, con un mix tra pubblico e privato per rilanciare il Paese senza un eccessivo timore del debito pubblico».