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 2012  gennaio 07 Sabato calendario

TUTTO FUORI SCALA, ANCHE GLI ERRORI

Unicredit fa tremare per la seconda volta l’Italia. La prima era stata all’indomani del crac Lehman, quando si paventò addirittura la corsa agli sportelli per ritirare i depositi, mentre gli hedge fund azzannavano le carni molli del gigante di Alessandro Profumo.
La seconda volta è di questi giorni. In tre sedute, Unicredit ha perso più o meno il 40% delle quotazioni, già falcidiate dalla crisi generale del settore bancario. Lunedì 9 gennaio la banca ora guidata da Federico Ghizzoni avvia l’aumento di capitale da 7,5 miliardi, i cui termini erano stati chiariti alla vigilia del tracollo borsistico con il famoso sconto del 43%. Per la maggior emissione di azioni bancarie della storia della Borsa di Milano non poteva darsi viatico più ambiguo.
L’operazione è stata voluta dalla Banca d’Italia fin dai primi del 2011. Ad essa era condizionata l’ammissione delle obbligazioni cashes di Unicredit nel capitale di vigilanza. Le altre grandi banche italiane avevano aderito alla moral suasion di Via Nazionale, sia pure obtorto collo. Reduce da due aumenti sul capitale per 7 miliardi in due anni, Unicredit aveva aspettato l’Europa. E quando la European Banking Authority (Eba) ha parlato, si è trovato spalle al muro. Vale la pena di ricordare come l’Eba prima abbia suggerito al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo e poi abbia attuato la valutazione dei titoli di Stato in portafoglio alle banche europee alle quotazioni di mercato. Ne sono emerse perdite teoriche rilevanti che, nel giudizio di questa Autorità di poca esperienza e opaco funzionamento (non dice chi ha votato cosa), comporteranno aumenti di capitale per 106 miliardi da eseguire entro giugno, specialmente nell’Europa mediterranea e un po’ in Francia.
L’iniziativa dell’Eba, che ha convinto i politici, è discutibile perché cancella l’idea che le obbligazioni pubbliche dell’Eurozona siano prive di rischio. Quel che è peggio, non lo fa modificando i principi contabili, ma con un esercizio una tantum che può preludere ad altri. Discrezionalità al potere. È troppo. Le banche centrali nazionali dell’eurozona e la Banca centrale europea, al pari della Federal Reserve e della Bank of England, hanno perso la verginità con il crac dell’industria finanziaria che loro avevano improvvidamente allevato. Si spieghino meglio, dunque. Finora non abbiamo capito.
Il principio del mark to market applicato alle azioni, portatrici di rischio per definizione, è stato alla base della bolla speculativa degli ultimi anni. Che senso ha estenderlo alle obbligazioni pubbliche supponendo gli Stati dell’Eurozona potenzialmente insolventi? E che senso ha schierare la Bce a finanziare all’1% le banche esortandole a fare più prestiti a una clientela che non investe perché non ha ordini quando questa nuova liquidità è evidentemente destinata a garantire il buon fine delle nuove emissioni pubbliche, pena l’insorgere di un’altra Grecia e la fine dell’euro? E perché la Bce non fa da sé, lucrando i frutti futuri del salvataggio a beneficio del pubblico, ma li riserva alle banche private?
Dietro l’aumento forzato di Unicredit c’è un sistema di potere ondivago, incapace di guardare dentro se stesso e i suoi storici errori. Che senso ha aver costruito colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo, troppo grandi per fallire ma anche per essere salvati dalla mano privata? Chi ha avallato, e nel caso di Unicredit-Capitalia sponsorizzato, quelle gigantesche fusioni, e cioè l’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, avrà mai un ripensamento? Da tempo, la Banca d’Italia avrebbe potuto aiutare le banche a evitare almeno in parte questo massacro adottando la proposta Salza sulla monetizzazione delle quote del suo capitale in mano alle banche. Perché all’ultimo si è tirata indietro? Temeva che l’Economist o il Financial Times inarcassero il sopracciglio?
La partita è troppo importante per lasciarla ai soli banchieri centrali. C’è un ruolo fondamentale dei governi. E allora che cosa pensa Mario Monti dell’Eba e del Consiglio europeo di settembre, dove Silvio Berlusconi aveva votato sì assieme al gregge? Sappiamo che il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, da banchiere, era ferocemente critico. Lo è ancora? Ma più del parere di Passera conta la linea del premier. Qual è?
A questo punto va detto che anche il consiglio di amministrazione di Unicredit deve spiegarsi meglio. È vero che non c’è più Profumo e c’è Ghizzoni. Ma il nome Unicredit è sempre quello. Ed è il nome che tre anni fa emetteva le nuove azioni a 3 euro, sapendo che il mercato le avrebbe rifiutate, per mettere al servizio di obbligazioni convertibili cashes. Era per difendere il valore del titolo e non diluire i soci. Adesso, si emette a meno di 20 centesimi per fare paragoni omogenei. La diluizione dei soci che non sono in grado di coprire la loro parte sarà mostruosa perché, con il tracollo delle quotazioni, i diritti saranno così bassi da non compensare, come teoria vorrebbe, il riposizionamento del titolo post aumento. Delle due l’una: o si raccontavano bugie nel gennaio 2009 o le si stano raccontando adesso. Com’è stato osservato, questo aumento di capitale è rivolto soprattutto a chi le azioni Unicredit non le ha o se le giostra come ha fatto il fondo americano Blackrock che ha venduto alla vigilia e, probabilmente, ricomprerà. L’azionista stabile rischia, se non è liquido. Le stesse fondazioni, che pure hanno garantito la loro parte smentendo chi le vedeva ai margini, hanno umori diversi: fiduciosi nell’affare alla Caritorino; preoccupati in Cariverona. Il parco buoi, comunque, se ne ricorderà peggiorando la reputazione, già modesta, della Borsa come luogo di formazione del capitale di rischio delle imprese. Che tipo di azionisti vuole avere Unicredit? La più grande banca con sede in Italia, 900 miliardi di attivi, pari al 60% del prodotto interno lordo italiano, in balia della speculazione?
La caduta delle quotazioni di Unicredit è il frutto, si dice, delle vendite allo scoperto di titoli presi a prestito nella certezza di poterli acquistare a prezzi stracciati per tacitare il prestatore, pago dell’interesse ricevuto. La Consob indaga. Bene. Ma la frittata è fatta. E ripropone domande radicali sulla natura del mercato finanziario. Ma a chi serve un mercato di questo tipo, nel quale le imprese — banche o industrie poco importa — diventano soltanto il teatro di scommesse autoreferenziali? Non le scommesse del singolo speculatore che intuisce i ribassi a venire grazie al suo genio, ma quelle del branco che, in quanto tale, determina i corsi facendo avverare le sue profezie.
Il bene più diffuso in Italia è la casa. Ma nessuno può vendere una casa che non ha, e quando la vende l’acquirente controlla le ipoteche e lo stato dell’edificio. Perché con la ricchezza mobiliare è valido tutto? Come condiziona l’economia reale questa economia di carta che ritorna, come se niente fosse successo dalla Lehman in qua?
Massimo Mucchetti