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 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

«Sono una testa calda che fa la trottola nelle mani di Dio» - Questa è in assoluto la prima in­tervista concessa da don Luigi Maria Verzé

«Sono una testa calda che fa la trottola nelle mani di Dio» - Questa è in assoluto la prima in­tervista concessa da don Luigi Maria Verzé. Fu pubblicata il 13 giugno 1993. **** Quattro mesi di attesa. La pri­ma richiesta l’ha voluta per fax, il 26 gennaio. Alla fine ha ceduto:«Venga,ma guar­di che non potrò dedicarle più di un’ora».È statoprodigo:abbiamo chiacchierato per quasi tre. Di solito don Luigi Maria Verzé non parla con i giornalisti. Questa è la prima intervista che concede in vita sua. Ha 73 anni compiuti, è sacerdote dal 1948. È nato a Illasi (Verona), ma lo conoscono nei cin­que continenti come fondatore e presidente dell’ospedale San Raf­faele di Milano. Forse l’unico al mondo che riser­va ai mutuati stan­ze da due letti, o al massimo da tre, con bagno in ca­mera, aria condi­zionata e tv. Non ci sono stanzoni, al San Raffaele. I rico­verati non pagano una lira: esibisco­no soltanto la tes­sera sanitaria del­l’Ulss. Primari di fama internazio­nale fanno a gara per lavorare qui. Un miracolo di efficienza che dura da vent’anni, duplicato a Olbia, in Sardegna, e a Roma. E poi alla Val­­letta (Malta), a Salvador de Bahia (Brasile), a New Delhi (India) e, presto, in Polonia, Russia, Algeria, Cile, Filippine. L’ufficio del presidente è a pian­terreno, appena entrati.All’ingres­so una scritta: «Tutto è possibile a chi crede».Nel muro c’è incastona­ta la prima pietra. L’hanno scalpel­lata via dal monte Tabor di Illasi. Sulla scrivania tiene un crocifisso d’argento massiccio. «Me lo donò il cardinale Schuster nel 1952»,rac­conta, «dicendomi: “Ecco, questo lo metterai sul tavolo di lavoro quando avrai costruito il tuo ospe­dale” ». Lo afferra, lo gira e mostra una foto ingiallita incollata sotto il basamento:Schuster,l’arcivesco­v­o che trattò la resa di Benito Mus­solini e salvò Milano dalle rappre­saglie naziste, porge quello stesso crocifisso a Vittorio Emanuele III sulla soglia del Duomo. «Schuster aggiunse: “E ricordati che è l’uni­co crocifisso baciato dal re masso­ne” », sorride don Verzé. Alle pareti tre quadri di scuola lombarda del Settecento, molto belli. In un angolo una foto con de­dica di monsignor Giuseppe Car­raro, il compianto vescovo di Vero­na. Accanto, in cornice, una ban­conota da 500 lire. Gli fu consegna­ta da una malata del Cottolengo di Torino: «Tenga, padre, per il suo ospedale». La prima offerta. Ades­so don Verzé s’è messo in testa di costruire un San Raffaele in Val d’Illasi.A sbarrargli il passo ha tro­vato un compaesano, il giurista Al­berto Trabucchi, sindaco di Illasi. Non ne parla volentieri. Non lo in­colpa di nulla. Alla fine qualcosa si lascia sfuggire: «Ha fatto urbaniz­zare la corte rurale in cui sono na­to. Questo sì è stato un grande pec­cato di Trabucchi». Personaggio discusso, don Lui­gi Maria Verzé. Sconta tanti pregiu­dizi, come tutti i grandi personag­gi che creano qualcosa di impor­tante. Magari non morirà in odore di santità. Ma di sanità senz’altro. Quand’era piccolo che cosa so­gnava di fare da grande? «Il mio proposito è sempre stato quello di scrivere una nuova pagi­na nella storia della medicina. Uno scienziato proprio ieri mi ha detto che ci sono riuscito. Bontà sua». Si sente in debito verso qualcu­no? «Io debbo molto a tre persone scomparse: il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano; il beato don Giovanni Calabria; monsignor Giuseppe Carraro, ve­scovo di Verona». Mi parli di loro. «Studiavo filosofia all’Università Cattolica. Da laico, non da prete. Conoscevo già don Calabria, vero­nese come me. Un giorno qualcu­no mi suggerì di recarmi a salutare Schuster. Portai con me una foto del cardinale e lo pregai di metter­ci una sua dedica, perché volevo farne dono a don Calabria. Mi squadrò perplesso. “Questi santi, questi santi... Non ci credo”, sus­surrò ». E poi? «Andai da don Calabria ed ebbi l’ingenuità di raccontargli l’episo­dio. Lui disse: “Tra due anni il car­dinale Schuster sarà qui”. Una pre­visione che si avverò. Posso testi­moniarlo perché fui proprio io ad accompagnare il porporato. Ebbi la gioia di vedere questi due profe­ti i­nginocchiati uno di fronte all’al­tro nella stanza di don Calabria». S’incontrarono altre volte? «Sì. Intanto io mi laureai e diventai sacerdote. Una volta condussi il cardinale a vedere l’ospedale di Negrar dell’Opera don Calabria. Chiese che l’esperienza fosse ripe­tuta a Milano: “ Occorre che anche nella mia diocesi si faccia un ospe­dale per i borghesi”». Per i borghesi? «Esatto, i borghesi. Vede, allora per il ceto medio non esisteva un’assistenza sanitaria qualifica­ta. I grandi ospedali erano dei laz­zaretti. Chi poteva permetterselo, sceglieva le cliniche private a paga­mento, che erano gestite soprattut­to da religiosi. E questo fatto, per il cardinale Schu­ster, rappresenta­va uno scandalo». Ma perché fu scelto proprio lei? «Misteriosi dise­gni della provvi­denza. Il 12 otto­bre 1950 don Cala­bria mi congedò con queste parole: “A Milano nascerà una grande opera che farà parlare di sé l’Europa intera.Va’,è il Signo­re che ti manda”. E io uscii dalla porta. Sennonché sulla soglia mi ri­chiamò, estrasse dalla tasca 10.000 lire e mi disse: “Prendile, perché non voglio che tu domani possa dire che tuo padre ti ha man­dato a Milano senza un soldo”». Diecimila lire.Un po’ dura rica­varci un ospedale... «Infatti all’inizio mi occupai d’al­tro. Il cardinale Schuster mi affidò un centro professionale di perife­ria. Cominciai con un ragazzo e me ne andai, nel 1958, che ne acco­glieva 700. Figli di emigrati del Me­ridione. La schiuma di Milano. Senza lavoro, senza educazione, senza religione. Per lo più ladri». Nel frattempo all’arcivescovo Schuster succedette il cardina­le Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. «Al quale mi pre­sentai nel 1959 per esporgli il proget­to del San Raffaele: eminenza, non le pare una vergogna che noi cristiani as­sistiamo i malati a pagamento nelle case di cura priva­te, discriminando i ricchi dai poveri? Mi rispose: “Que­sti peccati la Chie­sa li dovrà pagare”». Non le domandò come avrebbe trovato i fondi per costruire l’ospedale? «Altroché. E io gli dissi: con la stes­sa fede che mi fa trasformare il pa­ne nel corpo di Cristo. Se ogni mat­tina compio questo miracolo, vuo­le che non riesca a fare un miracoli­no chiamato San Raffaele?». Sì, ma i soldi? Chi glieli diede? «Scelsi l’area e andai dal proprieta­rio, il conte Leonardo Bonzi. Gli chiesi 25.000 metri quadrati. Ci fu uno scambio di battute: “Eh,mise­ricordia, che se ne fa, don Verzé, di tutta questa terra?”. Non si preoc­cupi e cominci a darmi 25.000 me­tri quadrati. “E i quattrini?”. Non ne ho. “Ah, ma allora lei ha i piedi freddi”. Detto in dialetto milane­se. Mi dava dello spiantato. Ed era vero.Concluse: “Se mi porta 10 mi­lioni, le faccio il preliminare”». Invece lei aveva soltanto le fa­mose 10.000 lire di don Cala­bria, per di più svalutate... «Appunto. Però avevo fatto una certa cortesia alla contessa Basset­ti. Che mi prestò i 10 milioni. E non li volle più di ritorno. Per dire che ho cominciato dal nulla. Del resto don Calabria mi ha insegnato che le opere di Dio nascono garantite se nascono come a Betlemme». E oggi la provvidenza con che gambe cammina? «L’intelligenza è la primaria divi­na provvidenza. Da ciò nasce la leggenda di don Verzé prete-ma­nager ». Chi l’ha messa in giro?I suoi pri­mi avversari sono stati i baroni universitari, gli Zanussi, i Mac­cacaro, i Malan. «Vero. Ma non perché temessero che il San Raffaele diventasse ciò che poi è diventato. No, avevano soltanto paura che l’università, pubblica e laica, fosse introdotta in un ambiente permeato di costri­zioni fideistico-cattoliche». In seguito molti di loro hanno cambiato idea. Come li ha per­suasi? «Con lo stesso discorsetto che ho sempre fatto agli studenti: a me non interessa che recitiate ogni se­ra il rosario, ma che diventiate dei bravi medici; perché, se sarete uo­mini onesti e bravi medici, sarete “naturalmente cri­stiani”, come scri­veva Tertulliano». Le leggo alcune definizioni che la stampa le ha riservato negli ultimi anni: pre­te- padrone, Ber­lusconi di Dio, Ligrestidellasa­nità. L’hanno ac­cusata di ecces­siva contiguità con il potere po­­litico e di affarismo. Da dove na­sce tanto astio? «Dal primo di miei detrattori, il chi­rurgo Pietro Bucalossi, divenuto ministro repubblicano nel 1974. Dopo avermi sentito parlare del San Raffaele, prese per il bavero il sindaco di Milano, Virgilio Ferra­ri, e gli disse: “Tu questa delibera che concede a don Verzé un terre­no del Comune non la devi far pas­sare”. Ferrari chiese il motivo del­l’ostilità. E Bucalossi gli rispose: “Se quel prete riuscisse a realizza­re l’ospedale che mi ha descritto, verrebbero declassati tutti gli altri nostri ospedali”. E in questo è sta­to profeta. Diabolico profeta». E i processi per abusi edilizi? «Noi abbiamo una licenza edili­zia, concessa dal Comune di Segra­te, che dice: “Si autorizza la costru­zione dell’ospedale”. Non preci­sa: uno, due o tre corpi di fabbrica. Il magistrato ha sen­tenziato, di conse­guenza, che tutto ciò che occorre per far funzionare un ospedale, può essere fatto. Biso­gna tener conto che siamo un ente privato non profit, cioè senza fini di lu­cro. Questa è una categoria che la le­gislazione italiana non ha ancora ben illuminato, ma nella pratica esiste. Inoltre il San Raffaele è tut­to proiettato sul pubblico; ha sol­tanto letti convenzionati; è, per leg­ge regionale, polo universitario della Statale di Milano; è istituto di ricerca riconosciuto dalla Cee. Più pubblico di così! Allora essere un’istituzione pubblica è un fatto di etichetta o di sostanza?». Le leggo un ritrattino al curaro tratto da Panorama : «Don Ver­zé è un prete atipico, che viag­g­ia su auto di lusso dotate di ra­diotelefono, che non veste abi­tualmente la tonaca e nemme­no il clergyman, che si attornia di segretarie tanto efficienti e poliglotte quanto di gradevole aspetto». Si riconosce? «Devo proprio rispondere? Lasci che la gente si diverta un po’». Lo stesso settimanale le ha da­to un ottimo voto nella pagella della sanità italiana: 7,2. Lei che voto si darebbe? «Io sono un grande scontento. So­no dominato dall’affanno di fare le cose sempre più perfette e di ri­spondere alle istanze della gente. E siccome queste istanze sono infi­nite... ». Forse è per questo che una vol­ta si è definito «un sessantotti­no in agitazione permanente ». Un prete sessantottino. Stra­no. «I sessantottini volevano un mon­d­o diverso e le loro aspirazioni era­no più che giuste. Magari propu­gnate in modo sbagliato, ma giu­ste nella sostanza. Sono queste te­ste calde che hanno cambiato il mondo. Anch’io sono una testa calda». Ma lei un primario ateo lo assu­merebbe? «Non conosco atei. Ritengo che nessuno sia ateo nonostante si di­chiari tale». Medicina e sacerdozio. Ne par­la spesso nei suoi studi. Appro­fondiamo. «È la nostra dottrina fondamenta­le. Da sempre l’uomo ha visto la medicina come esplicitazione del sacro.E da sempre l’ha collegata a un ministero sacerdotale. Per noi cristiani è un diritto-dovere. La vi­ta di Gesù Cristo è computabile pressappoco così: metà predica­zione, metà guarigioni. Andate, in­segnate e guarite. Questo era il mandato di Nostro Signore. Io rim­provero a me stesso e al cristianesi­mo d’aver tenuto conto soltanto dei primi due comandamenti». Le rinfacciano d’aver creato un ospedale dove vengono a farsi ricoverare soprattutto i poten­ti. «Qui vengono tutti: cardinali, ve­scovi, politici, ma anche operai e pensionati. Nessuno paga, i letti sono dell’Ulss». Sì, ma siete famosi per aver cu­rato Bettino Craxi e Antonio Ga­va. «Semplicemente due personaggi che hanno voluto far sapere d’esse­re stati al San Raffaele». Vabbè, ma lei in che rapporti è con Craxi. Dicono idilliaci... «Io lo stimo, Craxi. È un uomo deci­so, con le idee molto chiare. Quan­do ha governato, ha governato be­ne, ha fatto progredire l’Italia. Ha commesso degli errori. Ma sono errori che hanno compiuto in tan­ti ». Lui di più, pare. «Questo lo stabiliranno i giudici. Direi che la colpa è, più che dei sin­goli, del sistema. Se non teniamo presente questo concetto, non riu­sciremo mai a capire il fenomeno delle tangenti. Il cristiano non de­ve dimenticare che la misericor­dia viene prima della giustizia. Pie­tà, comprensione, amore, ecco la predica del cristiano vero. Non la giustizia. Lo scriva». Restiamo nei dintorni. Lei un giorno ha detto: «Io rifiuto la contrapposizione fra Dio e de­naro, perché il denaro è stato creato da Dio». Non era lo ster­co del diavolo? «Io non sono d’accordo di coltiva­re la povertà per la povertà. Sono d’accordo di coltivare la ricchezza per trarre fuori i poveri dalla loro miseria». Lei compila il modello 740? «No, sono nullatenente». È vero che è mol­to amico di Fi­del Castro? «È vero. Simpatiz­ziamo. Lui è un grande appassio­nato di medicina. Ha costruito a Cu­ba un’invidiabile piattaforma di ri­cerca biomedica. Le sue radici sono profondamente cristiane, anche se il contesto storico lo ha posto nella condizione di ope­rare scelte drammatiche». Ha altri amici don Verzé? «Tutta la gente». In che cosa consiste «il grande entusiasmo di Leonardo Mon­dadori » per lei? «È un buon rapporto che ho con lui come con altri.Qui c’è la fila tut­ti i giorni». Fa la fila anche Silvio Berlusco­ni? È vero che è fra i vostri azio­nisti? «Ma no. Abbiamo soltanto curato suo padre». Senta, don Verzé, lei crede di la­vorare troppo e pregare poco o viceversa? «Prego mentre lavoro. Io mi sento un magatell , come dicono a Mila­no. In veronese, s-cianco . Un gio­co, una trottola. Uno strumento nelle mani di Dio.Quando mi chia­mano “ presidente”,mi viene da ri­dere. Il presidente è un Altro». A proposito di cariche, perché nel vostro Consiglio d’ammini­strazione siede monsignor Ti­ziano Bonomi, cancelliere ve­scovile di Verona? «Perché la nostra fondazione, Cen­tro San Romanello del monte Ta­bor, fu canonicamente riconosciu­ta da monsignor Giuseppe Carra­ro, vescovo di Verona. La casa ma­dre è a Illasi, sul monte Tabor». Questo toponimo importato dalla Terra San­ta chi l’ha scel­to? «Io. Avevo l’ambi­zione di trasfigura­re la medicina. E il Tabor è il monte della Trasfigura­zione di Gesù. In origine quello di Il­lasi si chiamava monte Caro. Nel 1962, mentre sta­vo sulla sommità della collina, arri­varono lì i geografi militari. Chiesero: “Come si chia­ma questa località?”. Risposi: monte Caro, ma adesso si chiama monte Tabor. E da allora è rimasto sulle carte topografiche». Torna spesso a Illasi? «Ci sono tornato quando un comi­tato locale, presieduto da Giorgio Piccoli, ci ha chiesto di costruirvi un San Raffaele. La mia risposta è stata chiara fin dall’inizio:bisogna mettere d’accordo la gente, l’Ulss e la Regione Veneto». Ma non c’è un sogno dietro que­sto ospedale? È stato scritto che l’ordine di costruirlo glie­l’ha impartito, in sogno, addi­rittura il Crocifisso... «Questa è un’altra storia. Risale al 1961. Consapevoli che un ospeda­­le è fatto di gente, non di mura, ab­bia­mo deciso di costruire un istitu­to per la formazione del nostro per­sonale. E abbiamo cominciato a gi­r­are l’Italia in cerca del luogo. Per­nottando a Tren­to, ho sognato il mi­racoloso Crocifis­so del 1300 custodi­to nel piccolo san­tuario di San Feli­ce sul monte Ta­bor. Allora la matti­na dopo ho detto ai miei compagni di viaggio: “Né Luc­ca, né Trento, né al­trove. Si va a San Felice, tra Illasi e Cazzano”. E così è stato». Chi le diede il terreno per co­struire lì il Centro San Roma­nello? «Quel giorno c’era con me un pre­te illasiano, don Carmelo Piccoli, cappellano militare con l’hobby della magia e della prestidigitazio­ne, ha anche scritto molti libri. In mezzo al campo don Carmelo scorse il generale Berionni, ufficia­le del controspionaggio, un vero­nese che abitava in città ma aveva investito in quella terra i suoi ri­sparmi. E gli gridò: “Generale,è di­sposto a vendere?”. L’altro: “Per­ché no?”. Chiedeva 12 milioni, io mi battevo per 8. Ma chi era con me obiettò: “No, diamogliene 12, perché è giusto così. I soldi ce li metto io”». E ora sul monte Tabor vorreb­be innalzare un ospedale intito­lato al Crocifisso. «Sì. Sarebbe bello che la nostra dot­trina sulla medicina e sulla soffe­renza trovasse lì una sua espressio­ne plastica». L’ostacolo più grosso finora l’ha trovato nel Comune di Illa­si. Anzi, nel sindaco Alberto Trabucchi, che lei però - dico­no i maligni - è riuscito a far mandare a casa dopo 42 anni di regno ininterrotto. Così ora i suoi fedelissimi le fanno la guerra con i manifesti murali, in cui la accusano di aprire i cantieri lasciandoli incompiu­ti. «Io non ho mandato a casa nessu­no. Quanto all’attuale sindaco di Il­lasi, non l’ho mai visto né ci ho mai parlato. So soltanto che si chiama Castagna». Ma perché Trabucchi ce l’ha tanto con don Verzé? «Ah, questo bisognerebbe chie­derlo a Trabucchi. Credo che sia un problema di carattere». Lei cercò il suo assenso per l’ospedale del Crocifisso? «Certo. La risposta fu ambigua: “Prima di dire sì o no, devo vedere il progetto”. Ma i progetti si fanno quando si ha la certezza di costrui­re, non prima. Costano, i proget­ti ». Non ci sarà un’incompatibilità di pelle fra due teste dure nate nello stesso paese? «Con i fratelli di Trabucchi i rap­porti sono sempre stati ottimi. Pen­si che Emilio, lo scienziato, fu vice­presidente del San Raffaele. Giu­seppe, l’ex ministro, venne a farsi curare qui. Cherubino, lo psichia­tra, mi mandava i suoi pazienti». Ma i miliardi per l’ospedale di Illasi li ha? «Dipende dal mio Presidente. Se da Lassù condivide... Io comincio, poi la provvidenza mi segue». Ammetterà che non è facile spiegarlo ai laici. «Al contrario. Vuole che le faccia i conti secondo la logica umana? Io ritengo che la salute e la vita siano i beni più preziosi per l’uomo. Lei condivide?». Assolutamente. «Oh,bene.Per la salute l’uomo è di­sposto a spendere tutto. Tutto. Non solo, ma è disposto anche a la­vorare. L’importante è avere una credibilità, dimostrare che si è ca­paci di fare le cose bene. A questo punto le banche ti vengono die­tro ». E quali banche seguono don Verzé? «Tante. Cariplo, Mediocredito lombardo, Banco di San Paolo, Banca nazionale del lavoro. Da questi istituti di credito non ho mai avuto limiti di credito. Anzi, vengono loro a offrirmi i soldi». Insomma, credono in lei. «No.Questo è l’errore.Credono al­l’idea. Che non è mia, gliel’ho det­to. È del Presidente».