Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Monti sta facendo il giro d’Europa: l’altro giorno era a Bruxelles, ieri a Parigi (incontro con Sarkozy e pranzo di un’ora e mezza col premier transalpino François Fillon), mercoledì prossimo vedrà la Merkel, ci sarà poi un vertice a tre Merkel-Monti-Sarkozy il 20 gennaio, un Eurogruppo il 23, un Consiglio europeo il 30…
• Tutta questa diplomazia è polvere in faccia al popolo bue o ha un qualche senso?
La tappa a Bruxelles dell’altro giorno è servita per capire lo stato della trattativa intorno alle nuove regole di bilancio sottoscritte preliminarmente lo scorso 9 novembre. Ricorderà: 26 dei 27 paesi
dell’eurozona (l’Inghilterra è contro) si misero d’accordo che il pareggio di
bilancio sarebbe entrato nelle costituzioni di ciascun membro e che sanzioni sarebbero scattate automaticamente nel caso qualche Stato avesse ricominciato a fare lo spiritoso con i conti pubblici. In quel preliminare c’è però un articolo, il numero 4, che impone a chi ha un debito superiore al 60% del Pil di rientrare a colpi del 5% l’anno. Per l’Italia significa varare ogni dicembre
una manovra da 40 miliardi. Ora, questo vincolo esisteva già nella riforma
cosiddetta Six Pack, entrata in vigore il 13 dicembre scorso. Ma Tremonti aveva
ottenuto che il rientro cominciasse dal 2014 e che si considerasse
l’indebitamento nel suo complesso, comprendendo cioè anche l’esposizione delle famiglie, il risparmio privato, il sistema pensionistico. Monti vuole che questi due elementi entrino anche nel preliminare in corso di discussione, e che dovrebbe essere varato definitivamente prima di Pasqua. Ci pensi: se non
gli riesce, ci toccherà una manovra da 40 miliardi l’anno.
• Ieri ha visto i francesi. Loro che ne pensano?
Apparentemente c’è un’identità di vedute totale. Monti:
«L’intesa tra Francia e Italia non soltanto su temi bilaterali (cioè che
riguardano solo i due paesi – ndr) ma su come costruire la costruzione europea (sic) e sulla sua governance è totale».
Sarkozy: «C’è perfetta identità di vedute tra Francia e Italia». Fillon è stato
un po’ più prudente: «Tra Francia è Italia c’è un’identità di vedute quasi totale». In realtà la Francia è in
guai molto grossi: tra poco le sarà tolta la tripla A e questo diminuirà tra
l’altro il peso delle garanzie sul Fondo salva-stati. Il sistema bancario
francese è il più esposto verso i paesi del Mediterraneo. Il loro spread con la
Germania è raddoppiato (siamo intorno ai 150 punti). E tra quattro mesi ci sono le elezioni. Le turbolenze in arrivo sull’Eurozona sono di portata difficile da calcolare: oltre al ciclone proveniente da Parigi, c’è entro marzo-aprile il default greco che consisterà in un taglio del 65% dell’indebitamento di Atene, sperando che basti. E sta arrivando la botta ungherese: a Budapest l’altro
giorno non sono neanche riusciti a piazzare i 45 miliardi di bond in fiorini previsti, gliene sono rimasti in mano 10 miliardi e pagano già ora il 10 per cento d’interesse. Fitch ha declassato proprio ieri i loro titoli a
“spazzatura” (da BBB- a BB+).
• C’è da spiegare a questo punto la posizione tedesca.
A quanto capisco Monti ha intenzione di fare la
voce grossa, come si intuisce già da qualche dichiarazione di ieri: «L’Italia
ha compiuto uno sforzo senza pari tra gli Stati europei, ed era giusto che lo
facessimo. Non era facile per gli italiani accettarlo, ma lo hanno accettato. Altre misure seguiranno nei prossimi due mesi». Dunque, a questo punto, Berlino non ha più l’alibi italiano da sventolare davanti agli elettori. Bisogna invece affrontare «il rischio principale della crisi, quello della nascita e dello sviluppo di incomprensioni di fondo tra i popoli degli Stati membri. Dobbiamo
evitare che ciò che era nato per unire gli europei diventi un fattore di
divisione. Se non rimediamo alla crisi dell’Eurozona c’è il rischio di
divisioni».
• A che cosa si riferisce?
Alla tentazione dei nordici di far da sé: Germania,
Finlandia, Austria, Olanda. C’è una corrente sempre più forte, in questi paesi, che dice: andiamocene per conto nostro, facciamoci un euro nostro e lasciamo
nelle peste i paesi indebitati con un euro di serie B.
• Lei ha sempre detto che questo potrebbe costare caro ai tedeschi e ai loro amici: senza il sud d’Europa, l’euro schizzerebbe a due dollari di valore e questo potrebbe far precipitare le loro esportazioni.
Sì, è successo però che i tedeschi non hanno quasi
sentito il crollo verso l’Europa delle loro esportazioni nel periodo 2008-2010
(-8%): la mancata domanda continentale è stata interamente sostituita da quella
cinese, brasiliana e indiana. Più 25 miliardi in soli 36 mesi. Guardando i
trend, sembra chiaro che il mercato europeo, paralizzato dalla recessione,
promette poco e che il vero business si farà invece a Oriente. Quindi perché
restar qui a farsi carico dei debiti di italiani, greci, portoghesi, spagnoli
eccetera, una combriccola che ha l’aria di farsi sempre più numerosa con
l’arrivo di francesi, belgi e ungheresi? Stiamo descrivendo per l’ennesima volta la fine dell’Unione europea. Monti si offre come alleato alla Germania, in un momento in cui il vecchio asse con la Francia pare prossimo alla disintegrazione: risanamento dei conti di tutti, lungo lavoro per impedire le
«incomprensioni tra i popoli». La Germania ha molto guadagnato con l’euro,
nella cui zona ha esportato tra il 1999 e il 2008 per 420 miliardi di euro,
contro i 235 del decennio precedente. I partner europei, vincolandosi alla
moneta unica, si sono graziosamente impegnati a mai più svalutare e hanno così lasciato campo libero alla potenza industriale germanica. Sono cose che la
Kanzlerin non può fingere di dimenticare.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 7 gennaio 2012]
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