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 2012  gennaio 07 Sabato calendario

Ho visto Lele Mora in carcere è pericoloso solo per se stesso - Caro Direttore! Nella cella di Lele Mora sono ap­pese alle pareti tre immagini di donna

Ho visto Lele Mora in carcere è pericoloso solo per se stesso - Caro Direttore! Nella cella di Lele Mora sono ap­pese alle pareti tre immagini di donna. In ordine alfabetico: la Ma­donna di Medjugorje, Madre Tere­sa di Calcutta e Moira Orfei. Sono le sue tre sante e amiche. Il letto è cosparso di lettere aperte. Mi rice­ve in piedi. È la terza volta che so­no da lui, anzi siamo: c’è Alfonso Papa nel gruppo, con una com­missaria di polizia penitenziaria che annota ogni parola detta. È ir­riconoscibile, ma sorride. È con­tento di vedere persone che mostrano di vo­lergli bene. Io non riesco a ri­conoscerlo. Dentro la bar­ba, il volto ton­do si è sgonfia­to come pallo­ne di cuoio dell’ oratorio, ma apre i denti nel sorriso della gioia. Ho imparato in questi tre anni che sono deputato e visito le prigioni e migliaia di detenuti a leggere i se­gni delle celle. A Monza la mattina ho visto la cella numero 5 dell’in­fermeria, ora vuota. Qui con il gas si è ucciso pochi giorni fa il detenu­to Schillaci, era malato e depres­so, i libri sono stati lasciati come lui li aveva impilati, qualcosa di re­ligioso, di filosofico, addirittura in lingua straniera. Un ordine segno di infinito disordine del mondo. Qui a Opera c’è un uomo perico­­loso solo per se stesso. Bisogna sta­re attenti, lo dico con tremore. C’è lo strano ordine come di chi voglia andarsene lasciando però le cose a posto, i libri bene allineati, i con­ti che tornano, le lenzuola per rim­boccate, che i figli non si vergogni­no se lo trovassero morto. Nella cella accanto ronfa, nel disordine, Olindo Romano, l’ergastolano di Erba. Le volte precedenti avevo potuto parlargli e l’unica cosa che domandava era di rivedere presto Rosa, di essere trasferito nel carce­re di Bollate, ma sorrideva: era contento di aver potuto ri­fare la patente. Inve­ce Lele Mora era depresso e non esitava a mo­strarlo. Stavol­ta no. Parla del­la sua depres­sione come un fatto remoto. I giorni di Valletto­poli nel 2008. Ogni giorno una rivelazio­ne sul giornale, l’abbando­no di tanti che aveva lanciato. L’in­famia come pena preventiva. Ne discese inevitabile il fallimento. Interessante: l’inchiesta che ne ha causato il crack è finita con il pro­scioglimento. Bravo Woodcock. Mora ricorda di come abbia sco­perto Belen, a Cortina. «Allora non aveva neanche il permesso di soggiorno». Ricorda quando ac­compagnò Enrico Mentana in America: era stato lui a fissargli un appuntamento con Obama, per­ché il collaboratore era una vec­chia conoscenza di Lele. Poi Val­lettopoli e la depressione.... «Mi mettevo a letto, non riuscivo ad al­zarmi, non mi interessava, la luce del mattino era come la not­te, mi afflosciavo, nes­sun senso». Qualche amico lo cura, lo ama, ma il mondo è ostile. Il mondo che un attimo prima ti implorava un appunta­mento, un’occasione per parlar­ti... Ora zero, sottozero, merda in faccia, e lui sotto le coperte. Il colloquio è pieno di ricordi, di promesse di futuri brindisi al risto­rante «l’Ambasciata di Quistello» dei fratelli Tamani, dove un seco­l­o fa propose Anna Falchi a Federi­co Fellini per un film pubblicita­rio per la Banca di Roma. Il ricor­do di chi non c’è più è quasi traso­gnato, come se fosse lì lì per rive­derli tutti, come Alberto Casta­gna, da lui scoperto, e poi caduto in malattia e sostenuto in ogni suo bisogno «e anche di più» da Silvio Berlusconi. Poi non c’è molto da riferire. Ma la mia paura. Due giorni prima Le­le-Mora aveva provato a fare qual­cosa come un tentato suicidio di cui non parla. E oggi, mamma mia, appare raggiante. Elogia gli agenti, il trattamento, prende 35 pillole al giorno, 35 come i chili che ha perso innaturalmente. È isolato da agosto. Non una decisio­ne punitiva, ma per preservarlo come uomo famoso da contatti pe­tulanti. O forse no. Questa lettera è per dire che Le­le Mora non può stare in carcere, se esiste giustizia, se vale ancora l’articolo 27 della Costituzione che recita di umanità della pena. Non lo dico perché sono amico di Lele Mora (lo sono diventato in carcere) ma per l’evidenza delle cose. Se si scorrono i commenti de­dicati a Mora sui siti internet, la più parte è di godimento per le sue pene, proprio un piacere sadico. È il destino di chi cade da una posi­zione sociale alta nella feccia car­ceraria, e scivola nel catrame do­po una vita immersa nello cham­pagne. Proprio la sua notorietà im­pone di occuparsi di lui. Di lui a no­me di tante altre sofferenze simili, di cui potrei fare cento nomi (Co­lelli, ad esempio) ma che non leg­gerebbe nessuno. Ma dietro Mo­ra, che è unico e irripetibile, come lui, diversi da lui, ci sono centina­ia e migliaia così. Io non chiedo di sospendere il corso della giustizia, ma di appli­carla nel suo rigore. Il rigore impo­ne di vedere tutto, anche la fla­g­ranza di reato di uno Stato che di­sattende le sue norme. La legge im­pone, ictu oculi (linguaggio giuri­dico), di tirar via dal carcere Mora. Lo sarebbe anche se la pena fosse definitiva. Le condizioni di salute hanno consentito la sospensione della pena ad esempio ad Adriano Sofri, oppure gli arresti domicilia­ri ad altri. Ma qui siamo dinanzi a un caso di custodia cautelare. Di carcere preventivo! Infatti, come spiega bene Annalisa Chirico su Panorama.it , contraddicendo i soliti orgasmi carcerari di Marco Travaglio, Lele Mora «ha patteg­giato 4 anni e 3 mesi per bancarot­ta fraudolenta; la sentenza tutta­via non è esecutiva perché pende un ricorso in Cassazione. In condi­zioni fisiche assai gravi Mora scon­ta quindi quintali di carcere pre­ventivo ». Depressione+diabete +ipertensione? Crèpa. Pare che la sentenza del Tribu­nale del Riesame, che doveva es­sere prima di Natale, sia stata tar­data dalle legittimissime ferie di alcuni giudici. Ma arcilegittimis­simamente ora Lele Mora avreb­be dovuto essere mandato a casa, vigilato, vigilatissimo, senza tele­foni, ma come si fa a sostenere che per lui valga «il pericolo di fu­ga »? L’unico pericolo che c’è è che con questa decisione lo am­mazzino.