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 2012  gennaio 07 Sabato calendario

“Con Tolstoj l’abbraccio è per sempre” - «Adeste fideles» gracchia la voce del parroco, nel Villaggio di cartone , di fronte al minuscolo presepe, venendo al mondo un bambino africano

“Con Tolstoj l’abbraccio è per sempre” - «Adeste fideles» gracchia la voce del parroco, nel Villaggio di cartone , di fronte al minuscolo presepe, venendo al mondo un bambino africano. Nella chiesa smantellata, è entrato un nuovo gregge, l’eco, chissà, del gregge di Buñuel nell’ Angelo sterminatore . Là scandalizzando preti pavidi e borghesi ossidati, qua stupefacendo un pastore che ha visto svuotarsi il recinto affidatogli, di perdita in perdita nutrendo in lui un dubbio corrosivo, tolstojano - come non rammemorare quel Lévin in Anna Karenina che confessa: «Il mio peccato principale è il dubbio»? Non è mai serafico, non è mai ovvio, non è mai consolatorio il Natale in casa Olmi, sull’altipiano di Asiago. Il ragazzo della Bovisa, nato ottant’anni fa a Bergamo, che con le mani modella le parole come il vasaio l’argilla, a lungo ha ascoltato cantare gli urogalli insieme a Mario Rigoni Stern, un focolare appena là, «semplice come un’arnia per api: comoda e tiepida». Entrambi cincinnati, entrambi custodi di una civiltà salvifica perché incardinata nella necessità, ignorando più che sdegnando il superfluo, quindi entrambi accesi dall’urgenza di non considerare concluso il rispettivo orto. E così, l’uno con la penna, l’altro con la macchina da presa, hanno via via via teso una corda alla gente smarrita, alle anime infrante, al viandante con la bussola impazzita. Di zoccolo in chiodo, di paravento in diluvio, Ermanno Olmi ha nelle stagioni seminato il suo alfabeto sapienziale, osando («Nel giorno del giudizio sarà Lui a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo»), riattizzando verità ancestrali, ma spocchiosamente accartocciate («E’ il denaro che fa la guerra»), scardinando ostinati arroccamenti («Il perdono è più forte della legge»). Il 1˚ novembre scorso Mario Rigoni Stern avrebbe compiuto novant’anni. «Fedelissimo al suo brolo, conferendogli, di prova in prova, un valore cosmico, universale... Quando lo conobbi? Avevo ventotto anni. Volevo trarre un film da Il sergente nella neve . Mi occorrevano mezzi e scenari adeguati, gli originali. Ma i russi - i sovietici - non mi consentirono di girare da loro. Per il partito comunista italiano non ero affidabile, non considerandomi un intellettuale né essendo io un comunista. Ricordo che raggiunsi rocambolescamente Asiago da Milano. L’autostrada terminava a Brescia. Di lì un rebus topografico, un profluvio di strade sterrate, dove andare come i Magi. Il progetto restò sulla carta, ma trovai un autentico confrère». Il Veneto dell’Altipiano, speculare alla sua Lombardia... «Sono cresciuto tra Milano, la Bovisa, e la campagna intorno a Bergamo. Ecco, per me, rispetto al libro svetta la civiltà contadina, analfabeta fino a un secolo fa. La narrazione, l’apologo, l’aneddoto costituivano l’inestimabile e inimitabile patrimonio orale - il sussurro delle generazioni alle nostre spalle, lo innalzerà Andrea Zanzotto -, andato perduto quando il libro ha coperto ogni area sociale, divenendo un oggetto casalingo». L’albero da cui ricavare gli zoccoli, l’albero che fornirà la carta... «In Centochiodi gli incunaboli crocifissi sono, non a caso, aperti. A significare che il libro o ha la forza di cambiare il lettore, nella mente, nel cuore, negli atti, o è inutile, è sterile. Lungi dall’idolatrarlo...Quando “agisce”, il libro - come l’opera creativa in senso lato - invita a riscriverlo. Bach che rielabora Vivaldi. Io che trasformo La leggenda del santo bevitore ...». Le prime letture... «Alle grandi avventure la mia generazione fu introdotta da Salgàri, ai grandi sentimenti da De Amicis. Ma a scuotermi saranno due testi hors-catégorie. L’uomo, questo sconosciuto (apparteneva a mio fratello) di una scorrevolezza seducente, autore Alexis Carrel, Nobel americano a me allora ignoto. E Le avventure di un uomo vivo di Chesterton, l’artefice di Padre Brown mirabile nel far brillare, attraverso il paradosso, il personaggio, i personaggi». La folgorazione? «Tolstoj, un abbraccio che mai si scioglierà. Guerra e pace e via elencando. Tutti i racconti , per esempio. Fra questi, Il padrone e il salariato . Prima di sedersi a un tavolo, il ministro piangente... sì, Elsa Fornero, e le parti sociali dovrebbero meditarlo. Marchionne, in particolare, dovrebbe mandarlo a memoria». Il fascino di Tolstoj... «La straordinaria forza evocativa. Nelle sue pagine si sente l’odore della neve, si avverte l’aria rarefatta che annuncia la nevicata... Tematicamente, il conflitto continuo fra la carne e lo spirito, lui, impenitente sottaniere che per tenere a bada il desiderio spostava armadi...». Di maggiore in maggiore. Alessandro Manzoni... «E’ come un ritratto di famiglia, è una realtà cromosomica. Tolstoj lo si percorre d’un fiato. Don Lisander offre e richiede soste. La storia nella storia, come, magistrale, la monaca di Monza». Manzoni e la Provvidenza... «Aiuta a superare ciò che si presenta nella vita come un ostacolo insuperabile, è una stampella, per chi ha fede. Mentre sospinge chi non ce l’ha a mettere in discussione il non averla. Quando si è inabissati nella disperazione, non è naturale guardarvi per sopravvivere?». La fede... «Mario Soldati, fra le mia carissime ombre, in L’avventura in Valtellina la ritrae da par suo: “Con uno sforzo supremo, cerchiamo di ricordarci come era davvero, la fede, quando credevamo di averla. Era come? Come? [...]...un immaginario imperativo categorico, un impegno assoluto a non tradire i nostri avi, i nostri genitori, i nostri confessori, la nostra stessa civiltà...”». Un uomo di fede, Roncalli, a cui ha dedicato il film «E venne un uomo». Mezzo secolo fa avviava il Concilio. C’è un testo del Vaticano II che privilegia? «Sono ancorato, piuttosto, al Giornale dell’anima di Roncalli. Lo incontrai quando era Patriarca di Venezia. Usava che i cineasti, credenti e non, lo avvicinassero. Ispirava una naturale fiducia». Non difettano i preti nei suoi lavori. Come il curato di Bernanos sosterrebbe che «tutto è Grazia»? «In Dio bene e male sono inseparabili. Quando lo stringe la necessità di una distinzione crea l’uomo, dandogli, addossandogli, la possibilità di scegliere. Di qui la libertà che ci inonda, sospingendoci - è accaduto, accade - verso terribili frontiere: Hiroshima come la manipolazione genetica. Ci assistano gli angeli con la spada fiammeggiante». Tra i suoi film «religiosi», «Genesi: la creazione e il diluvio». «Genesi, la mia Bibbia: si conclude con l’uscita dall’Arca, apparendo l’arcobaleno, che ristabilisce l’alleanza fra Dio e l’uomo. Solo due altri libri mi toccheranno altrettanto: il Cantico dei Cantici , una poesia d’amore fra creature di carne, e Giobbe , l’uomo che interroga Dio ostinatamente, affinché gli risponda alla pari». Dal Vecchio al Nuovo Testamento. «Il Vangelo di Giovanni, quello che meglio rappresenta il dirompente capovolgimento della religione ebraica (occhio per occhio, dente per dente) per opera di un rabbi ebraico qual è Cristo. Introduce, venendone respinto, il concetto di perdono. La più grande rivoluzione». Pasolini girerà «Il Vangelo secondo Matteo». «Arrivo a Pasolini muovendo da Milano. Era il 1953. Ogni sera la condividevo con Luciano Bianciardi, su e giù, tra corso Vittorio Emanuele e San Babila. Nel ‘54, l’incontro con Goffredo Parise, prodigo di scherzi, travestimenti, bugie. In un bar di via Monte di Pietà, mi leggeva, a mano a mano che li componeva, i capitoli di Il fidanzamento . Lo coinvolsi nel mio lavoro, allora realizzavo documentari per la Edison, suo il testo di Michelino1aB . Quando andai a Roma, ebbi così motivo di assicurargli ospitalità nella foresteria dell’azienda, in via di Porta Pinciana. Nella capitale - scenario della mondanità via Veneto, ritrovo dei cineasti piazza del Popolo, caffè Rosati - incontrai Pasolini, suo il testo dei corti Grigio eManon: Finestra 2 . Una sera, mentre pioveva a dirotto, mi suggerì di realizzare un film dal testoriano Il Dio di Roserio . Ma non se ne fece nulla...». C’è un libro che può aiutare a morire? «Il libro appartiene all’immanente. Nel morire c’è già un sospetto di trascendenza. So che, io, credente senza dogma, prossimo a morire non raccomanderei a Dio la mia anima, né chiederei perdono dei miei peccati. Ma farei l’elenco dei miei amici. Come Giovanni dalle Bande Nere a Federico Gonzaga solleciterei: “Vogliatemi bene”». Oggi, sull’Altipiano, amico è anche il cielo, «troppo bello - lo scruterebbe Joseph Roth - per non contenere un dio». L’amicizia come profezia. Profetico quel «chiodo»: «Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico».