Francesca Basso, Corriere della Sera 07/01/2012, 7 gennaio 2012
I CONTI (COSTOSI) DEL REDDITO MINIMO
La Germania sborsa 345 euro al mese ai propri cittadini disoccupati. La Francia arriva a pagare fino a 441 euro al mese: è il Revenu minimum d’insertion. Mentre l’evoluta Danimarca passa ai cittadini senza lavoro circa 1.200 euro al mese. Nell’eurozona solo Italia e Grecia non hanno introdotto il reddito minimo garantito per chi è disoccupato.
Era il 1992 e c’era ancora la vecchia lira: l’Unione Europea estende ai Paesi membri il reddito minimo garantito con la raccomandazione sulla «Garanzia minima di risorse». Era considerato uno strumento imprescindibile nella lotta alla povertà e a favore dell’inclusione sociale. Dopo quel provvedimento ne seguirono altri. Sono passati vent’anni e l’Italia, insieme alla Grecia, non ha ancora recepito l’indicazione comunitaria. Per il nostro Paese vi è stata però una breve parentesi introdotta durante il secondo governo Amato con la legge 328 del 2000 voluta dall’allora ministro alla Solidarietà sociale, Livia Turco: il reddito minimo di inserimento fu sperimentato in un centinaio di Comuni. Poi con la Finanziaria del 2003, varata dal governo Berlusconi (che si era insediato nel 2001), la sperimentazione finì. Alcune Regioni presero dei provvedimenti simili (Lazio, Campania, Basilicata, Friuli, Valle d’Aosta, Puglia) con risultati differenti. La Provincia autonoma di Trento ha introdotto questa misura nel 2009, per far fronte alla crisi, stanziando allora 18 milioni di euro, cifra che dovrebbe essere riconfermata anche per il 2012. Trento ha previsto due tipologie di sussidio per chi risiede nel Comune da almeno 3 anni: una automatica per un massimo di 4 mesi, rinnovabili per tre volte in due anni, per chi ha perso il lavoro da meno di 2 anni oppure sta cercando la prima occupazione da almeno 12 mesi; una sottoposta alla decisione dei servizi sociali e rivolta alle famiglie in gravi difficoltà (durata massima un anno, rinnovabile).
A riaccendere il dibattito sul reddito minimo garantito è stato il ministro del Lavoro Elsa Fornero, che agli inizi di dicembre ha spiegato l’intenzione del governo Monti di riformare gli ammortizzatori sociali, legandoli alle politiche di lotta alla povertà e alle politiche attive del lavoro. La Fornero è stata chiara: la misura del reddito minimo garantito è una «preferenza personale e non del programma del governo» ma ha anche aggiunto che «rappresenta una direzione verso la quale l’esecutivo lavorerà». Il nuovo ammortizzatore sociale dovrebbe essere strutturato come un assegno mensile con un valore oscillante tra i 500 e i 1.000 euro per un massimo di 2 o 3 anni, per i giovani in cerca del primo impiego o per i disoccupati che hanno difficoltà a trovare un nuovo lavoro. Se il Pd e Sel hanno aperto alla nuova ipotesi, più critici sono stati i sindacati. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni l’ha definito «una misura assistenziale che ucciderebbe il lavoro gravando sulle casse dello Stato». Critica anche la Cgil. Il segretario generale Susanna Camusso ha ricordato che si tratta di un «dibattito storico» e provocatoriamente ha detto: «Avrei una domanda: le risorse dove sono?». Contrario anche il Pdl. L’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ne ha evidenziato «gli effetti deresponsabilizzanti nei confronti dei precettori, l’intrinseca esclusione delle organizzazioni sindacali e i pesanti oneri di finanza pubblica». Tra gli economisti c’è chi calcola un impatto complessivo sulle casse dello Stato intorno ai 25 miliardi di euro.
Gli altri Paesi dell’Eurozona, però, hanno il reddito minimo garantito, che offre una protezione anche a quei lavoratori non provvisti di ammortizzatori sociali — collaboratori o parasubordinati — oppure ai giovani alla ricerca del primo impiego (prende talvolta il nome di reddito di cittadinanza). Si tratta di sussidi temporanei, che a seconda degli Stati hanno caratteristiche differenti. In Danimarca il reddito minimo garantito può essere chiesto anche dagli stranieri residenti nel Paese da almeno sette anni. I cittadini devono aver cercato lavoro e hanno l’obbligo di accettare gli impieghi proposti. L’assegno, che ammonta a circa 1.200 euro, viene diminuito in caso di ridotta partecipazione ai programmi di inserimento lavorativo. In Gran Bretagna c’è l’Income Support, a cui hanno accesso i residenti sul territorio. Per chi cerca lavoro senza avere alcun reddito si ha diritto a 80,75 sterline a settimana se si è sotto i 18 anni, e 105,95 sterline se si hanno più di 18 anni. Non c’è limite di durata per il sussidio ma si deve dimostrare di star cercando attivamente lavoro e si deve essere disponibili qualora ne venga proposto un altro. In Francia il Revenu minimum d’insertion è di circa 441 euro al mese e se ne ha diritto dai 25 anni. Se si hanno figli il sussidio aumenta. In Germania ha accesso al sostegno di circa 345 euro al mese chi ha la nazionalità e chi viene da Paesi che hanno firmato accordi sul welfare. Il disoccupato è obbligato ad accettare il programma di inserimento.
Francesca Basso