Antonio Gnoli, la Repubblica 07/01/2012, 7 gennaio 2012
Da conan doyle a Connelly come cambia il detective – La salute del romanzo poliziesco appare eccellente
Da conan doyle a Connelly come cambia il detective – La salute del romanzo poliziesco appare eccellente. Molti titoli finiscono in classifica testimoniando il gradimento di un genere che, a quanto pare, non conosce crisi. Amiamo le gesta dei protagonisti dei noir, ne seguiamo le avventure, li disponiamo dentro una rete mentale e affettiva fatta di relazioni, gerarchie e discendenze. Sono i nostri detective. Che in fondo si somigliano tutti, soprattutto nella infelicità che traspare dalle loro psicologie. Ma guai a dirglielo: sono permalosi, solitari e convinti, in fondo, di essere unici e indispensabili. Esiste una fenomenologia letteraria, per quanto parziale e provvisoria, dell´investigatore privato? Un sottile disprezzo per il mondo, misto a una forte consapevolezza di essere il migliore anima i sentimenti dei primi investigatori della letteratura poliziesca. Guai suggerire paragoni o stabilire precedenti. C´è il rischio di essere insultati. Nello Studio in rosso Sherlock Holmes viene inopinatamente accostato al celebre investigatore di alcuni racconti di Poe. La contrarietà non potrebbe essere più grande: "Voi certo credete di adularmi, paragonandomi a Dupin. Credo però che Dupin non fosse che un tipo volgarissimo", dice piccato Holmes. Nel genere noir ogni investigatore si rispecchia soprattutto in se stesso. E la spalla - da Watson in poi - serve di regola ad esaltare le qualità uniche, bizzarre e provocatorie del protagonista. Prendete Hercule Poirot: un ometto all´apparenza insignificante, una testa a forma d´uovo inclinata a sinistra, baffi che si arricciano in punta, e un´eleganza eccessiva. Ebbene, credete che accetterebbe di essere una semplice variante (anche un po´ grottesca, donde il suo fascino) di Holmes? Le sue celluline grige si metterebbero in moto per ammonirci o convincerci che lui è il migliore detective di tutti i tempi. Quando Agatha Christie lo ha inventato sapeva perfettamente di doverlo distanziare dal suo predecessore. La scrittrice era ben conscia dell´eleganza ascetica di Holmes, dell´atletismo nascosto, dell´alternarsi di flemma e azione, della continua esaltazione mentale, dopata dall´uso della cocaina, e dell´eccessiva malinconia, attenuata dal suono del violino, che a volte avvolgeva l´eroe di Conan Doyle. Poirot dunque è esattamente l´opposto. È un maniaco dell´ordine e della perfezione. E sebbene l´ex poliziotto belga ricorra alla logica e lavori su una serie di deduzioni, mai si identificherebbe col metodo positivista di Holmes: "Io non ho bisogno di chinarmi per prendere impronte, per raccogliere mozziconi di sigaretta e per esaminare l´erba calpestata. A me basta sdraiarmi in una poltrona e pensare", proclama nel Ritratto di Elsa Greer. Non c´è niente da fare, ciò che accomuna i primi detective è la suscettibilità. Credete che Nero Wolfe ammetterebbe mai di essere, almeno in parte, un erede di Poirot? Eppure, tutte le indagini - eseguite dal solerte assistente Archie Goodwin - finiscono per essere risolte in poltrona. Lì, stravaccato nei suoi 150 chili, senza mai uscire di casa, Wolfe esamina e risolve i casi più difficili. È misogino come Holmes ma, a differenza di quest´ultimo, non ritiene che la verità sia il frutto di un´indagine serrata intorno ai fatti, bensì l´irruzione di una intuizione finale capace di stringere il colpevole alle corde. Di norma, nelle storie di Rex Stout, la scena finale si svolge nella stanza di Wolfe: con i sospettati in cerchio, in attesa dell´improvvisa sentenza. Anche Poirot non disdegna il colpo di teatro, allestito davanti a un gruppo di indagati. Ma è soprattutto Miss Marple a svelare - in qualche ridondante salotto della provincia inglese - l´artefice di un omicidio. L´astuta vecchietta - Agatha Christie confessò di essersi ispirata ad alcune zie di sua madre - è un´acuta osservatrice della natura umana. Ama i pettegolezzi, veste permanentemente di tweed, non è affettata come Poirot. Ma, dietro quell´aria inerme, è capace di annientare, con leggera perfidia, i più incalliti criminali. Fin qui il romanzo poliziesco sembra appartenere più all´ordine della logica (abduttiva secondo alcuni studiosi che si rifanno al filosofo Peirce) che a quello del mondo reale. Perfino Philo Vance - protagonista di molte avventure di Van Dine e il primo a ricorrere all´introspezione psicologica - non può fare a meno dell´impianto dimostrativo. Saranno Dashell Hammett e Raymond Chandler a condurre il romanzo poliziesco fuori dalle secche del determinismo scientifico, per gettarlo tra le contraddizioni della vita. Sia Sam Spade che Philip Marlowe - le due massime espressioni dell´hard boiled americano - investigatori di una nuova stagione di successi (un loro clone meno raffinato è Mike Hammer di Mickey Spillane) non affrontano il delitto dall´esterno, non si piegano sul crimine con l´atteggiamento di un entomologo. Essi sono parte del delitto, parte della scena che indagano. Stanno nella mischia, non fuori. La realtà che affrontano è dura, sporca, pericolosa. Non è immaginabile che non si ripercuota sulle loro emozioni, non ne condizioni i pensieri, e la psiche aggravando, infine, la loro solitudine e malinconia. Diversamente dai predecessori non amano la mondanità, né la conversazione e, soprattutto, guardano alla verità non come alla semplice soluzione di un puzzle, ma a qualcosa che svela il fondo oscuro dell´animo umano. È su questo aspetto, psicologicamente tragico, che si concentra il più delle volte il commissario Maigret. Egli si lascia contagiare dagli ambienti sui quali indaga e sovente partecipa al dramma del criminale. Fuma la pipa come Holmes, è burbero come Nero Wolfe, rurale come Miss Marple, ma non ha eguali nel riconoscere, anche nella più disarmante quotidianità, le potenzialità del male. Maigret è un esistenzialista la cui vocazione all´ordine non gli impedisce di vedere la precarietà delle relazioni umane. Con Hammett, Chandler e Simenon il romanzo poliziesco entra nell´età del disincanto. Risolvere delitti non reca soddisfazione, non ristabilisce un vero ordine, porta semmai a un senso ulteriore di inquietudine. I nostri eroi vivono le passioni tristi. Le combattono sapendo che ogni successo è più apparente che reale. Così agiscono anche gli eredi di Marlowe. Primo fra tutti Hieronymus Bosch, versione post-crepuscolare dell´hard-boiled. Harry, creato da Michael Connelly, è stato soldato in Vietnam, poliziotto, agente dell´Fbi, investigatore privato. È disincantato e malinconico, testardo e onesto. Ha un talento speciale per scoprire i serial killer. La stessa inclinazione la ritroviamo in Harry Hole - protagonista, fra l´altro, de Il leopardo, l´ultimo successo di Jo Nesbo - che fin nel nome sembra voler rendere omaggio all´eroe creato da Connelly. Più che uomini d´ordine sono emarginati che il crimine ha scosso, in parte contaminato, ma non sconfitto. Hanno un fondo autodistruttivo, che parte da lontani traumi irrisolti, e combattono la loro personalissima battaglia nel mondo fottendosene in larga parte delle regole. Così è anche l´ispettore Arkady Renko, poliziotto di rara tenacia e intuizione che Cruz Smith ha consegnato in vari romanzi, tra cui Gorky Park. Forse è per sfuggire a questo clima un po´ opprimente che Patricia Cornwell ha creato il personaggio di Kay Scarpetta un´affascinante bionda - amante degli abiti firmati e delle case di lusso - che di professione fa il medico legale. Si fida della scienza, dei profili psicologici di pericolosi serial killer che gli appronta il marito Benton Wesley. Ma è attraverso lo studio dei cadaveri che spesso giunge a conclusioni incontrovertibili. Anche Jeffery Deaver ha dato un ruolo a un personaggio femminile: Kathryn Dance. Ma, diversamente da Scarpetta, Dance è un´agente specialista in interrogatori e in linguaggi non verbali. Deaver ha anche creato Lincoln Rhyme, il detective tetraplegico, che risolve i casi stando immobilizzato in un letto. Il poliziesco di questi ultimi anni deve tenere conto dell´aggravarsi dei traumi e delle patologie: sia sociali che individuali. Petros Markaris ha dato vita a un antieroe per eccellenza: il commisario Kostas Charitos che in Prestiti scaduti - l´ultima delle sue avventure nella quale tra l´altro rottama la sua vecchia Fiat Mirafiori - indaga nell´Atene di oggi squassata dalla crisi economica e dalle proteste popolari. Non basta l´omicida seriale, sullo sfondo di un crimine spesso si nascondono grandi istituzioni e forme di razzismo. Come dimostrano le gesta del giornalista Mikael Blomkvist, inventato da Stieg Larsson. La cui trilogia di Millenium è anche una denuncia della società civile svedese, più torbida, violenta e pericolosa di quanto non si immaginasse. Del resto, il successo del "giallo nordico" ha nell´efferatezza uno degli ingredienti principali. La stessa, però più sfumata, che troviamo nei romanzi della francese Fred Vargas che affida al commissario di polizia Jean-Baptiste Adamsberg lo scontro con le forze del male. Adamsberg segue poco la logica e molto l´intuito, che in genere è messo all´opera dopo una lunga passeggiata. Anche il commissario Montalbano ama passeggiare, soprattutto sul molo e lungo la spiaggia di Vigàta. Il più celebre dei nostri investigatori, nonostante la sua ben nota scontrosità, suscita molta simpatia. È un conversatore di rimessa, ma acuto e dotato di buonissime letture. La tecnica dei suoi interrogatori è scaltra e divagante. Refrattario, anche lui, all´ordine (non si adegua alle richieste dei superiori) giunge alla soluzione dei delitti forzando spesso le regole ed entrando da ingressi secondari. La sua vita si svolge al riparo del protagonismo. Un po´ come quella di Duca Lamberti - medico e poliziotto - che negli anni Sessanta vide la luce grazie alla fantasia di Giorgio Scerbanenco. A Duca Lamberti, lo scrittore di origine ucraina - di cui ricorre fra pochi giorni il centenario della nascita - aveva dato i tratti della durezza e della lealtà. E quella ostinata malinconia che a quanto pare ogni investigatore di razza si porta addosso come una seconda pelle.