Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 02 Lunedì calendario

IL RICORDO DELLA SUA CITTA’. LA’ «GIORGIO ‘O SICCO» SCOPRI’ LA CLASSE OPERAIA

Giorgio Napolitano, che ama l’understatement, l’ha definita così, «una piccola digressione personale», quasi fosse un inciso, o poco più, nel messaggio di Capodanno. Ma non sono davvero un cedimento (pur legittimo) alla nostalgia quelle parole sulla sua «lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro»; sugli anni di una formazione giovanile basata sul rapporto personale e diretto con gli operai napoletani; sull’emozione che ancora immancabilmente prova quando il suo mestiere di capo dello Stato lo porta a visitare una fabbrica e a incontrarne le maestranze.
Anche nella sua «piccola digressione» è ovviamente di questa crisi e di come sia possibile ritrovare la fiducia necessaria per uscirne tutti insieme, che parla il presidente. Ed è ai lavoratori (e ai loro sindacati) di oggi che Napolitano si rivolge, perché facciano la loro parte, per difficile e pesante che sia. Ma nella convinzione che ogni appello rischia di suonare retorico, e quindi inutile, se non si recupera anche il senso più profondo, migliore e attuale, di storie e tradizioni che con tutte le loro ombre, pure assai lunghe, hanno vissuto vite meno separate e contrapposte di quanto comunemente si creda, e questo Paese hanno concorso a rimetterlo in piedi, a ricostruirlo, a restituirgli per un lungo periodo un ruolo da protagonista sulla scena europea.
Dopo qualche incertezza di natura ideologica, Napolitano si iscrive al Pci («presentatori», come usava all’epoca, Mario Alicata e Renzo Lapicirella) nel novembre del 1945. È un giovane intellettuale di origini borghesi, sulle cui future fortune fanno molto affidamento il segretario della federazione del partito, Salvatore Cacciapuoti, una controversa figura di «quadro» operaio che durante il fascismo ha imparato a leggere e a scrivere nell’«università del carcere», e soprattutto il vero capo dei comunisti napoletani, Giorgio Amendola. Non sorprende, quindi, che quando Napolitano (dopo il 18 aprile del ’48: e la data vuol dire qualcosa) fa la sua scelta di vita, accettando la proposta di diventare funzionario, il partito lo spedisca per farsi le ossa, oltre che per irrobustirsi ideologicamente, «alla scuola della classe operaia». Che a Napoli è robusta, combattiva e, almeno nelle speranze, disciplinata quanto basta per poter rappresentare un elemento di coesione, d’ordine, se vogliamo, in una città disgregata e devastata dai bombardamenti, in cui l’ambizione amendoliana di trasformare in popolo quella plebe che dopo la vittoria della Repubblica ha assaltato la federazione comunista lasciando una decina di morti sul selciato, assomiglia da vicino a un’utopia. Le battaglie condotte con quegli operai, per il salario ma più ancora per la difesa e lo sviluppo dell’industria napoletana, il presidente le ricorda bene, così come i loro nomi, i loro volti, le loro storie, i loro diversi caratteri: Nicola Fasano dell’ex Ansaldo, Saul Cosenza, Antonio Mola e Nicola Palumbo dell’Omf, Domenico Marano e Carlo Niola dell’Italsider, Antonio Ferrante della Bencini...
Poggiano qui la sua conoscenza e la sua vicinanza, umana oltre che politica, con il mondo del lavoro, e con gli «uomini in carne e ossa» che lo popolano. Ma poggiano qui anche la ripulsa, e verrebbe da dire il fastidio, per il massimalismo parolaio e per le chiusure settarie; l’idea che il problema sia riuscire a individuare, anche nelle condizioni più difficili, obiettivi concreti, realisticamente conseguibili, e le alleanze necessarie per raggiungerli; la convinzione che la classe operaia tanto meglio difende i propri interessi quanto più esercita una funzione nazionale e di governo. Il riformismo non c’entra, nel Pci è (e resterà a lungo, anche dopo la nascita di una componente dichiaratamente riformista guidata, per l’appunto da Napolitano) una parolaccia impronunciabile. Eppure, e proprio in piena guerra fredda, in quel Pci che ogni giorno tributa fervidi omaggi a Giuseppe Stalin, e ancor più nei suoi immediati dintorni (basti pensare a Giuseppe Di Vittorio e, correva l’anno 1949, al Piano del lavoro della Cgil, dall’impianto così fortemente keynesiano), qualcosa di simile a una sorta di «riformismo reale», mai dichiarato ma nei fatti almeno in parte praticato comincia faticosamente a prendere corpo. Perché non sia mai riuscito ad assumere forma compiuta, nemmeno di fronte alle più dure repliche della storia, è naturalmente un’altra e più controversa faccenda.
Vicende di ieri. Anzi: dell’altroieri. Che però Napolitano ha voluto richiamare, con un riferimento esplicito non solo ai tempi della sua giovinezza, ma a quelli, più recenti, della politica di unità nazionale, quando (per inciso) era responsabile economico del Pci: il «terribile 1977», l’Italia minacciata assieme dal terrorismo e dall’«inflazione che galoppava oltre il 20 per cento», i sindacati (alla guida della Cgil c’era il riformista Luciano Lama) che, con la svolta dell’Eur, adottano una linea di moderazione rivendicativa, accettando i sacrifici. «Non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo... e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale». Lo slancio costruttivo, i sacrifici, il ruolo nazionale... Qualcuno tra i meno giovani, ascoltando sabato sera l’elegante Giorgio ’o sicco, ha pensato ad Amendola, Giorgio ’o chiatto, e al vocione con cui tuonava che, per impegnarsi a salvare l’Italia, sinistra e sindacati dovevano chiedere contropartite. Probabilmente, fatte tutte le dovute distinzioni, ha colto nel segno.
Paolo Franchi