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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

DELLA PORTA RAFFO IL GRAN PIGNOLO PRONTO A FARSI MONUMENTO


Tranne le sue vittime, parlano tutti bene di Mauro della Porta Raffo. Per oltre un decennio si è dedicato a scovare gli errori dei giornalisti, spiattellandoli nella sua rubrica sul Foglio «Pignolerie». Naturale che venga ricoperto di elogi a mezzo stampa, conviene tenerselo buono nella speranza che chiuda un occhio sulle castronerie di chi lo ha incensato per sbeffeggiare quelle altrui. Ora però il Gran Pignolo cambia vita, vuole monumentalizzarsi. Oddio, la faccia di bronzo della statua ce l’ha già da un pezzo.
Ma ora si supera: ha scritto, impaginato, stampato e diffuso un’enciclopedia dedicata interamente a se stesso. Si è canonizzato da vivo, suddividendo il suo pensiero e le sue opere in dieci tomi robusti sfornati dalla Legatoria Carravetta di Varese (la città che ha fatto sua e di cui avrebbe voluto diventar sindaco). Si comincia da un volume di racconti, intitolato La vita come viene, si prosegue con gli scritti sugli Stati Uniti, il suo pallino. Seguono le Pignolerie, che Ares nel 2006 raccolse in un libro, per il decennale della rubrica fogliante.

La pazza idea

Abbiamo deciso di chiedergli come gli è saltato in mente di immortalarsi. «Nel 1992 c’è stato un periodo in cui non dormivo più. Mi svegliavo prestissimo. La tivù mi aveva stufato, leggere ho sempre letto, ma a tutto c’è un limite. Decisi di mettermi a scrivere. Volevo cominciare con dei racconti, ispirati al periodo in cui facevo il giocatore d’azzardo. E poi perché il mio maestro di vita è stato Piero Chiara, con cui ho avuto una frequentazione di circa 15 anni. Mia moglie sosteneva che stavo molto più con lui che con lei. Ma in quell’anno c’erano le elezioni americane, argomento che mi appassionava da sempre. La mia prima opera così è stato un saggio sul sistema elettorale americano».
Quella fu solo una delle tante svolte della sua vita. «Fino a quel momento avevo fatto decine di mestieri diversi. Direttore di un ente pubblico fino ai 30 anni. Poi avvocato, professione che ho lasciato per dedicarmi al gioco d’azzardo, che è molto meglio. Ero specializzato alle carte. Non devi mai giocare contro il banco: la matematica stessa ti sconfigge. Non devi giocare al casinò, devi, se puoi, giocare contro altre persone, evitando i bari. Chi ha più memoria alla fine vince. Non la singola partita, alla lunga. Quindi una parentesi normale, come assicuratore. Nel 1992 sono tornato a casa e ho detto a mia moglie: mi sono licenziato, voglio scrivere. Lei: moriremo di fame. Qualche articolo veniva pubblicato, ma economicamente non andava bene».
Poi, la grande occasione. Nel 1996 esce il Foglio. «Mi dissi: dura poco e decisi di collezionarlo. Leggendolo notavo grosse imprecisioni. All’epoca nessuno firmava, il primo ad avere l’onore di firma sono stato io. Ho cominciato a inviare fax al giornale di Ferrara, che ha preso a pubblicare le mie correzioni. Poi più nulla, così gli scrissi una lunghissima lettera nella quale gli dicevo: Lei mi ha tradito, non mi ha pubblicato più. Vale dunque il detto di Oscar Wilde: “C’è molto di buono da dire sul giornalismo moderno. Dandoci le opinioni degli ignoranti, ci tiene in contatto con l’ignoranza della comunità”. Io intendevo quella lettera come una rottura. Invece compro il Foglio e vedo una pagina con un titolo a nove colonne: Un lettore ci informa con malizia sulla pochezza della stampa italiana. Sotto con la firma dell’elefantino c’era scritto: lei merita una rubrica, ci sta? Dal settembre successivo ho avuto la rubrica pignolerie, è andata avanti per tredici anni, fino al 2009».
Un vero giocatore d’azzardo. Poi è passato anche su altre testate. «Ho collaborato con tutti i quotidiani, tranne quelli di sinistra che non mi hanno mai citato. Solo Repubblica con Beniamino Placido che, dopo aver visto una mia intervista alla tv svizzera, scrisse che ero come il lanciatore di lenticchie di Johann Hebel. Un tale che tira lenticchie dentro la cruna di un ago ed è diventato bravissimo decide di esibirsi dal Papa. Alla fine il Papa gli dà una ricompensa, un sacchetto. Lui pensa che siano monete d’oro, invece il sacchetto è pieno di lenticchie. Voleva dire che è un mestiere che non serviva a niente. E in effetti devo dire che, guardando oggi i giornali, aveva assolutamente ragione».
Triste bilancio. «Sì ma continuo a pensare che chi, scrivendo, commette errori, vada licenziato. Può succedere parlando, in quel caso non mi arrabbio. Io ho fatto una sola volta un errore. E me lo sono corretto io». E ora si pubblica anche. «Sono passati vent’anni da quel mio primo saggio. Quindi è il momento di monumentalizzarsi. E lo faccio con la pubblicazione, non dell’opera omnia, ovviamente. Sarà un’edizione limitata, fuori commercio, ho cercato anche di dargli una bella veste. La regalo solo agli amici o a chi ritenga io». Come si diventa Gran Pignolo? «Penso di avere dei doni naturali, come la grande memoria. Poi acculturarsi. Se uno mi dovesse chiedere: lei che cosa fa? Io risponderei: studio».

Biagi, il più impreciso

Il giornalista che sbagliava di più? «Enzo Biagi. Ho sessantotto pagine nel mio libro dedicate a lui. Scrissi sul Giorno un anticoccodrillo, spiegando che cosa aveva scritto lui e come in realtà stavano le cose. Non quando era novantenne, da giovane. Per esempio parlando di un viaggio a Cuba in cui tutte le affermazioni erano false. Non gliene fregava nulla di mettere in giro cose false. Non verificava, non sapeva niente. Non sapeva nulla ma scriveva di tutto. Montanelli invece una volta scrisse sul Corriere una castroneria su Lincoln. Mi disse: devo pubblicarla, perché è giusto che i lettori sappiano che ho scritto una cosa sbagliata. Chi si arrabbiò più di tutti fu Luca Goldoni, che scrisse che ero un topo di biblioteca. Poi ci siamo incontrati a una presentazione di un suo libro, a Varese. Da allora abbiamo fatto incontri in tutta Italia». Beh, qualcuno che sa apprezzare le facce toste, per fortuna, è rimasto.

Francesco Borgonovo