Giuseppe Parlato, Libero 02/01/2012, 2 gennaio 2012
LA TERRA CHE NON HA VISSUTO LA GUERRA CIVILE
La zona intorno a Roma divenne, dal 25 luglio 1943 fino ai primi del giugno 1944, uno dei principali teatri operativi della seconda guerra mondiale in Italia. In particolare la zona dell’Alto Lazio, il cui capoluogo, Viterbo, fu coinvolto pesantemente nel conflitto.
Già all’indomani del 25 luglio, Hitler, sospettando che il cambio del governo non fosse soltanto di normale routine ma che portasse a una seria modifica dell’alleanza fra Italia e Germania, in un primo momento aveva disposto una rapida occupazione di Roma da parte della terza divisione Panzergrenadier, acquartierata già da fine giugno in un’ampia porzione di territorio, tra il Monte Amiata e il Lago di Bolsena.
L’idea fu poi scartata perché Hitler comprese che il nuovo governo non avrebbe capovolto l’alleanza – come poi fece a settembre – e decise di sfruttare la fase intermedia facendo affluire, d’accordo con Badoglio, una impressionante massa di truppe in Italia, ufficialmente con la motivazione di rinforzare le difese dell’Asse contro gli attacchi nella Penisola degli angloamericani.
I primi scontri
La provincia di Viterbo diventava così è particolarmente strategica e protagonista di una serie di situazioni belliche di notevole importanza: il 9 settembre è teatro del primo scontro tra una grande unità militare italiana, la divisione corazzata Ariete e i tedeschi, da poche ore diventati nemici; la città di Viterbo subisce quindi una cinquantina di incursioni aeree da parte degli Alleati contro le posizioni tedesche; infine nella Tuscia si svolge, fra il 10 e il 13 giugno 1944, la prima battaglia organizzata dopo la caduta di Roma.
Un preciso e analitico quadro della situazione militare e politica della provincia di Viterbo è l’oggetto dell’indagine di un documentato volume di Raffaele Moncada, Un lungo anno di guerra. Alto Lazio, luglio 1943-giugno 1944, edito dalle milanesi Edizioni Libreria Militare nel 2011 (pp. 358, euro 30). Un volume che si segnala subito per due motivi. Il primo è l’estrema accuratezza dell’indagine condotta dall’autore presso archivi italiani e stranieri, con ampio corredo fotografico e di cartine illustrative. Il secondo è la capacità dell’autore di condurre il racconto non soltanto mettendo in evidenza le questioni militari - evidentemente centrali - ma di dedicare ampio spazio alle questioni politiche, in particolare al rapporto tra popolazione, tedeschi e autorità della Repubblica sociale italiana, nei nove mesi che precedettero l’arrivo a Viterbo degli angloamericani.
Poco esplorato a livello scientifico, il tema della guerra nell’Alto Lazio funge da paradigma per tutta la guerra italiana: i tedeschi impegnati a ritardare per quanto possibile l’avanzata degli Alleati e questi ultimi impegnati a sferrare l’attacco risolutivo in grado di determinare la caduta di Roma.
Il tema dominante, soprattutto per le prime azioni di guerra dopo la comunicazione dell’armistizio, è quello del disorientamento dei reparti italiani, che si vedono costretti a considerare nemici quelli che fino al giorno prima erano alleati, sebbene tale alleanza, proprio in quella zona, fu tutt’altro che serena: infatti i tedeschi, anche prima dell’armistizio – e in previsione di esso – tendevano ad allargare la loro sfera di influenza territoriale a scapito delle unità italiane predisposte per la difesa di Roma, e in particolare delle divisioni Ariete, nei pressi del lago di Bracciano, Centauro, alle porte della capitale, e Piave nella zona di Fiano Romano.
Niente partigiani
La particolare situazione strategica della provincia di Viterbo e la conseguente presenza di un alto numero di unità militari italiane e tedesche impedirono l’esprimersi del fenomeno partigiano, che a Viterbo emerse soltanto nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo degli angloamericani, e condizionarono fortemente l’attività di governo della Rsi.
Le dinamiche della guerra civile, che segnarono quei mesi nelle zone del Nord Italia, nell’Alto Lazio furono quasi assenti, se si eccettuano isolate azioni di sabotaggio o qualche attentato a distaccamenti tedeschi che determinò rare azioni di rappresaglia.
L’autore ricostruisce nel dettaglio lo scenario delle battaglie per Cellano e di Bagnoregio, i due episodi d’arme più significativi nei quali furono protagonisti reparti sudafricani e inglesi, nonché i combattimenti che si svolsero tra il 10 e il 13 giugno e che consentirono a Kesselring di evitare l’aggiramento alleato lungo la Valle del Tevere e il conseguente scavalcamento delle due armate tedesche che stavano risalendo la penisola.
In tutto questo complesso scenario, non si è tralasciato di rappresentare i sentimenti della popolazione, dalla illusione di una rapida conclusione del conflitto, all’indomani dell’8 settembre, fino al disorientamento e alla preoccupazione determinata dalla presenza di soldati di varie nazionalità, dai turcomanni dell’esercito tedesco fino alle truppe francesi di colore.
Giuseppe Parlato