ANTONIO PITONI, La Stampa 7/1/2012, 7 gennaio 2012
Disoccupati e rassegnati - C’è un esercito silenzioso che al dramma della disoccupazione somma quello della rassegnazione
Disoccupati e rassegnati - C’è un esercito silenzioso che al dramma della disoccupazione somma quello della rassegnazione. E’ il plotone degli «scoraggiati», che un lavoro hanno smesso di cercarlo, delusi da ricerche tanto faticose quanto inutili. Nel terzo trimestre del 2011 contava, secondo l’Istat, un milione e 574mila arruolati, il dato più alto dal 2004, anno in cui sono partite le serie storiche. Ultimo scatto di una fotografia da incubo se si considera che in Italia la disoccupazione ha raggiunto il tasso complessivo dell’8,6% e quella giovanile del 30,1% (quasi un under 25 su tre è senza lavoro). Un trend al rialzo che ha rinfoltito anche il fronte degli «scoraggiati», cresciuto di 95mila unità (circa il 6,5%) rispetto al terzo trimestre del 2010 e, addirittura, di 500mila se si considerano i dati del 2004, nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni. Scavando nelle pieghe di un fenomeno in costante aumento si scopre, neanche a dirlo, che è più facile arrendersi se si è donna o si vive al Sud. Guardando al genere, i due terzi degli «scoraggiati» (un milione 31mila) sono femmine, stessa proporzione se si fa riferimento all’area geografica: due su tre (un milione 105mila) sono residenti nel Mezzogiorno (279mila al Nord, 190mila al Centro). Se poi al dato degli «scoraggiati» in senso stretto si aggiunge il numero di quelli in senso lato, cioè di coloro che non cercano lavoro perché in attesa degli esiti di precedenti ricerche, vanno aggiunte altre 719mila unità (63mila in più dell’anno precedente, per un incremento pari al 9,6%) che fanno lievitare il totale a due milioni 293mila. Analizzando inoltre le cause che spingono all’inattività, sempre nell’ultimo trimestre del 2011, risultava in lieve aumento anche il numero di quanti hanno deciso di abbandonare la ricerca di un lavoro per motivi familiari (+1,3%), un rialzo trainato a sorpresa dagli uomini (+18,5%). Mentre è diminuita la quota di chi esce dal mercato del lavoro per ragioni legate allo studio o alla formazione professionale (-0,4%). Numeri che, in vista della riforma del mercato del lavoro del governo Monti, tengono vivo il dibattito soprattutto all’interno del Pd. «E’ arrivato il momento di favorire nuove assunzioni attraverso un sostegno alla crescita e di impedire licenziamenti facili», fa notare il capogruppo del Pd in commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, bocciando «qualsiasi iniziativa tesa a cancellare o a indebolire l’articolo 18». Un po’ a sorpresa, dopo un’intervista a Franco Marini uscita martedì su «Europa», Pietro Ichino, apre al progetto di legge di Paolo Nerozzi ispirato al progetto di contratto unico Boeri-Garibaldi. «L’ho firmato anch’io perché lo consideravo un passo avanti nella direzione giusta», scrive il giuslavorista del Pd che in questi mesi ha incrociato la spada con tutta l’ala sinistra del partito definendo «molto positivo» l’orientamento della direzione del partito espressa da Marini. Nonostante alcuni difetti, secondo Ichino, una prima riforma ispirata al progetto Boeri-Garibaldi potrebbe rivelarsi nell’immediato «un ottimo compromesso». Via Twitter arriva il via libera di Walter Veltroni: «Parole sagge di Pietro Ichino su Europa», scrive l’ex sindaco di Roma. Fine delle polemiche e delle fibrillazioni in casa Pd?